Le metamorfosi di Israele

Libri

Vittorio Dan Segre è ben conosciuto dal pubblico italiano, sia ebraico che no, sia per la sua attività di diplomatico che per quella di scrittore di libri dallo stile sempre piacevole e accattivante. Chi ne legge gli articoli su quotidiani e riviste, anche nel caso in cui non condivida fino in fondo le tesi sostenute, non può non notare la lucidità con cui egli affronta i problemi della situazione di Israele e del Medio Oriente oggi e la capacità di porsi da punti di vista nuovi, mai banali o scontati.
Ebbene tutte queste caratteristiche si ritrovano in questo libro da poco uscito ed estremamente aggiornato sulla situazione politica attuale di Israele, poiché le ultime pagine giungono sino alla malattia di Ariel Sharon ed alla vittoria elettorale di Hamas nelle recenti elezioni legislative palestinesi.
Il libro, pur essendo anche legato a problemi di stretta attualità, non perderà certo di interesse dopo le prossime elezioni politiche in Israele, anzi credo che risulterà ancora di maggior interesse. Non solo per verificare quanto delle analisi dell’autore si sia rivelato vero, ma perché le problematiche che il libro affronta riguardano la prospettiva di lungo periodo. Il libro si apre infatti con una affermazione forte: “Non ho dubbi che fra mille anni gli ebrei esisteranno ancora come tali. Non ho dubbi che fra mille anni lo Stato di Israele attuale non esisterà più.”
E verso la fine si parla di una corposa pubblicazione dell’Istituto di pianificazione politica ebraica dal titolo “Il popolo ebraico tra rinascita e declino”, che non solo danno una completa descrizione della situazione dell’ebraismo contemporaneo, ma “tentano di prospettare, per la prima volta, usando i più avanzati strumenti socio-demografici, alcuni dei possibili scenari ebraici e israeliani del futuro.” E V. D. Segre espone alcune delle proiezioni, positive e negative, per l’anno 2050. Fa riflettere la proiezione più ottimista, secondo cui nel 2050 il numero di ebrei sarà di poco superiore ai 18 milioni, di cui i due terzi residenti in Israele. In questo caso Israele diventerebbe sempre più una democrazia liberale a forte coscienza ebraica, potrebbe realizzarsi la profezia di Emanuel Levinas e diventare un “modello pensabile” per la postmodernità.
Il popolo ebraico si confermerebbe come esempio di collettività “multidimensionale”, mentre diminuirebbero antisemitismo e antisionismo.
Lo scenario pessimista prevede invece una popolazione ebraica scesa sotto i 10 milioni per processo di assimilazione, con un numero di ebrei che lascerà Israele superiore a quello che vi immigrerà e una crescente tendenza degli israeliani a distaccarsi dall’identità ebraica. Inutile dire che in questo caso il quadro dei rapporti esterni sarebbe altrettanto fosco, con la “riprovazione di Israele” (come l’ha definita il filosofo Finkielkraut) quasi unanime e uno Stato di Israele che diventerebbe, suo malgrado, uno dei fulcri dello scontro di civiltà e di culture.
Il saggio di V. D. Segre ripercorre velocemente le tappe della storia di Israele, ma il suo interesse non è principalmente quello storico. All’autore del libro interessa essenzialmente il modo in cui Israele, sia esso lo yishuv o lo Stato, vive questi avvenimenti, le ragioni per cui a determinate situazioni (siano esse la guerra dei sei giorni o l’intifada) si sono date certe risposte e non altre. In altri termini si potrebbe dire che egli guarda a come l’identità ebraica e israeliana risponde a quanto accade, quali prospettive propone, e come si modifica nel corso di un tempo estremamente breve se calcolato in base al numero di anni, estremamente lungo e di straordinaria intensità se visto alla luce degli avvenimenti. Potremmo definirla uno sguardo illuminista, nel senso migliore del termine, sulla storia dello Stato degli ebrei. E credo che in questi tempi e con gli scenari che abbiamo di fronte ci sia davvero bisogno di uno sguardo simile.
La complessità di quello scenario che lo stesso V. D. Segre ha definito in un altro suo fortunato libro “Il poligono medio orientale” è davvero straordinaria. Egli riesce però a individuare con lucidità e sicurezza i nodi fondamentali: basta leggere il capitolo dedicato a “Lo Stato, la società globalizzata e il conflitto palestinese” per rendersene conto. Tuttavia credo che, forse, avrebbero meritato uno spazio e, soprattutto una importanza superiore due questioni diverse tra loro, eppure in qualche modo strettamente collegate: la questione demografica e il problema dell’acqua nella regione. Discutendo di scenari possibili nel 2050, a cui si accennava sopra, non si possono eludere queste due domande: quanti saranno i palestinesi, sia quelli del futuro Stato di Palestina sia quelli con cittadinanza israeliana, rispetto agli ebrei, e chi e come controllerà il flusso dei corsi d’acqua (l’oro bianco importante quanto e forse più dell’oro nero) .
V. D. Segre proprio all’inizio del primo capitolo esprime in maniera molto chiara la prospettiva generale con cui egli guarda a quanto si appresta a descrivere. Ed è una presa di posizione molto netta, che rimanda ad un grande pensatore del ‘900, che viene citato più volte nel libro, i cui scritti e le cui prese di posizione hanno fatto molto discutere, e cioè Y. Leibovitz.
“L’ebraismo impone agli ebrei un comportamento sacro e morale che si trova anche alla radice della sovranità israeliana. La sovranità è per natura amorale. Il che pone allo Stato nuovo e sovrano degli ebrei un dilemma di comportamento determinante per l’identità di una nazione che si vuole democratica ed ebraica”. Questa posizione è, per così dire, rafforzata della citazione di due testi della Torah: Es 19,6 “sarete per me un regno di sacerdoti e un popolo (goi) sacro” e soprattutto (Num 23,9): “Popolo che dimorerà solo e non avrà parte fra le nazioni”.
Su questo versetto V. D. Segre si sofferma, notando che il verbo usato per indicare il “far parte” è un hitpael che compare solo in questo passo e ricordando una interpretazione di M. Jastrow nel suo “Dizionario talmudico”: “Israele è un popolo che dimora solo; esso non cospira contro le nazioni”. E prosegue: “L’ipotesi che cercherò di sviluppare in questo libro è che il ‘non avere parte’ fra le nazioni non va inteso in termini di operazione, ma piuttosto di non partecipare al gioco di potere amorale tra le nazioni. Il rifiuto cioè di condividere regole di condotta che per la natura stessa del potere politico pongono gli Stati al di là del bene e del male. L’ebraismo in questo precede in certi sensi il concetto molto moderno dei diritti dell’uomo e del valore della moralità in politica”.
Il monoteismo etico come regola politica è sicuramente un grande ideale e un grande compito. Ci si può chiedere fino a che punto lo Stato di Israele sia riuscito ad applicare questo principio e fino a che punto le esigenze e le difficoltà storiche lo abbiamo indotto a comportamenti diversi. E credo ci si possa anche chiedere se questo non sia per lo Stato di Israele “l’impossibilità di essere normale”.

Nota: l’editore doveva avere davvero una gran fretta di mettere in circolazione il libro, per cui ha rinunciato ad una curatela editoriale attenta: solo nella pagina sopra citata il Dizionario di Jastrow è diventato ‘talmuddico’ e la conclusione del paragrafo parla di valore della ‘oralità’ in politica. Che il redattore avesse visto la sera prima un dibattito pre-elettorale su una tv italiana ?

Vittorio Dan Segre, Le metamorfosi di Israele,
Utet, pp. 222, euro 18

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