Tra crimini e misfatti, storia di una passione chiamata Keyla

Libri

di Fiona Diwan

Strappato all’oblio, seppellito nel buio di un archivio esce, dopo 50 anni, un incredibile inedito di Singer. E giunge a noi dopo un’appassionante caccia al manoscritto che nasconde
un mistero. Ne parla la curatrice, Elisabetta Zevi

Sciupafemmine irresistibili e promettenti studenti di yeshivà. Prosperose mezzane e rabbini curvi su pagine di Talmud, ladruncoli e suffragette. E ancora: ragazze di buona famiglia ebraica pronte a battersi sulle barricate per l’eguaglianza sociale e prostitute pentite, meretrici dall’abbagliante bellezza in cerca di una vita perbene. Dalla passione d’amore al rimpianto per una purezza irraggiungibile, passando per il catalogo variegato delle passioni umane (ivi compresa l’omosessualità): eccolo di nuovo Isaac Bashevis Singer che riappare nella sua leggendaria via Krochmalna e che ci porta a spasso col naso all’insù nei vicoli maleodoranti di Varsavia e della New York degli immigrati.
Incandescente, bruciante, la sua scrittura rivive oggi in Keyla la Rossa, un imperdibile romanzo inedito del grande scrittore premio Nobel nel 1978, in uscita in Italia in anteprima mondiale e giunto a noi dopo 50 anni di oblio, seppellito nel buio di un archivio.

La casa editrice Adelphi mette così a segno un altro colpaccio editoriale, (dopo quello de La Famiglia Karnowski), arrivando addirittura a anticiparne, di qualche mese, l’uscita in francese, prevista per il 2018. L’edizione inglese non è ancora programmata. Un’avventura editoriale unica e insolita. «Conoscevo l’esistenza di un romanzo inedito di Singer, una gangster-novel citata nella monografia The hidden Singer, di Seth Wolitz, dove se ne pubblicava persino un assaggio, l’intero secondo capitolo. La caccia al manoscritto inizia nel 2016. Vengo a sapere che gli eredi hanno deciso di riprendere in mano gli inediti dell’illustre nonno, e che intendono dare Yarme un Keyle (questo il titolo originale del romanzo), in anteprima all’editore francese Stock per cederlo solo in un secondo momento all’editore americano Farrar Strauss. Come potevo convincerli a darlo a me? Ho preso contato con Meirav Hen, nipote di Isaac Bashevis, che gestisce i diritti mondiali delle opere del nonno assieme ai fratelli, e abbiamo fissato un incontro a Tel Aviv nell’ottobre scorso. Durante il nostro piacevolissimo incontro, mi ha spiegato che con Yarme un Keyle volevano testare il mercato per capire se il tema non fosse troppo indigesto e urticante. E che non volevano esordire subito col mercato anglofono. Ho raccontato allora a Meirav Hen del caso letterario de La Famiglia Karnovski, di Israel Joshua Singer, un long seller italiano da 100 mila copie vendute: mi sono soffermata sulla storia di Adelphi, sul nostro catalogo prestigioso, sulla qualità della curatela che dedichiamo ai libri e sulla passione per il nostro lavoro. Alla fine ha accettato», spiega Elisabetta Zevi, editor senior di Judaica per Adelphi e curatrice del romanzo. A questo punto ecco che prende il via un percorso alla Pollicino, all’inseguimento dell’originale giusto, tra l’iniziale versione yiddish e una zoppicante traduzione inglese, e poi microfilm, fotocopie, manoscritti e raccolte di vecchi numeri del Forwerts. L’Archivio Singer a Austin in Texas conservava un dattiloscritto della traduzione inglese eseguita dal nipote Joseph Singer (figlio del fratello Israel), non ancora quella riscrittura vera e propria a cui abitualmente Singer sottoponeva le proprie opere, che non a caso chiamava “il mio secondo originale”.
Inizia così un lavoro certosino, da detective, che porterà la Zevi alla pubblicazione finale, a un rinnovato incontro con il grande scrittore e con i suoi temi più potenti.
Naturalizzato americano nel 1943, questo polacco di New York non smetterà mai di evocare gli stessi dybbuk, lo stesso Dio, lo stesso umorismo disperato, le stesse ferite per l’assassinio del proprio mondo. Anche in Keyla la Rossa, passato e presente, per Singer, camminano a braccetto. «Ritorno sempre là, in via Krochmalna», ripeteva.

Singer detestava che lo si paragonasse a Chagall e aveva ragione. I loro mondi non potrebbero apparire più lontani; eppure, per anni, i due artisti hanno patito un’associazione indebita. Singer trovava folkloristico Chagall, una sensibilità troppo lontana dalla sua e da quella deriva metafisica che lo portava a raccontare personaggi lacerati, imprigionati in una battaglia spirituale senza vinti né vincitori. Singer cercava nelle profondità salmastre di un barile di aringhe il dialogo con se stesso e con Dio, la fine di un estenuante combattimento interiore, le ombre di un mondo di fantasmi scomparso nella Shoah. E inseguiva inutilmente l’illusione di mettere pace tra lo Yetzer haRà e lo Yetzer haTov, tra cielo e terra, tra inferno e redenzione. Un pessimismo allegro, sempre in bilico tra il tallet di preghiera e il carnet di ballo, tra il tavolo della casa di studio e quello di una sala da caffè. Anche in questo inedito, Singer gira sempre intorno agli stessi temi. Quello del tradimento, in particolare. Qui, tutti tradiscono tutti: in questa corte dei miracoli, tra i dannati del ghetto, Yarme tradisce Keyla, Max si prende gioco di ogni persona, Bunem abbandona la propria famiglia… Tutto è doppio, mendace, bugiardo. La devozione si rovescia in sacrilegio, ciò che è santo scivola nel diabolico. Noi stessi siamo il nostro peggior nemico, ci ricorda Singer. Com’è stato possibile che i figli di Israele diventassero gli uomini di Sodoma e Gomorra? Dove si annida il fallimento morale? E come potrà, dall’America, giungere la salvezza, un Paese che è la sentina dell’assimilazione, madre di tutti i vizi? In Keyla la Rossa c’è tutto questo, pagine impastate con la farina del miglior Isaac Bashevis.
Ma allora perché nel 1977 Singer decide di NON pubblicare il romanzo, ma nel contempo lo fa tradurre in inglese? Una vicenda misteriosa o “controversial”, come è stato detto. Non a caso, sulla mancata pubblicazione, sono fiorite una serie di ipotesi. Se David Stromberg, il curatore letterario dell’Estate Singer, sostiene che si tratti di una questione di priorità, – ovvero che la pubblicazione del romanzo fosse semplicemente stata rimandata per via degli innumerevoli impegni dai quali Bashevis Singer era subissato all’indomani del Nobel, oltre che per questioni legate all’alternanza di temi e stili nella scelta della successione di pubblicazioni – , altri sostengono un’altra versione. Il libro non uscì semplicemente perché gettava una luce torbida e non certo idilliaca sul mondo ebraico. Il tema non era forse così scabroso da indurre Singer a una ovvia cautela, per non alimentare l’antisemitismo, o il pregiudizio del lettorato non ebraico? Uno scrupolo ulteriore: quel mondo di crapula e canaglie, di prostitute e papponi, non era forse finito nei forni della Shoah insieme a tanti altri ebrei? Mettere a nudo le tenebre di via Krochmalna, ovvero la tratta di ragazze ebree e i bordelli, un universo di gangster e magnaccia, non rischiava di essere strumentalizzato dalla propaganda antisemita? Non fu forse questa la vera ragione che dissuase Singer dalla pubblicazione? Insomma, un conto era rivolgersi al mondo yiddishofono del Forwerts, ben altro era invece parlare ai goym.

Del resto, il mondo degli emigrati ebrei ashkenaziti conosceva perfettamente l’esistenza di quella famigerata organizzazione criminale nata a Buenos Aires ma ramificata tra New York e le Americhe, che controllava case di tolleranza ebraiche e che praticava, letteralmente, la tratta delle bianche, andando a prelevare fanciulle innocenti e timorate di Dio, negli shtetl miserandi di Polonia, Lituania e Russia, per avviarle alla prostituzione con la scusa di trovar loro marito o lavoro in America. Il nome maledetto di questa organizzazione era Zwi Migdal, nota a tal punto che perfino Shalom Aleichem ne scrive nei suoi Racconti ferroviari. Tutte le comunità ebraico-americane erano insorte contro questa vergogna, mettendo al bando truffatori e gangster da cimiteri e sinagoghe, vietando loro qualsiasi frequentazione comunitaria ebraica. Ne era nata così una rete parallela di camposanti e luoghi di preghiera, per consentire ai malavitosi di ebraicamente morire e pregare – pare ci tenessero assai alle proprie origini -.
Dall’edizione apparsa in ebraico, in Israele, apprendiamo che Keyla la rossa è l’ultimo romanzo di una trilogia che Singer volle dedicare proprio all’Olam ha-tachton, il sottomondo ebraico polacco, con i suoi lestofanti. «Tradurlo non è stato facile: si trattava di un dattiloscritto non rivisto dall’autore, con molti spazi bianchi, dal forte carattere ebraico, con riferimenti nascosti e sottointesi che rendevano ostica la comprensione. Ma al di là di questi scogli, è stato un piacere rivivere quelle atmosfere, quell’ambiente così vivo e variegato, un mondo di canaglie così straordinariamente umane», spiega la traduttrice Marina Morpurgo.

«È stato un lavoro di editing pazzesco. Con Singer, basta sbagliare una virgola o un tempo verbale e la narrazione cambia radicalmente!», puntualizza Elisabetta Zevi. «Ma oggi i tempi sono maturi perché anche il Singer più erotico e torbido possa vedere la luce. Rispetto agli anni Settanta, la sensibilità è cambiata, non siamo più all’indomani della Shoah e forse le zone d’ombra del mondo ebraico d’antan possono venire alla luce. Conoscere questo Singer che racconta senza ipocrisie di canaglie che pure hanno studiato al cheder e che conoscono il Midrash è importante. La discesa nel Male è narrata da Isaac Bashevis in modo inimitabile, il racconto della lotta interiore raggiunge vette mai toccate. Ed è una parte della nostra anima che viene messa a nudo, insieme a quella dei personaggi».

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