'Il Bar Mizva di Gesù' di Ludovico Mazzolino esposto al Mesi nella mostra 'Il Rinascimento parla ebraico'

Apre al MEIS la mostra ‘Il Rinascimento parla ebraico’

Eventi

di Fiona Diwan
Ecco Mosè col turbante mentre stringe le tavole della legge redatte in perfetti caratteri ebraici, un Mosè che l’immaginazione artistica di Giusto di Gand rappresenta come emblema di solenne e antica saggezza, dipinto per lo studiolo di Federico da Montefeltro in Urbino. E poi c’è l’enigmatica Natività di Maria di Vittore Carpaccio del 1502, raffigurata in un ambiente domestico rinascimentale dove compare, alla parete, una scritta in ebraico (“qadosh, qadosh, qadosh ba-maron baruch…”). E che dire del celebre Sposalizio della Vergine di Raffaello, oggi alla Pinacoteca di Brera? Il sacerdote che unisce in matrimonio Giuseppe e Maria è niente meno che il Cohen Gadol, lunga barba, cappello e sontuosa tunica all’ebraica mentre la sposa tende la mano destra – e non la sinistra -, come nell’uso ebraico, per infilarvi l’anello nuziale.

Pale d’altare, olii su tela, rappresentazioni su tavola lignea dipinti e sculture dei più grandi maestri del Rinascimento italiano, Giotto, Beato Angelico, Cosmè Tura, Ghirlandaio, Mantegna, Carpaccio, Michelangelo, Raffaello, Sassetta, Mazzolino e moltissimi altri. A testimoniare quanto i grandi maestri del Rinascimento italiano conoscessero la tradizione ebraica, spesso nei dettagli più impensabili e ancor più spesso persino nei rudimenti della lingua sacra. Lettere ebraiche, simboli della tradizione liturgica giudaica, scritte in pseudo-ebraico, barbe, abiti esotici oppure à l’ancienne, cappelli alti e solenni. Che da tempo fosse urgente un approfondimento sulla presenza ebraica nel corpo vivo dell’Umanesimo e del Rinascimento italiani, è cosa ampiamente dibattuta da decenni e non a caso numerosi e appassionanti studi sono fioriti, di recente, in proposito. Ma a colmare una parziale lacuna e a deliziare il grande pubblico con capolavori pittorici, manoscritti e oggetti di rara bellezza e pregnanza storica, arriva oggi Il Rinascimento parla ebraico, a cura di Giulio Busi e Silvana Greco, una mostra al MEIS di Ferrara (Museo dell’ebraismo italiano e della Shoah), dal 12 aprile al 15 settembre, corredata da un magnifico catalogo Silvana Editoriale, catalogo a dir poco sbalorditivo per l’accuratezza e ricchezza degli interventi.

La grande mostra affronta uno dei nodi cruciali della storia culturale italiana, svelandoci un aspetto del tutto originale, la presenza degli ebrei e il fecondo dialogo culturale con la cultura cristiana di maggioranza. Opere pittoriche dove spuntano a sorpresa significative scritte in ebraico. Manoscritti miniati ebraici, di foggia rinascimentale, come la Guida dei perplessi di Maimonide (1349), acquistato dallo Stato italiano meno di un anno fa. O l’Aron Ha-qodesh ligneo più antico d’Italia, mai rientrato prima da Parigi, e il Rotolo della Torà di Biella, antichissima pergamena ancora oggi usata nella liturgia sinagogale. Nel Rinascimento gli ebrei c’erano ed erano in prima fila, attivi e intraprendenti, creativi e dinamici. A Firenze, Ferrara, Mantova, Urbino, Venezia, Genova, Pisa, Napoli, Palermo e ovviamente Roma. A periodi alterni accolti e ben visti, con un ruolo non secondario di prestatori, medici, mercanti, oppure oggetto di pregiudizio. Interpreti di una stagione che racchiude in sé esperienze multiple, incontri, scontri, momenti armonici e brusche cesure. Il MEIS racconta per la prima volta questo ricco e complesso confronto (grazie anche alla coinvolgente scenografia concepita dai progettisti dello studio GTRF di Brescia). Ricostruire l’intreccio di reciproche sperimentazioni significa riconoscere il debito della cultura italiana verso l’ebraismo ed esplorare i presupposti ebraici della civiltà rinascimentale. E significa ammettere che questa compenetrazione non è sempre stata sinonimo di armonia, né di accettazione priva di traumi, ma ha comportato intolleranza, contraddizioni, esclusione sociale e violenza ai danni del gruppo ebraico, impegnato nella difficile difesa della propria specificità. Una lezione preziosa che l’Italia raccoglie dalla sua storia per offrirla a un’Europa sempre più multiculturale e chiamata a interrogarsi sulle proprie radici.

In mostra vedremo così il manoscritto del 1349 della Guida dei perplessi di Maimonide, trascritta dal copista Yakov Ben Schmuel. E poi quasi tutta la raccolta di testi cabbalistici tradotti per Pico della Mirandola da Flavio Mitridate, figura rocambolesca e leggendaria di ebreo convertito diventato il maestro del geniale umanista (i testi presentano addirittura annotazioni manoscritte di mano di Pico!). E poi ancora storie e documenti che narrano l’avventura umanistica dell’ebraismo italiano: ad esempio, in mostra c’è il diploma in medicina di Ovadyah Sforno che nel 1501 ottenne la laurea in medicina presso l’Università di Ferrara, fatto del tutto eccezionale, data l’estrema difficoltà con cui gli ebrei venivano allora ammessi agli studi superiori. Nato a Cesena verso il 1475, Sforno fu personalità tra le maggiori del giudaismo italiano della prima metà del Cinquecento, banchiere di larghi mezzi che mantenne intensi rapporti con la cultura cristiana del suo tempo. E che dire della storia appassionante dell’ebrea Virdimura, moglie del medico Pasquale di Catania, che nel 1376 chiede di praticare la scienza medica, in particolar modo tra i poveri che non hanno i mezzi per pagare le parcelle dei medici? Dopo esser stata esaminata dai medici del re, che la trovano idonea, Virdimura viene autorizzata a esercitare in tutte le città e terre di Sicilia; in mostra vediamo la Concessione della licenza data a Virdimura, a Catania, il 7 novembre 1376. E ancora, ecco la Sacra Famiglia dipinta da un Mantegna ormai anziano, nel 1504, con un Giuseppe che porta una fascia sul capo con in bella vista delle lettere ebraiche, la cui sequenza, al centro, si ordina nella parola av, “padre”. «È l’unica volta in cui Mantegna, che pure ha più d’una volta adottato lo pseudo-ebraico, usa nella propria pittura l’ebraico vero, e lo dipinge correttamente, certo grazie al suggerimento di un ebraista o di un ebreo mantovano. Un commiato, alle soglie della morte, questo del Mantegna “ebraista”, che rende omaggio all’ebraicità di Giuseppe e, quindi, a quella di Gesù», spiega il curatore Giulio Busi.

«Il laboratorio plurale del Rinascimento ha parecchio da insegnare anche al nostro presente, sempre più multiculturale. Non perché la Storia si ripeta, e il passato possa essere imitato. Ma perché una società aperta deve sapersi interrogare sulle radici molteplici della propria vitalità. Il Rinascimento parla ebraico racconta questa straordinaria stagione attraverso un dialogo, quello tra la società maggioritaria cristiana e gli ebrei italiani. Perché l’ebraismo seppe penetrare la cittadella dell’arte, della letteratura e della filosofia umanistiche e dare così al Rinascimento italiano alcune cadenze originali e inimitabili», spiega Giulio Busi. Esplorare i presupposti ebraici di un mondo che si sviluppò dagli inizi del Quattrocento alla metà del Cinquecento, fino alla cesura irreversibile del Concilio di Trento, in una temperie che trasformò la penisola in un irripetibile laboratorio intellettuale. Nel generale movimento di rivalutazione delle fonti antiche tipico dell’ideale umanistico, l’ebraico acquista così un immenso prestigio accanto al latino e al greco. È in Italia che l’ebraistica cristiana dà le sue prime prove, attraverso sapienti che raccolgono libri e cercano d’impossessarsi dei rudimenti della lingua e di una nozione generale della cultura giudaica. Di fatto, in età rinascimentale il giudaismo italiano gode di una prosperità che altrove verrà raggiunta solo dopo l’emancipazione. Il benessere attrae linfa nuova d’oltralpe e d’oltremare, e rende la Penisola il centro demografico più importante della diaspora. Ricolma di traffici, attiva di scambi, innervata di progetti culturali, l’Italia ebraica del Rinascimento si presta naturalmente a essere esaltata e idealizzata, oasi felice nella lunga e tormentata storia giudaica. Proprio le corti sono un luogo d’incontro per eccellenza. Lì gli ebrei sono di solito accolti e ben visti, da Lorenzo de’ Medici, Federico da Montefeltro, Isabella d’Este… È a Pico della Mirandola che si deve la scoperta del misticismo ebraico, e il suo inserimento nel canone della sapienza umanistica. Certo, non tutti sono d’accordo con questa corsa all’ebraico. Le Conclusiones, pubblicate da Pico nel 1486 e tutte pervase dai misteri della qabbalà ebraica, vengono proibite e bruciate per ordine di papa Innocenzo VIII.

Sconfinamenti e presenza: gli intellettuali ebrei non hanno soltanto contribuito alla circolazione delle idee che fanno da preludio alle scienze moderne, ma hanno partecipato attivamente ai dibattiti sulla filosofia politica, sull’immortalità dell’anima e sulla definizione in chiave giuridica di religione e delle cerimonie religiose. Un dialogo prodigioso, un tesoro tutto da scoprire.

(Foto: Ludovico Mazzolino, Il Bar Mitzva di Gesù)

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