Un'immagine del salvataggio di ebrei etiopi a opera del Mossad

Al CAM un evento per ricordare il salvataggio degli ebrei etiopi

Eventi

di Nathan Greppi
Un evento molto particolare quello che si è tenuto lunedì 4 novembre al centro CAM in Corso Garibaldi, dal titolo Operazione fratelli: quando il Mossad salvò migliaia di etiopi portandoli in Israele. L’evento è stato organizzato dall’associazione ADI (Amici di Israele).

In origine l’evento prevedeva che sarebbe venuta Yola Reitman, uno degli agenti del Mossad che tra la fine degli anni ’70 e i primi anni ’80 salvò oltre 16.000 ebrei etiopi portandoli in Israele nella cosiddetta Operazione Fratelli, che ha recentemente ispirato il film di Netflix Red Sea Diving Resort. Purtroppo, la Reitman non è potuta venire a causa di un lutto familiare, ma al suo posto è venuto un suo amico, Ofer Zeira, che ha comunque raccontato la storia in modo avvincente condendola con aneddoti divertenti.

Ofer Zeira ha parlato del salvataggio degli ebrei etiopi

Zeira ha spiegato che il film è fatto molto bene in quanto “mira a informare il pubblico,” e rappresenta “una storia di fratellanza e solidarietà”: gli ebrei etiopi erano stati perseguitati per molto tempo per la loro religione, e negli anni ’70 si era acuita a causa di attriti con Israele. Il governo israeliano iniziò già nei primi anni ’70 a elaborare un piano di evacuazione per gli ebrei che venivano dal paese africano. 

La missione, nota come Operazione Fratelli, in realtà iniziò nel 1977 e si concluse completamente solo nel 1991. Ha spiegato che il Mossad si occupa di aiutare gli ebrei fuori da Israele laddove siano in pericolo. Per l’operazione fu inviato Danny Limor, un agente del Mossad, che si recò in Sudan fingendosi rappresentante di una ditta immobiliare europea, e riuscì a trovare un villaggio abbandonato che fece ristrutturare come ritrovo per sommozzatori in modo da usarlo come copertura per gli agenti del Mossad insediati lì. Vennero allestite le stanze, la reception, e vennero persino assunti nel personale uomini del posto, tanto che per migliorare la copertura gli israeliani diedero persino corsi di sub ai militari sudanesi, rilasciandogli anche i brevetti.

Il contatto coi turisti nel villaggio li esponeva tuttavia a un enorme rischio di essere scoperti. Yola Reitman, l’agente, ha partecipato perché nella sua “seconda vita” era un’istruttrice di sub che gestiva uno yacht per turisti a Tel Aviv. Lei venne contattata dal Mossad per questo suo lavoro che le permetteva di non destare sospetti. Ha raccontato che nel film il personaggio di Yola uccide con un calcio un soldato sudanese alto 2 metri; dopo aver visto quella scena, Ofer ha chiamato la vera Yola per chiederle se l’ha fatto davvero o è inventato: “Non ti risponderò”, ha detto lei, “però questo ti serve per sapere che non devi farmi incazzare.”

Dal villaggio turistico i primi profughi vennero portati in Israele attraverso le navi, finché il loro numero è aumentato al punto che si è deciso di ricorrere agli aerei. Su questo punto, al termine dell’incontro, Ofer ha proiettato un video dell’epoca in cui si vedevano queste persone che salivano, impaurite dato che non avevano mai visto un aereo e alcuni nemmeno un’auto prima di allora. Una scena toccante è quella in cui un etiope appena arrivato aveva imparato in breve tempo a cantare l’Hatikwa, l’inno della sua nuova patria.

 

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