Perché gli israeliani voteranno pensando più all’economia interna che alla politica estera

Economia

israelelect-300x209Mancano solo due giorni alle elezioni israeliane del 17 marzo. E mentre i sondaggi si rincorrono per dare le ultime previsioni sul vincitore – Netanyahu o Herzog? – i media israeliani offrono interessanti analisi qualitative sui possibili esiti.

A questo proposito molto interessante è l’articolo di Ben Sales sul Times of Israel ripreso da Israele.net, che riflette su quanto oggi la sicurezza sia prioritaria per gli israeliani, e su quanto sia invece l’economia a preoccupare maggiormente la cittadinanza.
«La scorsa estate Israele ha combattuto la sua guerra più lunga da molti anni a questa parte – scrive il giornalista – e ha visto missili cadere su tutto il paese, seguiti poco dopo da una serie di attacchi terroristici a Gerusalemme. Un anno fa i negoziati israelo-palestinesi sono di nuovo naufragati. Intanto si registra un aumento delle tensioni lungo il confine nord-est di Israele, il resto del Medio Oriente è sempre in presa a sanguinosi tumulti e le potenze mondiali negoziano un accordo con l’Iran sul suo minaccioso programma nucleare”.

Dunque la sicurezza nazionale è la questione al centro della campagna per le elezioni di martedì prossimo, giusto? Nient’affatto. Un sondaggio della scorsa settimana ha mostrato che, in vista del voto del 17 marzo, la maggior parte degli israeliani pensa innanzitutto al carovita. La sicurezza arriva semmai al secondo posto.

“Non è che la questione guerra e pace non sia importante per gli israeliani – continua -. Semplicemente non credono che le elezioni faranno molta differenza. Un sondaggio di febbraio dell’Israel Democracy Institute ha rilevato che gli israeliani non ritengono il loro governo responsabile per la situazione di stallo con i palestinesi né per la crisi nei rapporti Usa-Israele. Men che meno, ovviamente, per le lotte intestine che travagliano il mondo arabo, palestinesi compresi. Stando al sondaggio, più di due terzi degli israeliani ritengono che Israele sia legato a doppio filo agli Stati Uniti in materia di difesa, politica estera ed economia; ma solo un quarto circa degli israeliani ritiene che il governo Netanyahu sia il principale responsabile del deterioramento dei rapporti con la Casa Bianca, e solo il 43% ritiene che il governo degli Stati Uniti sarebbe più amichevole se a Gerusalemme si insediasse un governo di centro-sinistra”.

Circa i palestinesi, gli israeliani sono convinti che vi sia ben poco che possa fare il loro governo, di sinistra come di destra. Il 58% condivide in parte o del tutto l’affermazione che il processo di pace con i palestinesi non avanza semplicemente perché, allo stato attuale, non c’è una soluzione a portata di mano per la controversia tra le parti. Una percentuale simile dice che, se il governo fosse formato da una coalizione di centro-sinistra, l’Autorità Palestinese non mostrerebbe comunque una maggiore flessibilità nei negoziati né maggiore disponibilità al compromesso.

“I maggiori partiti politici non sono particolarmente illuminanti circa il loro futuro approccio coi palestinesi – prosegue Sales -. Il Likud del primo ministro Benjamin Netanyahu ha rilanciato la propria opposizione a uno stato palestinese, ma non presenta un piano alternativo. Isaac Herzog, l’avversario di Netanyahu, sostiene la soluzione a due stati e un parziale congelamento delle costruzioni negli insediamenti, ma sul processo di pace dice solo che vuole rilanciare il negoziato senza spiegare perché l’Autorità Palestinese dovrebbe accettare oggi quello che ha più volte rifiutato in passato.

In economia, i partiti israeliani sono un po’ più precisi. “Molti hanno presentato piani per affrontare la crisi degli alloggi e il carovita. In fondo, le questioni economiche sono più presenti nella vita di tutti i giorni degli israeliani. Mentre i conflitti militari possono scoppiare ogni due o tre anni, le bollette si pagano ogni mese. Uno spot del partito Kulanu, che ha centrato la campagna su questi temi, coglie proprio questo aspetto quando chiede agli elettori: “Quante volte hai ricevuto una telefonata dalla Casa Bianca? E quante volte hai ricevuto una telefonata dalla tua banca?”».

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