Il filo d’oro che ricuce la memoria: sulle tracce di una sorella perduta

Libri

di Marina Gersony

Esther Safran Foer alla ricerca del passato. Una bugia, un mistero, ricordi frammentati, vecchie fotografie sbiadite dal tempo.
Da questi elementi, Esther (madre dello scrittore cult Jonathan) parte alla scoperta  di un passato dal quale non si può prescindere…

 

«Sul mio certificato di nascita si legge che sono nata l’8 settembre 1946 a Ziegenhain, in Germania. Il giorno è sbagliato, la città è sbagliata e la nazione pure. Ci ho messo anni a capire come mai mio padre si era inventato quelle bugie. E come mai, ogni anno, il 17 marzo mia madre entrava in camera mia e mi dava un bacio sussurandomi: “Buon Compleanno”. Rimettere insieme i frammenti della mia storia famigliare è stata l’impresa della mia vita. Sono figlia di sopravvissuti all’Olocausto e questo, per definizione, implica vicende tragiche e complicate […]. I miei genitori erano restii a parlare del passato e io avevo imparato ad aggirare gli argomenti delicati».
Inizia così il libro uscito in questi giorni nelle librerie italiane firmato Esther Safran Foer, un cognome che rievoca subito il ben più noto Jonathan, suo secondogenito nonché scrittore di bestseller che non ha certo bisogno di presentazioni (Voglio sappiate che ci siamo ancora; Sottotitolo: La memoria dopo l’Olocausto; editore Guanda; pp. 288; € 18,00). Esther, per anni a capo del centro di cultura ebraica Sixth & I, vive a Washington con il marito Bert. Insieme, oltre a Jonathan, la coppia ha altri due figli, Franklin e Joshua e sei nipoti. Figlia di genitori immigrati negli Stati Uniti dopo essere sopravvissuti allo sterminio delle rispettive famiglie, l’autrice racconta – e in un certo senso completa – una vicenda famigliare che molti di noi conoscono: la storia di un viaggio immaginoso descritto nel primo e fortunato romanzo dell’allora esordiente Jonathan Safran Foer, Ogni cosa è illuminata, pubblicato nel 2002 e da cui è stato tratto l’omonimo film nel 2005. Il romanzo – oggi considerato un vero e proprio cult – si ispirava alla vicenda personale dell’autore che nel 1999 viaggiò in Ucraina per fare ricerche sulla vita di suo nonno vissuto nello shtetl di Trachimbrod, distrutto dai nazisti durante la guerra e in seguito scomparso dalle mappe; un viaggio aggrappato ai fili della memoria impregnati di vita vera, storie d’amore, vicende tragiche e farsesche per rileggere il passato e illuminare il presente.
Deve essere un’ossessione vera e propria la memoria per i Safran Foer, dove diversi membri della famiglia, ognuno a modo suo, sono fortemente impegnati a ricostruire vite e vissuti di antenati passati attraverso persecuzioni, guerre, fughe, morte e orrori. Lo conferma la stessa Esther già nelle prime pagine del romanzo che fanno da preludio a una storia avvincente, toccante, corredata di fotografie e che si legge tutta d’un fiato. «È un’ossessione di famiglia – scrive –. Magari genetica, chi lo sa». Oltre a lei e a Jonathan, si scopre infatti che anche il fratello minore Joshua ha vinto il campionato mondiale di memoria nel 2006 scrivendo un libro dal titolo paradigmatico Ricordare tutto… Così come il fratello maggiore Frank, a sua volta scrittore e storico, è intervenuto a una conferenza a Kiev, in Ucraina, sul tema: Può la memoria salvarci dalla storia? Può la storia salvarci dalla memoria?
Pagina dopo pagina è palpabile la necessità dell’autrice di mantenere vivo il passato, una presenza incombente e costante nella sua vita ma a cui era vietato dare un nome; la necessità di capire e di scoprire quello che parenti e sopravvissuti avevano tenuto nascosto per anni. Perché il trauma dell’Olocausto, è cosa nota, si tramanda da una generazione all’altra, anche per chi non ha vissuto direttamente gli eventi: «Non è dato stabilire se suscitino un desiderio di saperne di più o di mettere a tacere il passato», osserva l’autrice. Genug shoyn, basta così, Genug, è la risposta tranchant che le dà sua madre quando Esther le pone delle domande. Troppo doloroso ricordare. Esther però non si dà tregua, insiste, fa parte di chi vuole sapere ad ogni costo, qualunque sia la sofferenza che la conoscenza comporta. Decide così di setacciare ogni database disponibile online e di catalogare in un archivio più informazioni possibili. È tutta materia preziosa. La sua ricerca minuziosa e testarda la porta a scovare storie sepolte di parenti di cui aveva perso le tracce, volti sbiaditi eppure stranamente famigliari. La speranza è di trovare delle informazioni sulla nascita e sulla morte di una sorella di cui ignorava l’esistenza. Una sorella sconosciuta che si materializza all’improvviso quando sua madre si lascia sfuggire che sì, una sorella esisteva davvero. Un errore involontario o un bisogno impellente di riportare a galla verità nascoste? Chi lo sa. L’inconscio può fare scherzi improvvisi. Esther non ha più tempo da perdere. Deve recuperare un passato che fa parte della sua vita, ricomporre la sua identità frammentata da perdite antiche e lutti mai elaborati. Decide di ingaggiare degli investigatori in Ucraina; si fa in quattro per analizzare delle vecchie foto avvalendosi perfino di un agente della FBI. Chissà, forse le foto potranno rivelarle quanto le era stato occultato. Parte così alla ricerca dei luoghi in cui aveva vissuto e si era nascosto suo padre durante la guerra e delle tracce della sorella sconosciuta. (Il padre era il famoso nonno di suo figlio Jonathan in Ogni cosa è illuminata). A guidarla – come fece Jonathan – è soltanto una vecchia foto in bianco e nero e una mappa disegnata a mano. Esther sa che ricomporre questo puzzle le concederà finalmente la possibilità di ritrovare se stessa e le sue radici.
Si è parlato molto in questi anni di Post Memoria, ossia dell’urgenza delle seconde, terze (e ormai quarte) generazioni di affrontare temi già ampiamente indagati e tuttora dolorosi. Perché la Guerra e l’Olocausto sono sempre presenti nella coscienza di ogni ebreo a tutte le latitudini. Forse, più che risposte, i ricercatori della Post Memoria cercano nuove chiavi di lettura per dimostrare che la memoria si può mantenere viva senza che sia museificata o che diventi una sorta di contemplazione istituzionalizzata, svuotata e narcisistica del passato. «È stato detto che gli ebrei sono un popolo astorico, più interessato alla memoria che alla storia. Un fatto curioso: nella lingua ebraica manca una parola precisa che connoti la storia: Zikaron e zakhor, usate al suo posto si traducono “memoria”. La parola “storia” dell’ebraico moderno deriva dal termine inglese, che deriva a sua volta dal greco istorìa. La storia è pubblica. La memoria è personale. Riguarda racconti ed esperienze selezionate La storia è la fine di qualcosa. La memoria, l’inizio», scrive Esther Safran Foer.
È molto denso, scorrevole, ricco di aneddoti e di riflessioni questo romanzo in cui è facile immedesimarsi e trovare spunti e vicende comuni.
Un libro che contiene un messaggio forte e chiaro già nel titolo stesso: Voglio sappiate che ci siamo ancora. Un titolo che è anche un pro-memoria vitale, necessario e fondamentale ogni qual volta si ripresentino rigurgiti di odio e di antisemitismo purtroppo ancora presenti ai giorni nostri. Scrive Esther: «Ero partita alla ricerca di uno shtetl che, a detta di tutti, non esisteva più. Ma volevo saperne di più su mio padre. Su mia sorella. Così i miei antenati avrebbero avuto la certezza che non li avevo dimenticati. Che ci siamo ancora».

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