“Porte chiuse, porte aperte”: serata all’insegna della Memoria e dell’accoglienza al Memoriale della Shoah

Eventi

di Paolo Castellano

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Giorgio Del Zanna

Domenica 31 gennaio una lunga fila ha riempito l’ampio spiazzo di fronte al palazzo delle ex Regie Poste di Milano in attesa di poter partecipare all’evento “Porte chiuse, porte aperte” organizzato dalla Comunità ebraica di Milano e dalla Comunità di Sant’Egidio in occasione delle celebrazioni per il giorno della Memoria presso il Memoriale della Shoah.

La serata ha ospitato la testimonianza di Liliana Segre e alcune riflessioni sul significato del ricordo con l’intento di riattualizzare il valore della memoria. La soddisfazione è stata grande da parte degli organizzatori nel constatare una così calorosa partecipazione.

In sala, oltre ai rappresentanti delle due comunità, erano presenti giornalisti, politici e molti giovani. La serata per ricordare gli Ebrei partiti il 30 gennaio 1944 dalla stazione Centrale è stata accompagnata dalle dolci note di un coro.

Il primo a salire sul palco è stato Giorgio Del Zanna, docente di storia contemporanea all’Università Cattolica di Milano, che ha ribadito quanto sia importante oggi intraprendere un cammino di memoria partendo da luoghi come il Memoriale che parlano alla città e all’anima. «Dal 1997 il Memoriale lega due dimensioni: una personale e l’altra culturale. L’affettuosità si unisce ad un momento alto».

Ha inoltre aggiunto che la celebrazione della giornata della Memoria ha l’obiettivo di ribadire che nessuno debba più sentirsi straniero. L’accoglienza dei profughi infatti permette di combattere la distanza nei confronti del diverso e rafforza la convivenza. Questi valori possono contrapporsi all’intolleranza che negli ultimi anni sembra ripresentarsi alle nostre porte: «L’antisemitismo è raddoppiato, lo testimonia uno studio pubblicato pochi giorni fa, sappiamo infatti che l’odio antiebraico scorre soprattutto nel web», ha terminato così il suo intervento il rappresentante della comunità di Sant’Egidio.

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Rav Alfonso Arbib, rabbino capo di Milano

Ha preso poi la parola Rav Alfonso Arbib: «Ricordiamo la persecuzione del faraone, il libro in ebraico si chiama Shemot, ovvero “nomi”. Il non dare nomi è un meccanismo legato alla persecuzione: i prigionieri di Auschwitz non avevano infatti un’identità. La personalità viene negata quando diventa un simbolo di qualcos’altro. Gli Ebrei sono stati accusati di essere il nemico e di conseguenza è stato più facile colpirli privandoli della loro identità: i simboli sono più vulnerabili. Questo meccanismo continua ad essere presente tutt’oggi. In Europa la situazione è molto peggiore rispetto agli anni scorsi e gli attacchi in Francia lo testimoniano. Io non mi sento tranquillo e non riesco a sentirmi tranquillo».
Dopo l’intervento di Rav Alfonso Arbib è stato il turno di Roberto Jarach, vice- presidente della Fondazione Memoriale della Shoah di Milano, che ha ribadito quanto sia necessario contrapporsi all’oppressione del diverso. Secondo Jarach è molto importante svolgere un’attività di sensibilizzazione alla convivenza e alla condivisione. Ha inoltre affermato di aver partecipato al Congresso europeo ebraico in cui si è discusso molto sulle correnti di intolleranza che stanno sorgendo in Europa e nel mondo soprattutto attraverso l’opera dei boicottaggi. «Nel passato gli Ebrei sono sempre stati colpiti per primi. Dopo di loro sono stati colpiti tutti gli altri. Questo per dire che l’intolleranza antisemita è sempre stata un preludio della nascita dei regimi più oppressivi e violenti». Jarach ha concluso il suo intervento informando il pubblico sul lavoro svolto dai volontari riguardo l’accoglienza dei migranti: «Fino ad oggi in questo luogo sono stati ospitati quasi 5.000 profughi grazie all’impegno di molti volontari».

Sul palco si sono poi presentati il direttore del Corriere della Sera, Luciano Fontana e il musicista rom Jovica Jovic che ha eseguito un brano in memoria delle vittime della Shoah.

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Liliana Segre

L’incontro è terminato con le emozionanti ed intense riflessioni di Liliana Segre che ha ribadito l’importanza del ricordo nella nostra società. «Ho letto recentemente un articolo di Vivian Lamarque che denunciava quanto sia noiosa per alcuni la ricorrenza dell’Olocausto. Personalmente è da 25 anni che porto la mia testimonianza e mi hanno chiesto molte volte se ne abbia ancora voglia. Quello che mi tiene qua e ci spinge a partecipare a questa celebrazione non è un obbligo ma una speranza. La speranza degli uomini per me è un antidoto alle paure che ancora oggi, come ha ribadito Rav Laras, si manifestano con l’antisemitismo. Alcuni amici mi hanno consigliato di andare in Svizzera – ha aggiunto – ma io non fuggo più. La parola indifferenza mi ha colpito e mi colpisce ma voglio vedere il suo lato contrario».

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