Jorge Semprùn: «Ero diventato un altro per rimanere in vita»

Libri

di Marina Gersony

Si può sopravvivere a un’esperienza devastante come quella dei campi nazisti? Ma soprattutto, è mai possibile descrivere le emozioni e l’intimo sentire di chi è uscito “vivo” da quell’inferno, dove la vita stessa era sinonimo della fine di tutto e di morte?
È il tema centrale de La scrittura o la vita di Jorge Semprún, edito da Guanda. Nato a Madrid nel 1923 e deportato come resistente francese, Semprún rielabora attraverso la scrittura un’esperienza esistenziale sconvolgente. Non si tratta di una ricostruzione di quanto già tristemente noto, bensì di una riflessione che oltrepassa la tragicità dei fatti per concentrarsi sugli aspetti più reconditi della natura umana.
«Nel 1947 avevo abbandonato il progetto di scrivere. Ero diventato un altro per rimanere in vita». Reduce da Buchenwald, l’allora giovane Semprún si trovò di fronte a un conflitto esistenziale: rielaborare e raccontare l’inferno vissuto nel lager che alla morte costantemente riconduce (sì, perché nel lager la morte si viveva) oppure immergersi in una “vita vera”, e quindi vissuta all’insegna dell’impegno politico, dell’amore ma anche di una banale rassicurante routine?
La scrittura o la vita è la storia di questo dilemma e al tempo stesso ne è la soluzione. Come Primo Levi, nonostante i vissuti assai diversi, anche nelle riflessioni di Semprún riaffiora la stessa eterna e terribile domanda: come sarà possibile far credere agli «altri» che un tale scempio sia stato commesso?

Jorge Semprun, La scrittura o la vita, Guanda, trad. Antonietta Sanna, pp. 304, € 19,00

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