La canzone dimenticata

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Una malinconia tenera e struggente, ecco l’impressione di fondo che rimane dopo la lettura di questi brevi, intensissimi racconti. Scritti da uno degli ultimi autori che ancora oggi, ai nostri giorni, continua a scrivere (e direi a pensare, in senso pregnante) in yiddish. La sua scelta, di perpetuare attraverso la lingua il mondo scomparso della yiddishkeit, quando avrebbe potuto usare il russo, il tedesco, o il romeno, non è stata nostalgia (come dice W. Goldkorn nella sua introduzione), o perlomeno non è stata solo nostalgia, ma “è un modo per resistere” ed anche per rispondere all’esigenza che la coscienza ebraica si pone: zakhor, ricorda, come parte ineliminabile dell’esistenza.

J. Burg è nato a Czernowitz, capitale della Bucovina, ai piedi dei Carpazi, quando questa città apparteneva alla duplice monarchia, l’impero degli Asburgo. Metà della sua popolazione è costituita da ebrei. I quali parlano diverse lingue: alcuni diventeranno grandi poeti tedeschi, Paul Celan e Rose Auslaender. Altri sceglieranno lo yiddish come lingua in cui creare le loro opere, come Itzik Manger, che Goldkorn definisce il più grande poeta yiddish e uno dei più grandi in assoluto, e come Burg.
Le sue sono piccole storie di kleine mentshele, uomini e donne che non creano la grande storia, ma la subiscono, fino alle estreme conseguenze. Sono storie di persone semplici, di villaggi quieti sperduti nei boschi dei Carpazi, in cui gli ebrei sono boscaioli e zatterieri. Fino al giorno in cui le loro esistenze sono sconvolte dalla violenza inaspettata e inaudita, il loro mondo distrutto, le loro vite estirpate dal dilagare del male che attacca come una febbre maligna e trasforma il vicino in un boia spietato (questo è il tema di uno dei più intensi di questi racconti).
Ma sono pervasi anche da una grande dolcezza e da una grande tenerezza, quando parla di amicizie (molte, intense) e di amori (appena nati o a lungo cullati nel ricordo). Questi amori e queste amicizie sono tutti segnati dalla tragedia dello sterminio e vivono ora solo nella memoria dello scrittore, che è anche poeta ed amante della poesia (ed è evidente nella cifra della sua prosa). Ma il dolore è come filtrato, non tanto dalla lontananza, poiché la memoria vivifica il ricordo e lo rende presente, quanto dalla tenerezza con cui lo scrittore guarda a questi momenti, nella consapevolezza della loro irripetibilità.

Per mantenere viva la memoria di questo mondo Josef Burg ha scelto di scrivere in yiddish: una scelta di vita, dunque, tutt’altro che “museale”. Come è di vita la scelta di ritornare a vivere, dopo lunghi anni trascorsi nell’ Unione Sovietica dello stalinismo, nella sua città natale, che dopo essere stata rumena è oggi parte della Repubblica Ucraina: una scelta simbolica che coniuga in maniera inscindibile la vita e la creazione letteraria: non tutto è finito, non tutto è stato distrutto, ci sono ancora ebrei a Czernowitz, si parla e si scrive (e ad altissimi livelli come in questo caso) in yiddish, l’ebraico ritorna nella preghiera quotidiana e delle feste.
Se si volesse usare una metafora “stagionale” per definire la prosa di Burg, si potrebbe dire che essa si situa verso la fine dell’autunno nella sua regione, quando sugli alberi ci sono ancora foglie ormai rosse e si avverte già nell’aria l’odore della neve e l’ululare del vento. Ma, benché pallido e non più molto caldo, dietro la bruma compare qua e là il sole.

Nella prefazione Goldkorn ci invita a pensare a ciò che quest’uomo ha attraversato, la Shoah e la repressione staliniana, il gelo del comunismo e lo squallore del nascente capitalismo. Non concordo però con lui quando afferma che la scrittura bella, intensa, desolante di questi racconti, trasmette la mancanza di ogni speranza. Che la scrittura di Burg sia bella e intensa, giocata com’è su vari registri di memorie che si fondono con la leggenda di Czernowitz, è fuori discussione. Ma la malinconia con cui egli guarda alle vicende che racconta, ai boschi e ai fiori dei Carpazi, alla stagione della grande poesia yiddish, ai piccoli gesti di uomini e di donne, ignari della marea bruna che di lì a poco li spazzerà, non gridano di disperazione. Sono invece un segno per chi li rivive scrivendoli e per chi li ripercorre leggendoli, che, nonostante tutto è possibile dare un senso a queste piccole cose, che non sono state vane, proprio perché si può ricordarle. Sono un segno che alla fine la barbarie è stata sconfitta, che è possibile ritornare a Czernowitz.
Ed un segno in questo senso è anche la lingua: lo yiddish, che è un elemento importante, anzi fondamentale, anche degli stessi racconti. In molti di essi, infatti, ritorna il tema della lingua, quella parlata, ma soprattutto quella scritta, la cui vitalità, il cui essere parte integrante e fondamentale dell’identità dell’ ebraismo europeo – orientale, sono riaffermate con forza, quasi con testardaggine, di fronte al tedesco, al russo, al polacco, al lituano… come nella narrazione di un esame universitario di linguistica che l’autore sostiene con un docente, discendente dell’antica nobiltà austriaca. Quando il docente gli chiede quale sia la sua lingua materna (quante ce n’erano nell’ impero bicefalo!), egli risponde “lo yiddish, professore”. E il professore risponde, non con il trito “lo yiddish è solo un tedesco corrotto” , ma dicendo al giovane studente ebreo qualcosa di inaspettato: “Yidish, junger fraint, iz a losh beazmoy” , lo yiddish, giovane amico è una lingua a sé.
Non bisogna dimenticare che Burg ha vissuto, e in prima persona, una grande stagione della letteratura yiddish: narrativa, poesia, teatro e cinema. Una stagione caratterizzata anche da grandi dibattiti sul ruolo e sulle caratteristiche della letteratura, dal confronto con le avanguardie europee, dall’impatto con la politica. E questi elementi ritornano nei racconti di Burg, come temi, ma anche come citazioni, specialmente di poesie, che egli inserisce talora nell’ordito narrativo, sempre segnato da una intensa vena autobiografica.
Dobbiamo dunque ringraziare, ancora una volta l’editrice Giuntina, per aver scoperto e proposto al pubblico italiano più vasto uno scrittore di grande qualità ed al tempo stesso una testimonianza preziosa.

“Scendo verso il fiume come verso il mio ieri sparito. Il vento canta nei boschi tutt’intorno. Da lontano porta qui i suoi rumori. E mi sembra le melodia della mia canzone dimenticata, che no ho mai smesso di cercare, sulle confuse strade della mia vita.”

JOSEF BURG, LA CANZONE DIMENTICATA, racconti yiddish, La Giuntina, pp. 143, euro 14,00

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