Caro Walter… Caro Gershom…

Libri

di Michael Soncin

Carteggio Benjamin-Scholem. Il ricordo di una figura emblematica  del XX secolo, a 80 anni dalla scomparsa.

Il visto nel pomeriggio arrivò, ma preso dall’angoscia per la paura di essere catturato dai nazisti Walter Benjamin si uccise. Si trovava in Spagna e quel documento tanto atteso gli avrebbe donato la salvezza, permettendogli di rifugiarsi negli Stati Uniti, come fece l’amica Hannah Arendt e alcuni fortunati ebrei europei del suo tempo. Geniale è la parola che più facilmente può definirlo, anche se è ben difficile circoscrivere e classificare il suo operato, poiché, in soli quarantotto anni di vita, furono tanti i campi che esplorò, tracciando nuovi alfabeti. La sua produzione fu prolifica, non solo nei contenuti; sui suoi studi e sulle sue osservazioni si sono costruiti paradigmi, diventando in seguito modelli di riferimento.

Filosofo, critico, traduttore, sociologo e non solo. Lo si può ben comprendere nel libro Scritti autobiografici quale fu la sua levatura e la sua fragilità. E che cosa emerge, implicitamente e no, dalle sue parole? Benjamin è come una tavolozza cosparsa di colori primari, che danno origine a infinite combinazioni. Varianti che ritroviamo nelle tematiche affrontate, le cui diversità si mescolano, producendo piacevoli contaminazioni, e offrendo così nuovi modi di vedere l’arte, la filosofia e la letteratura. Mondi che tra loro comunicano. Senza dubbio un linguaggio vasto e profondo, a tratti criptico, da analizzare e interpretare, che ha influenzato molti intellettuali. Scritti che rivelano la sua intimità: l’amore, le amicizie, i suoi sogni, la sua infanzia a Berlino. Una scrittura connotata da una ricchezza nel raccontare il dettaglio. Si scopre anche il Benjamin turista, laddove nella sezione Il mio viaggio in Italia descrive l’avventura nelle diverse città artistiche, alla ricerca dei capolavori dei maestri dell’arte italiana. Ricordi come quelli in Cronaca Berlinese celati di malinconia. “Questa felicità di cui mi sovvengo si mescola però a un’altra: quella di possederla nel ricordo”. Era il 26 settembre del 1940 quando decise di spegnere lui stesso la luce della propria vita, e un preludio in questo testo, intimo e personale, affiora.

 

Strinse amicizie con i grandi intellettuali del tempo, favorendo uno scambio pieno di benevoli contagi reciproci, portatori di nuova linfa vitale alla produzione culturale di ciascuno, nata da confronti, dibattiti e rimandi epistolari.

Lo scambio di lettere tra Walter e Scholem può essere un esempio; un legame, il loro, forte e singolare, entrambi tedeschi, entrambi ebrei. Ed è nel libro Archivio e Camera Oscura che Gershom Scholem, il maestro della Qabbalah, attiva con l’amico Walter una vivace conversazione che raccoglie anche le preoccupazioni di quei tempi bui. Ma di che altro parlano i due? Kafka è forse tra i più “chiacchierati”, spesso presente nelle loro missive. “Caro Gershom, sto ancora andando avanti con Kafka e ti sono perciò grato per le tue nuove osservazioni”. Oltre a menzionare le persone che entrambi conoscono e informandosi, si scambiano idee sui libri che leggono. Dalle loro parole emergono inoltre, paradossalmente, lunghi silenzi, qualche malinteso e relativo chiarimento. Non è forse questa la vera amicizia? Non si dimenticano nemmeno di farsi gli auguri, come per Rosh haShanà e per le altre festività ebraiche. “Caro Walter, la tua ultima lettera della fine di maggio è qui da alcune settimane, nelle quali sono stato molto occupato a terminare il volumetto sullo Zohar…”. La parte legata al misticismo ebraico, parlando con Scholem, assieme agli altri argomenti affrontati, è molto presente.

 

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