Haim Baharier legge la Genesi

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Controverso, secondo alcuni provocatorio, secondo altri profondo. Il pensatore Haim Baharier non fa l’unanimità: si è conquistato salda stima da parte di coloro che amano ascoltare le sue lezioni e le sue analisi bibliche, ma anche perplessità da parte di chi non si riconosce nella sua maniera di insegnare e di interpretare.
Baharier è in ogni caso un ebreo milanese che gode ormai di una forte immagine pubblica. Appare sui giornali e riempie la grande sala del teatro Dal Verme di un pubblico che paga il biglietto per ascoltarlo in un ciclo di lezioni sulla Genesi aperto a tutta la cittadinanza, organizzato dal Teatro Franco Parenti per tutte le domeniche di febbraio.
Che ci senta convinti o meno delle sue iniziative, la serie di lezioni ha dimostrato di rappresentare in ogni caso un fatto significativo per la vita culturale milanese.
Ecco un resoconto della giornata inaugurale del suo ciclo da parte di una partecipante. (g.v.)

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Haim Baharier è considerato uno tra i principali studiosi di ermeneutica biblica e di pensiero ebraico in Italia. È stato allievo dei filosofi Emmanuel Levinas, Leon Askenazi e del Rabbi Israel di Gur.
Baharier ha tenuto al teatro Dal Verme di Milano, nell’ultima domenica di gennaio la sua prima lezione di un ciclo che ne prevede cinque, sulla Genesi, il primo libro della Torah.
Nel corso della sua prima lezione ha commentato il primo e il sedicesimo versetto della Genesi.
Nell’analisi del primo versetto. Baharier ha sottolineato come nel testo della Torah venga pronunciata innanzitutto la parola Principio rispetto alla parola Creatore. Infatti viene riportato che a lungo gli studiosi del Talmud si sono interrogati sull’ordine che è stato assegnato a queste parole. Alla fine si è ritenuto che il nostro maestro Moshe abbia così riportato, poiché nella parola inizio è già presente il concetto di Creatore.
Poi Baharier si è soffermato a lungo sul sedicesimo versetto: “L’Eterno fece i due grandi luminari, il luminare maggiore per governare il giorno e il luminare minore per governare la notte, e le stelle.”
Lo studioso ha spiegato che il Creatore, agendo come un artista ha creato il sole e la luna.
La luna secondo la tradizione ebraica protestò per la sua condizione, poiché tra i due luminari creati appariva come meno importante del sole. Il Creatore le ordinò così di rimpicciolirsi. La luna protestò ulteriormente per la sua condizione di inferiorità e il Creatore le rispose che rispetto al sole era presente di giorno e di notte. Questa argomentazione non consolò la luna, che replicò che nessuno si serve della luce della luna durante il giorno. La luna mantenne in se stessa un senso di protesta per l’ingiustizia subita della sua piccolezza voluta dal Creatore.
In queste simbologie la luna rappresenterebbe simbolicamente l’identità ebraica. Il sole invece, l’identità della cultura dominante greca e occidentale in genere. La luna esprime tutta la piccolezza e la claudicatio caratteristica del popolo ebraico e diffusa all’intera umanità, che nel suo tribolato percorso può entrare in contrasto con l’alterità senza tuttavia avere mai la volontà di annullarla.
La condizione della luna è uno stato di opposizione alla rassegnazione, uno stato che rimane sempre progettuale nella sua esistenza.
Proprio per la fratellanza che esiste tra l’identità ebraica e la luna, è tradizione che il calendario ebraico segua il ciclo lunare.
La lezione di Haim Baharier è stata completata dalla musica Olek Mincer, che accompagnato da Corrado Fantoni al pianoforte ha cantato il niggun di Cracovia. Una melodia senza parole molto diffusa nel mondo hassidico. Il niggun di Cracovia ben rappresenta la luna e l’identità ebraica che nonostante la drammaticità della sua sofferenza fa intravedere la possibilità se non addirittura la necessità di un percorso progettuale.

Baharier ha poi dedicato la sua seconda lezione sulla Genesi, al
commento del 6° versetto. La lezione è cominciata con una
premessa, espressa mediante uno racconto yiddish, secondo la
quale il pensiero nella tradizione ebraica ha un peso enorme e comunque
molto superiore rispetto alla parola.
Siamo nell’Ucraina del ‘700, e un contadino molto povero ha la grande
preoccupazione di riuscire a mettere insieme la dote per il matrimonio
dell’unica figlia. L’unico bene che possiede è un piccolo tacchino. Il
contadino investe tutte le sue energie per nutrire e far crescere
questo tacchino. Il tacchino cresce a dismisura. Un giorno il contadino
si reca finalmente al mercato del borgo più vicino deciso a vendere il
tacchino, ma non ha la più pallida idea di quanti soldi chiedere
per l’animale.
Si aggira per il mercato e finalmente vede un banchetto
con dei pappagallini che costano tre rubli l’uno. Sollevato prepara il
proprio banchetto su cui espone orgoglioso il proprio tacchino. Il
compratore non si fa attendere a lungo e dopo aver esaminato l’animale
si informa del prezzo. Il contadino risponde che il valore del tacchino
è di trenta rubli. Il potenziale acquirente molto indignato per
l’esosità della richiesta mostra al contadino i pappagallini del banco
adiacente che costano solo tre rubli. Il contadino per nulla
scoraggiato replica che il suo tacchino è molto più grande e più
pesante. L’uomo, deciso, ribatte che i pappagallini parlano. A questo
punto, molto tranquillamente, il contadino conclude dicendo che per contro il suo
tacchino pensa.
Avigail, figlia di Baharier ha in seguito letto il 6° versetto “vi sia un firmamento in mezzo alle
acque… “. Viene quindi creato il firmamento. Il firmamento in ebraico viene espresso dalla parola “rakia”. Se si prende questa parola e la si inverte, si ottiene la parola “ikar” che vuol
dire essenziale. L’essenziale nel nostro linguaggio quotidiano indica
la moralità, l’etica, la nostra verità. Il contrario di essenziale è
flessibile. È proprio la nostra flessibilità che ci permette di
cambiare responsabilmente opinione. Di decidere di volta in volta la
posizione e l’ordine delle cose. Il Creatore ci narra qualcosa
attraverso la creazione. Ci comunica la responsabilità del nostro
linguaggio. Il linguaggio della vita quotidiana che può ferire e
distruggere, fondamento della comunicazione con l’altro.
Nella Torah è
presente ricorrentemente una parola composta da tre lettere. La parola
“emet” che significa verità. La prima lettera di questa parola ebraica
è “alef” prima dell’alfabeto, l’ultima lettera è “tav”, ultima
dell’alfabeto. La lettera “mem” mediana nell’alfabeto ebraico,
rappresenta la possibilità di comunicazione e quindi di condivisione.
La verità di ciascuno di noi non deve permettere l’isolamento in
gruppi e in fazioni. La Torah così si esprime: “non vi separerete”.
La
verità del singolo deve essere condivisibile da tutti e deve comunque
permettere la comunicazione reciproca.
Manuela Cantoni ha infine cantato il verso 4 del Salmo 93 e lo stornello della comunità di
Sannicandro. Baharier ha quindi invitato tutti i presenti alla prossima
lezione, nel corso della quale, come lui stesso dice, usciremo insieme
dall’Eden.

“Dove sei?” Baharier ha proposto nel suo terzo incontro il terzo versetto
della Genesi. Adamo ed Eva nel giardino dell’Eden hanno mangiato il frutto
della conoscenza. Adamo appare timoroso. Ha pensato di poter raggiungere la
conoscenza semplicemente mangiando un frutto, senza un reale percorso
conoscitivo. “Dove sei?”, domanda l’Eterno ad Adamo.
L’oratore ha
raccontato una storiella hassidica: un bambino corre dal nonno piangendo. Tra
le lacrime continua a ripetere “non è giusto”. Il nonno tenta in tutti i modi
di consolare il bambino e infine gli chiede che cosa non sia giusto. Il
bambino disperato tra le lacrime racconta che giocando a nascondino con gli
amici si era nascosto così bene che i compagni di gioco non erano riusciti a
trovarlo e si erano ad un certo momento stancati di cercarlo. Anche il Dio di
Israele ha continuato Baharier si è nascosto così bene che nessuno lo cerca
più. Adamo quando è ancora solo non vede futuro, non vede la possibilità di
incarnare l’essere per sempre.
La Torah insegna che il creatore fece cadere un
torpore sull’uomo che si addormentò e gli prelevò una costola con la quale
costruì una donna. A questo punto Baharier continua la sua spiegazione
ricorrendo alla ghematria, il metodo di studio che si basa sul valore numerico
di ogni lettera dell’alfabeto ebraico. Torpore e traduzione hanno lo stesso
valore numerico. Tradurre vuol dire far convivere due significati antagonisti
senza che entrino in guerra. Tradurre senza ledere. Il torpore rappresenta la
possibilità di tradurre. La prima regola della traduzione è la costola. Il
verbo in ebraico che ha la stessa radice di costola è claudicare, condizione
fondamentale per portare avanti la comunicazione.
La claudicanza dell’umanità
è il vedersi claudicare nell’altro, soffrire nell’altro. È necessario far
coesistere le diverse interpretazioni.
Un midrash racconta che Abramo fermato
dal creatore mentre sta per stendere la mano contro Isacco vuole spiegare le
sue ragioni. Secondo il racconto Abramo protesta vivamente poiché ha sempre
ubbidito ad ogni richiesta e trova incongruente il nuovo comando che gli
ordina di non colpire il figlio. Coesistono tredici livelli di interpretazione
biblica. È necessario interpretare quando è in gioco la propria dignità.
Interpretare equivale ad urlare la propria indignazione. Senza manifestazione
del dolore non vi è la possibilità di ascoltare la fine voce di silenzio.
Bisogna indignarsi come ha fatto Abramo. È proprio il silenzio degli esseri
umani che soffoca la voce divina.
E quindi torniamo al frutto della
conoscenza. Adamo non ha capito che l’albero della conoscenza non gli poteva
dare nulla. Tuttavia ci sono cadute che sono delle reali opportunità per
ricominciare un percorso.

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