Foto aerea di Auschwitz, 25 agosto 1944

“Come un tizzone strappato dall’incendio”: i testi letterari trovati sul luogo della strage

Libri

di Cyril Aslanov

[Ebraica. Letteratura come vita]

Nella letteratura della Shoah figura una categoria particolare di testi che non sono stati composti dopo gli eventi, ma scritti proprio dalle vittime poco tempo prima di essere “sommersi o salvati”. Anche nell’inferno di Auschwitz-Birkenau c’erano persone capaci di trovare carta e penna per mettere per iscritto la loro testimonianza poco prima di essere uccisi. Uno di questi testi è la Megiles Oyshvits, “Il rotolo di Auschwitz”. L’autore di questo diario terrificante scritto clandestinamente in yiddish, lingua che gli aguzzini tedeschi non potevano leggere visto che era scritta in lettere ebraiche, era membro del Sonderkommando e aveva il terribile compito di rasare i capelli delle vittime destinate alle camere a gas o di evacuare queste ultime e di bruciare i loro cadaveri dopo l’esecuzione. Un po’ prima di morire eroicamente durante la rivolta del Sonderkommando il 7 ottobre 1944, ebbe il tempo di seppellire il suo testo vicino al crematorio dove svolgeva il suo atroce lavoro. Il testo, pur di carattere documentario, non è privo di un certo valore letterario. Fu pubblicato da Bernard Mark, un comunista ebreo polacco, che si trovava in Unione Sovietica durante la Seconda guerra mondiale, e tradotto in varie lingue.

Un altro testo prodotto dal vivo ad Auschwitz-Birkenau è l’introduzione ad un’antologia (zamelbukh Oyshvits) progettata da Abraham Levite mentre era ancora nel campo. Il 3 gennaio 1945 scrisse un’introduzione a questa raccolta che non ebbe mai il tempo di preparare perché l’avanzata dell’Armata Rossa portò i tedeschi ad evacuare il campo e a costringere i prigionieri ad una marcia forzata verso ovest. Poche settimane dopo la fine della guerra, Levite si ritrovò in un campo di profughi e incontrò un rabbino cappellano dell’esercito americano al quale confidò il suo testo in yiddish che raggiunse l’archivio dello YIVO (Yidisher visenshaftlekher institut / istituto scientifico ebraico) di New York. Dopodiché venne tradotto in varie lingue fra le quali l’ebraico, l’inglese e il francese (nel libro di Philippe Mesnard, Traces de vie à Auschwitz, Parigi, 2022). Questo breve testo scritto 24 giorni prima della liberazione del Lager contiene un riferimento implicito a Inferno III 9: “lasciate ogne speranza voi ch’intrate” per esprimere l’equivalenza fra Auschwitz e l’inferno di Dante. Nel capitolo “Il viaggio” di Se questo è un uomo, Primo Levi esprime la stessa idea in modo più esplicito e con il distanziamento di un’ironia amara quando cita Inferno III 84: “invece di gridare ‘Guai a voi anime prave’ ci domanda cortesemente ad uno ad uno, in tedesco e in lingua franca, se abbiamo denaro od orologi da cedergli: tanto dopo non servono più. Non è comando, non è regolamento questo: si vede bene che è una piccola iniziativa privata del nostro caronte”.

Un po’ prima di questi eventi, il poeta Miklós Radnóti (Glatter), costretto a lavorare fino all’esaurimento dai nazifascisti ungheresi nella miniera di rame di Bor in Serbia (insieme al famoso vignettista israeliano Dosh, Gardos Károly dal suo nome ungherese) scrisse la sua ultima raccolta intitolata Bori Notesz “Il Taccuino di Bor”. In Italia questi versi composti proprio sull’orlo della morte sono conosciuti sotto il titolo Scritto verso la morte (traduzione di Marinka Dallos e Gianni Toti pubblicata nel 1964 a vent’anni dall’assassinio del poeta). Scritto con inchiostro blu su pagine ingiallite, il quaderno contiene 57 poemi. Il 10 novembre 1944 Radnóti e i suoi compagni di sfortuna vennero fucilati da soldati del Regio Esercito Ungherese e buttati in una fossa comune. Più di un anno e mezzo dopo, quando le vittime di questa strage furono esumate, il cadavere del poeta venne identificato dalla presenza del taccuino nella tasca del suo cappotto. I quattro ultimi poemi di Bori Notesz si chiamano razglednice “cartoline” in serbocroato ed è questo termine non ungherese che il poeta utilizzò. La quarta ed ultima cartolina è datata il 31 ottobre 1944, 10 giorni prima della fucilazione. Vale la pena citare qui la traduzione italiana che ne fece Edith Bruck:

Gli crollai accanto, il corpo era voltato,/già rigido, come una corda che si spezza./Una pallottola nella nuca, – Anche tu finirai così, –/mi sussurravo – resta pure disteso tranquillo./Ora dalla pazienza fiorisce la morte –/«Der springt noch auf», suonò sopra di me./E fango misto a sangue si raggrumava nel mio orecchio.

Alcune delle poesie di Miklós Radótni sono state armonizzate da compositori ungheresi fra i quali il famoso musicologo ungaro-israeliano André Hajdu (1932-2016).

Megiles Oyshvits, la testimonianza di Abraham Levite e i poemi della fine di Miklós Radnóti non cercano di ricostruire un passato recente e traumatico come nel caso di Se questo è un uomo bensì comunicano la disperazione di tre vittime che sapevano che non avrebbero potuto sopravvivere. E infatti, quando il 3 gennaio 1945 Abraham Levite scrisse la sua introduzione, è probabile che sentisse che non sarebbe sopravvissuto agli ultimi giorni del funzionamento del campo, quando le SS volevano a tutti i costi cancellare le tracce dei loro crimini e assassinare i detenuti rimasti in vita che sarebbero potuti diventare scomodi testimoni una volta che l’Armata Rossa avesse liberato il Lager. E infatti per molti degli ultimi superstiti di Auschwitz la marcia forzata verso zone più lontane dal fronte della guerra con i sovietici è stata non meno fatale che l’industria della morte nel Lager stesso. Quindi dobbiamo considerare la prefazione di Levite come la testimonianza di un morto-vivo. È significativo che la raccolta di cui questo testo si proponeva di essere l’introduzione non vide mai la luce.