Il dizionarietto della lingua sacra sulle labbra degli uomini. Quando l’ebraico è indispensabile per capire il pensiero

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di Ugo Volli

[Scintille. Letture e riletture] Lo ammetto, è una passione un po’ perversa, ma a me piacciono molto i vocabolari e i dizionari, soprattutto quelli che non contengono solo la nuda traduzione delle parole fra due lingue, che risulta sempre imprecisa, ma si sforzano di aggiungere qualche spiegazione, degli esempi, un po’ di etimologia, una discussione sugli usi diversi delle parole ambigue, che sono tantissime.

Non essendo io particolarmente dotato per le lingue, mi sembra che i dizionari mi aiutino ad andare al di là della funzione ovvia e importantissima della traduzione – di permettere la comprensione di persone e testi che non si esprimono nella lingua materna-. Mi sembra cioè di arrivare al punto in cui la lingua è pensiero, immagine del mondo; anzi al punto di vedere immediatamente come le diverse lingue sono espressione di intuizioni diverse sulla realtà, contengono insomma filosofie, metafisiche, teologie diverse. Guardare ai vocabolari ci permette di comprendere meglio allo stesso tempo il modo di pensare degli altri e di noi stessi, di scoprire condizionamenti di cui non ci eravamo accorti e possibili altri schemi di pensiero. Questo vale anche per lingue che conosciamo e si applica dunque anche agli ebrei della diaspora, che da un paio di secoli in genere parlano prima la loro lingua nazionale (per noi l’italiano) e poi poco o tanto di ebraico. La differenza fra le due lingue è grande, tanto nell’organizzazione sintattica (si pensi al sistema dei tempi, delle radici, delle costruzioni o binyanim) quanto ovviamente nel lessico e nella sua organizzazione (per fare solo l’esempio più banale, basta considerare la ricchezza di senso che si nasconde dietro a davar, che può voler dire “parola”, “cosa”, e molto altro ancora).

Sono stato molto contento dunque di leggere, pagina dopo pagina il Dizionarietto di ebraico firmato da Marco Bertagna, un informatico dell’Università Cattolica di Brescia e dall’ebraista Massimo Giuliani e pubblicato dall’editrice Morcelliana. C’è un po’ di confusione nel titolo, che online si trova come l’ho scritto, con l’articolo minuscolo, il sostantivo “dizionarietto” maiuscolo e l’indicazione dell’ebraico ancora minuscola; in più la copertina riporta con più evidenza, in lettere ebraiche e latine (con l’antipatica trascrizione fonetica) un altro titolo, e cioè Bereshit, che non compare nel frontespizio e neppure come voce del testo (bisogna cercare reshit per trovare menzionata questa parola, che è la prima della Genesi e significa più o meno “in principio”). Nel frontespizio poi c’è un sottotitolo (“Lingua divina sulle labbra degli uomini”) e all’inizio del lemmario un’altra definizione (“Dizionarietto di ebraico per filosofi”). Non sto facendo l’ipercritico, credo che queste oscillazioni nel titolo indichino una certa larghezza e ambiguità di obiettivo.

Non si tratta infatti di uno di quei repertori della lingua d’uso che un turista possa usare per cavarsela nella vita quotidiana, anche se talvolta ci si imbatte in parole moderne, addirittura molto legate alla vita contemporanea come El Al (il nome della linea aerea) o Likud e Avodà (i partiti politici). E neppure è un lessico della filosofia occidentale in ebraico: incontriamo zehud (identità) e mahut (essenza), ma non i calchi di vocaboli tecnici occidentali quali sillogismo, estetica, positivismo, assioma ecc. E probabilmente è giusto così. Ci sono piuttosto molte tracce del lessico biblico e talmudico, del linguaggio liturgico e religioso (la “lingua divina” e in generale del pensiero ebraico, che certamente dovrebbero affascinare i filosofi occidentali, almeno quelli interessati all’ebraismo). Perché anche da questo spaccato molto succinto del vocabolario ebraico (a un calcolo approssimativo risulta un po’ meno di un migliaio di voci, abbastanza spesso articolate per esempi d’uso), risultano con evidenza le caratteristiche che rendono così densa quella che nella tradizione è chiamata “lingua di santità”.

Innanzitutto vi è lo spessore storico, che accosta espressioni bibliche che contano decine di secoli con usi moderni, parole aramaiche ed ebraiche e tratte a suo tempo da invasioni e contatti culturali. Poi non si possono non notare i fitti rimandi lessicali dovuti alla presenza attiva della struttura delle radici, che ci sono anche nelle lingue indoeuropee come l’italiano, ma in maniera assai meno sistematica e meno percepita. Così, per fare un esempio fra i moltissimi possibili, il Dizionarietto sottolinea il legame evidente al parlante ebraico e altamente significativo fra Ahariut, che significa responsabilità e aher, che indica l’altro; mentre nelle lingue europee “responsabilità” ha a che fare con “risposta”, in particolare con il rispondere delle proprie azioni; ma è difficile che questo nesso sia sottolineato. Perciò hanno ragione gli autori a notare incidentalmente che il senso profondo di certe affermazione di filosofi ebrei del Novecento, come Lévinas e Rosenzweig si scopra solo pensando al riferimento ebraico di certe espressioni usate.

E del resto nel corso del pensiero ebraico, già nella Torah e poi nel Talmud e nei pensatori successivi, le spiegazioni concettuali e perfino fattuali derivanti da accostamenti di parole sono frequentissime. Molte voci esplicitano questa rete di rimandi, altre sono semplici traduzioni, ma seguendo la rete dei rimandi si arriva presto a immergersi nel magnifico labirinto del lessico ebraico, che è già pensiero. Certo, un indice completo delle espressioni ebraiche (che spesso sono solo citate incidentalmente) e magari anche uno delle traduzioni italiane aiuterebbe; ma non si può pretendere troppo da un’opera che si presenta con un diminutivo (“dizionarietto”) e ha chiaramente un intento didattico. Ma che certamente potrebbe trovare utilmente posto nella biblioteca di tutti gli ebrei italiani. Perché la tradizione vuole che anche studiare l’alfabeto sia un atto di appartenenza e quasi una preghiera.

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