Il baricentro dell’enorme costruzione del pensiero ebraico sta nell’incessante costruzione della halachà

Libri

di Ugo Volli

[Scintille. Letture e riletture] Spesso, parlando con amici non ebrei interessati alla nostra cultura, capita di sentirsi interrogare su grandi temi come la struttura dell’universo o l’oltretomba.

Altrettanto spesso si vede che per pensiero ebraico essi intendono le elaborazioni di Lévinas o di Buber, Scholem o Cohen, che sono tutti certamente esempi importanti di filosofie non solo elaborate da ebrei, ma centrate su temi ebraici. Quel che di solito pochi, anche fra gli ebrei più interni alla cultura occidentale contemporanea, capiscono è che il baricentro dell’enorme costruzione del pensiero ebraico non sta nelle speculazioni metafisiche e neppure nell’etica del dialogo o nelle affascinanti leggende chassidiche, ma nell’incessante costruzione della halachà, cioè la legge ebraica o più letteralmente “la via” o il retto “cammino” alla vita buona, che da venti secoli e passa si sforza di precisare col ragionamento le disposizioni bibliche e di applicarle alle mutevoli circostanze politiche, economiche, sociali e tecnologiche della vita ebraica.
Aggiornare un codice, anche se si estende al campo civile, a quello penale, liturgico, familiare, etico, economico, medico eccetera, può sembrare un lavoro molto più umile e meno interessante della filosofia teoretica o della teologia. Eppure l’ebraismo è vissuto nei secoli di questa continua attenzione a definire come ci si dovesse comportare e a motivarlo razionalmente sulla base dei principi esemplificati nella Torà e nel Talmùd, e dei precedenti codificati dalla tradizione.

Migliaia e migliaia di studiosi, ragionamenti sofisticati e complessi si sono dedicati a questo compito, elaborando un pensiero articolato e consapevole, talvolta sistematizzandolo in grandi trattati come il Mishné Torà di Maimonide o lo Shulchàn Arùch di Yoseph Caro. Ma lo strumento più diffuso e quotidiano di questo lavoro sono stati e sono ancora i responsa (Sheelot u Tshuvot) delle autorità rabbiniche, i decisori (poskìm) che si assumevano la responsabilità di risolvere dubbi, affrontare temi e occasioni nuove, dipanare contraddizioni. È difficile per un profano, soprattutto se non legge alla perfezione l’ebraico in cui sono scritti, conoscere questi testi e anche capire i temi su cui i maestri discutono e gli argomenti che sono impiegati. Per questo, anche al di là dei problemi concreti affrontati è molto interessante leggere un libro pubblicato da poco presso l’editore Belforte di Livorno da Rav Alberto Somekh, intitolato Sheal na: domanda!, che commenta una ventina di responsa di grandi rabbini del nostro tempo. Si parla di corride, che gli ebrei non devono frequentare per il rispetto dovuto agli animali, di telefonate agli ammalati, che non bastano a attuare l’obbligo di visitare gli infermi, di fumo e della possibilità di introdurre armi in sinagoga, di soldi trovati in un taxi e del divieto di fumare… Ma quel che conta è il processo intellettuale che porta alle decisioni riportate, lo stile di pensiero che ha le sue radici nel Talmùd e che ancora segna profondamente l’identità ebraica anche sul piano del pensiero.

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