Le pestilenze e il mondo ebraico. Un convegno per comprendere

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Peste – e per extenso colera, tifo e altre malattie epidemiche – sono flagelli naturali con i quali gli ebrei, e non solo loro, si sono dovuti confrontare più volte nella storia. Già agli albori della loro esistenza come popolo essi avevano fatto conoscenza, per l’unica volta da spettatori, con le malattie epidemiche quali furono alcune delle piaghe d’Egitto; più tardi nel corso della permanenza nel deserto, sarà il popolo ebraico stesso ad essere colpito dall’ira del Signore in forma di pestilenza ai tempi della rivolta di Corach e toccherà ad Aron il compito del primo intervento di delimitazione del contagio, bruciando l’incenso.
Nel corso dei secoli, soprattutto nel Medioevo europeo, gli ebrei saranno poi considerati malvagi disseminatori del contagio e dovranno sopportare, oltre agli orrori della malattia, anche la furia superstiziosa e ancora più letale dei propri concittadini. E tuttavia, grazie alla propria cultura, alla tradizionale osservanza delle regole dell’Alachà in generale e di quelle specifiche che la sapienza rabbinica ha elaborato per i periodi di calamità fin dai tempi talmudici, il popolo ebraico ha saputo sorprendentemente resistere e limitare le perdite di vite umane all’interno delle proprie comunità, nonostante – o forse anche grazie- allo stato di segregazione nel quale esse erano costrette a vivere.
Su questo tema complesso e affascinante con aspetti e parallelismi di scottante attualità, si è svolto all’Università Statale di Milano il convegno “Le pestilenze fra religione e scienza nell’ Italia ebraica” promosso dall’ Associazione Medica Ebraica Italiana di cui è presidente il Dott Giorgio Mortara di Milano, dalla Cattedra di Storia del Pensiero Ebraico dell’Università stessa diretta da Rav Laras, dalla Fondazione Maimonide di Firenze-Ferrara e con il patrocinio della Regione, della Provincia, del Centro Judaica Goren-Goldstein e della società farmaceutica israeliana Teva. Una sfida culturale coraggiosa e di grande impegno, che ha visto la partecipazione di relatori prestigiosi e che ha coinvolto un pubblico decisamente numeroso per un argomento “specialistico”.
La relazione iniziale del Rabbino Capo di Roma Riccardo di Segni, medico radiologo, su “etica ebraica fra vecchie e nuove pestilenze” ha portato uno straordinario contributo di conoscenze sulla tradizione ebraica, a partire dalla definizione di pestilenza (la morte per malattia di più di tre persone al giorno per più giorni in una città ove vivano più di 500 uomini atti alle armi); dai maestri del Talmud viene la nozione che i fiumi non fermano il contagio, che esso è trasmesso dagli animali all’uomo e da uomo a uomo, che la salvezza sta nella fuga dalle città.
Sul piano etico, la tradizione ebraica è assai meno rigida di altre nell’attribuire sempre alla pestilenza un significato di punizione divina del peccato anche in virtù del midrash secondo il quale l’angelo della morte a lungo andare prende un po’ troppo gusto a fare il suo dovere e non distingue più fra buoni e cattivi così che devono intervenire i medici a limitare i danni. Già in Geremia si ritrova l’ordine di lasciare le città contagiate; il Talmud e il commento dei rabbini successivi contengono numerose prescrizioni sulla necessità di valutare rischio e beneficio della condotta sanitaria, sempre pensando all’obbligo di chi cura di pensare innanzitutto alla propria salvaguardia (a differenza della posizione cristiana che esalta il martirio del soccorritore dimentico di sé). Le discussioni in materia sono proseguite assai vivaci e numerose fino ai giorni nostri e ne testimonia la gran varietà di posizioni assunte dalle autorità rabbiniche quando si è dovuto dare un giudizio morale sull’ultima grande pestilenza – l’AIDS – che può sembrare a tutti gli effetti il risultato del peccato e della condotta disordinata.

La ricchissima iconografia che ha illustrato la relazione del prof. Piero Morpurgo di Vicenza sulla rappresentazione della peste e degli ebrei nella cronachistica medievale ha documentato in modo impeccabile la diffusione del pregiudizio antiebraico sotto la specie più subdola dell’accusa di diffondere il contagio. Questa accusa, che si ritrova nel mondo islamico ai tempi della peste della Mecca, divenne ricorrente in gran parte dei Paesi europei,con massima intensità in Francia e in Germania, con roghi di ebrei frequenti dal 1321 al 1390 , con i picchi corrispondenti alla grande pestilenza del 1348-49 (quella di Boccaccio), quando si verificarono i massacri di Strasburgo e Colonia. Ebrei untori per pura malvagità, condizionati da Saturno che ispira melancolia e bile nera,ebrei avvelenatori,ebrei rossi in agguato nel Caucaso con l’esercito di Gog e Magog pronto a invadere l’Europa,ebrei troppo allegri in epoca di peste… Tutti deliri ripresi e neppure troppo aggiornati dalla propaganda nazista nel 1941 quando si disse che i poveri ebrei polacchi erano colpevoli della diffusione del tifo.
In questo tragico contesto, l’Italia è stata un’isola relativamente tranquilla come appare dal singolare caso di Cremona di cui ha parlato nella sua relazione Rav Laras. Nel 1575 vi era una comunità di 1500 persone, con un dotto rabbino capo, Menachem Abraham Rapa Cohen e vi si era stabilito anche il prestigioso e cosmopolita pensatore Eliezer Ashkenazi. Alla notizia che a Verona era scoppiata la pestilenza, nei giorni di Succot i capi della comunità elessero tre saggi, fra i quali il rabbino capo, per decidere i provvedimenti. Applicando la più rigida interpretazione del Talmud, i tre saggi decretarono il digiuno espiatorio-propiziatorio. Ma alcuni membri della comunità, non convinti, chiesero il parere di Ashkenazi che negò l’utilità e la sensatezza del digiuno in termini piuttosto irriverenti; ne nacque una controversia scritta fra lui e Menachem Rapa Cohen che è giunta fino a noi, a testimoniare il trionfo della dialettica e della civiltà in un’area che ha dato i natali – pur sotto il ducato sforzesco non certo tenero con gli ebrei – al miracolo degli stampatori di Soncino.
La peste di Roma del 1656 e come essa venne affrontata all’interno del ghetto è stato l’argomento della relazione del prof. Giorgio Cosmacini, storico della medicina e prolifico scrittore. Il contagio,giunto dalla Sardegna nella forma di peste bubbonico-emorragica, pur provocando la morte di 800 dei circa 4000 abitanti del ghetto, risultò in esso meno devastante che nel resto della città, grazie alla suddivisione del quartiere in aree alcune delle quali adibite a lazzaretto e con il potere conferito ai medici di stabilire chi andava portato al Lazzaretto dell’ Isola di S.Bartolomeo. Notevole fu lo slancio solidaristico fra gli ebrei di Roma, soprattutto dei più ricchi verso i poveri e si hanno documenti di donazioni fatte pervenire in città da altre comunità ebraiche.

La prof. Nelli-Elena Vanzan Marchini, presidente del Centro Italiano di Storia Sanitaria e Ospedaliera del Veneto ha riferito, con dovizia di particolari, la complessa ed efficiente organizzazione sanitaria della Serenissina, basata principalmente sulla quarantena preventiva in lazzaretti istituiti su isole della laguna, ma anche in possedimenti veneziani lungo l’Adriatico e l’Egeo, di uomini e merci provenienti dall’Oriente prima ancora che sull’isolamento dei malati. Da questo dispositivo trassero vantaggio anche gli ebrei del ghetto che affrontarono con la popolazione veneziana la grande peste del 1630; alcuni medici ebrei famosi per la loro esperienza,come Calo Calonimos e Josef de Datolis, ottennero concessioni per curare malati anche al difuori del ghetto. Lo stretto legame della comunità ebraica con il sistema sanitario veneziano si è andato consolidando nei secoli successivi, con la presenza di insigni medici all’interno dell’ ospedale S.Giovanni e Paolo, fino alla figura luminosa del prof. Jona,illustre clinico dell’ospedale e presidente della comunità nel 1943 che si suicidò dopo aver bruciato l’elenco degli ebrei veneziani per non farlo cadere nelle mani dei nazisti. A lui, che aveva lasciato un fondo per borse di studio e aiuto ai malati poveri, è stato dedicato un padiglione dell’ospedale, che purtroppo ora versa in condizioni precarie.
La diffusa credenza che le popolazioni ebraiche abbiano goduto di una maggiore resistenza rispetto ai gentili nei confronti della sifilide e della tubercolosi, altre due patologie epidemiche di grande rilievo, è stata oggetto dell’intervento del Prof Stefano Arieti, docente di Storia della Medicina a Bologna. Facendo riferimento soprattutto alla monumentale opera nosografia del Livi, risalente ali primi anni del Novecento, appare che effettivamente in diverse aree geografiche e città il numero di malati e morti fra gli ebrei siano stati inferiori rispetto al resto della popolazione e dati simili riguardano anche località ove il confronto è stato fatto con la popolazione musulmana. La ragione di ciò , escluse le ipotesi di resistenza genetica, è verosimilmente da ricercarsi nelle specificità culturali e rituali degli ebrei, prime fra tutte la mizvà del lavaggio delle mani, le norme alimentari e quelle relative alla vita sessuale e di relazione; l’alfabetizzazione diffusa, la maggior conoscenza del mondo di cui le comunità hanno beneficiato grazie agli scambi culturali e commerciali hanno ampiamente compensato le condizioni di vita in ambienti sovraffollati e malsani dei ghetti. Singolare ed esemplificativo è il dato segnalato di maggiore incidenza della tbc fra gli ebrei livornesi rispetto ai fiorentini nello stesso periodo dell’ ‘800 la cui piu’ significativa correlazione sta nella maggiore propensità ai matrimoni misti fra i primi rispetto ai secondi. Ma che soprattutto sia stato il fattore socio-economico a condizionare la maggior propensione ad ammalarsi risulta con chiarezza dal rapporto pubblicato da Carlo Levi sulla rivista Critica Sociale nel 1879 sulle condizioni degli ebrei poveri di Modena.
A completamento delle relazioni specialistiche, il prof Giulio Giorello, docente di filosofia della scienza alla Statale di Milano, ha tenuto una ampia relazione sull’interpretazione medievale delle pestilenze, talora scientifica o pseudoscientifica , intrisa di aristotelismo con influssi orientali quando non decisamente magica e fantasiosa; l’origine astrale delle epidemie per fatale opposizione di Saturno con altri corpi celesti, già sostenuta da Giuseppe Maleto durante la peste di Messina del 1347, era avversata da quanti seguivano la teoria del corpuscolarismo e dell’atomismo in dispute senza fine del tutto inconcludenti; salvo rare eccezioni come nel caso di Giovanni Filippo Ingrassia che, in occasione della peste di Messina del 1558, consigliava l’uso del fuoco per le cose infette e per quanti rivendevano illegalmente gli oggetti sottoposti a quarantena.
Il lungo cammino della scienza fino alla scoperta degli agenti batterici e delle loro vie di trasmissione extra ed intraspecie è costellato di bizzarrie e ferocie che hanno oscurato per secoli alcuni dati di fatto certi fin dall’antichità remota , come ben ricorda Diamond nel suo suo fondamentale saggio “Armi,acciaio e malattie”: le pestilenze si caratterizzano per rapidità di comparsa dei sintomi e di mortalità dei malati e –aspetto peculiarissimo – immunizzazione dei superstiti.
A quanti hanno partecipato a questo affascinante convegno non è sfuggita l’attualità di molti degli aspetti delineati, soprattutto la deriva della psicologia di massa in condizioni di emergenza, l’istituzionalizzazione della follia e della violenza che il nostro quotidiano ci ripropone senza tregua, cui si può a fatica tener testa con la ragione e la solidarietà.

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