Omanut. 100 anni di arte e vita. Israele: 1906-2006

Arte

Parlano i protagonisti. Israele, l’arte, la cultura, il sogno e l’angoscia. Una grande mostra
con 150 opere (pitture, sculture, istallazioni e fotografie)
provenienti dai principali musei d’Israele.
Ascoltiamo i protagonisti:

“ L’arte in Israele – afferma Dani Karavan, scultore – dagli inizi fu influenzata dalle diverse scuole da
dove provenivano gli artisti, dai diversi paesi di provenienza.
Ma la
maggioranza fu influenzata dalla Francia e dalla scuola di Parigi
perché gli artisti ebrei di questa scuola furono numerosi. Ma ci fu
anche l’influenza del Bahaus, anche dell’arte russa.
L’arte in Israele
oggi è molto vivace, con molti talenti giovani”.

“Una grande mostra dal presente al passato – aggiunge Amnon Barzel, direttore del Jewish Museum di Berlino – che racconta cento anni d’arte in Israele dal 2006 al 1906 prima della creazione dello Stato ebraico. In questa mostra si entra nel presente perché è più logico entrare nell’arte del nostro tempo, perché l’arte è il testimone del tempo, della
società e del luogo.
E l’arte Israeliana è in modo radicale, un arte
dell’esistenza stessa. Non è un’arte per l’arte, cresce dalla realtà
israeliana che è piena d’energia, ma piena di angoscia, di dubbi. Gli
artisti lavorano per la pace. L’arte non conosce frontiere, anche se ci
sono degli artisti che lavorano sul concetto di frontiere. Nell’opera
dell’artista Michal Rovner, una delle più importanti della
sua generazione, che lavora con hightech e archeologia si vedono
tantissimi uomini che si muovono, in un nomadismo senza obiettivo, senza
leader e che vivono sotto l’apprensione del destino. Nel video dei
cocomeri di Sigalit Landau si vede una donna nuda circondata da
cocomeri che galleggiano sul Mar Morto. I cocomeri rappresentano la
nostalgia, la gioventù, l’estate. Il cocomero è bello e dolce ma la
spirale di cocomeri galleggia sul Mar Morto dove non c’è vita.
La mostra è stata organizzata nonostante la guerra e nonostante i
missili. In tempo reale è stata organizzata una mostra che parla dell’esistenza d’Israele, e lo documenta in tempo reale. L’importante è reagire, essere ottimisti, che il mondo possa capire Israele, la sua
lotta contro i nemici. E quando c’è una guerra muoiono i figli.
L’artista Menashe Kadishman nella sua opera si concentra sul tema del
sacrificio d’Isacco che è stato condannato da Dio a sacrificare suo
figlio unico; noi interpretiamo oggi questo brano biblico in un altro
modo, non è l’angelo che ha impedito ad Abramo di sacrificare suo
figlio, ma è stata la sua coscienza che ha fermato quel sacrificio, che
ha fermato la guerra. Noi cerchiamo un Abramo che fermi la guerra e con
essa il sacrificio di tutti i figli. E’ un messaggio israeliano ma
anche universale”.

Cento anni fa, nel 1906, fu fondata a Gerusalemme, per volere di Theodor Herlz fondatore del
movimento sionista, l’accademia Bezalel con uno scopo: aiutare la
nascita di uno Stato in cui la cultura avrebbe avuto un ruolo
determinante e avrebbe contribuito all’educazione spirituale dei nuovi
immigrati.
La mostra inizia con un percorso dai giorni nostri al 1909.
La prima opera appartiene a Menashe Kadishman e il visitatore è invitato
a camminare sopra 2500 teste di metallo; il suono che ne scaturisce
ricorda la morte di tutte le giovani vittime della guerra in ogni
parte del mondo.
Dani Karavan, da sempre impegnato nel tema della pace,
con le sue rotaie vuole ricordare gli orrori di Auschwitz e la paura
per la sopravivenza. Anche se uno dei principali temi dell’arte
israeliana è la memoria e l’appartenenza alla storia, importantissima è
anche la speranza, l’immaginazione e la creatività fatta di colore e di
gioia. Molti artisti arrivarono da tutto il mondo, come Marcel Janco,
fondatore del movimento Dada a Zurigo, che si trasferì in Israele nel
1941 e la cui arte fu influenzata dalla realtà socio-politica della
regione, come nel quadro Morte di un soldato.
Alice Werblowsky

Dal 18 ottobre, fino al 7 gennaio, Milano sarà protagonista di un grande evento che celebrerà l’arte di Israele (di qui il titolo Omanut, arte) attraverso i suoi primi cento anni di vita. Il Comune ha da subito creduto con entusiasmo al progetto, decidendo di destinare alla mostra più di 2.000 mq. di spazio all’interno della sede più prestigiosa della città: il piano nobile di Palazzo Reale.
Il progetto “Omanut. 100 anni di arte e vita. Israele: 1906-2006” racconterà Israele attraverso la sua arte, nata 42 anni prima dello Stato stesso, ripercorrendo i momenti più importanti dal punto di vista artistico, storico e della vita quotidiana.

Noa in concerto: martedì 17 ottobre, ore 21, Teatro Dal Verme, via San Giovanni sul Muro 2. L’evento si pone come serata di benvenuto e apre la mostra di arte israeliana Omanut.

Il commento
di Vittorio Sgarbi

Si tratta di una mostra atipica nel programma espositivo di Palazzo Reale, spesso dedicato a personali, ai grandi nomi che richiamano il pubblico in quanto estremamente noti.
Caso diverso è invece quello degli artisti israeliani che in Italia godono di una fama piuttosto circoscritta e quindi non espongono in luoghi tanto prestigiosi come Palazzo Reale dove giungono migliaia di visitatori a conoscerli.
Per questo motivo, era opportuno organizzare una mostra dedicata all’arte di un paese, Israele, che faccia quello da polo di attrazione, incuriosendo il pubblico a scoprirne gli artisti in una grande collettiva.
Bisogna ribaltare l’associazione logica che lega l’immagine di Israele a eventi bellici. Perciò, in concomitanza con la mostra, si svolgeranno una serie di iniziative che serviranno a far scoprire la realtà assai più composita di Israele.
Faremo giungere a Milano scrittori, quelli sì noti in Italia, come A.B. Yehoshua, si parlerà e si sentirà di musica israeliana, cinema, ma anche teatro, e poi conversazioni sull’arte e sul design in Israele
La mostra è quindi solo il principale di una serie di eventi. Non può che essere così, proprio per la scarsa fama degli artisti israeliani in Italia; ma è anche un modo assai più completo di presentare la realtà di un paese, con la volontà di lanciare un messaggio che ci auguriamo sia duraturo.

Intervista con Amnon Barzel

Già direttore fondatore del Museo Pecci di Prato e dello Judisches Museum di Berlino, Amnon Barzel è ora il coordinatore scientifico della mostra Omanut. Il Bollettino lo ha incontrato per spiegare il valore di questa iniziativa.

La mostra “Israele: arte e vita” costituisce un’occasione davvero unica per ricordare i cento anni dell’arte israeliana, visto che a Palazzo Reale giungeranno oltre 150 opere degli artisti più significativi oltre alle installazioni create per l’occasione.
Certamente, ed è più unico che raro il fatto di poter festeggiare il centenario dell’arte di una nazione. Ma così è per Israele, perché al congresso sionista di Basilea del 1901, Achad Haam e Buber convinsero i delegati che per fondare uno stato bisognava prima creare delle istituzioni culturali. Così, Boris Schatz giunse in un sobborgo pressoché disabitato della Gerusalemme di allora e impiantò dal nulla l’Accademia; invitò grandi artisti ebrei dall’Europa ad insegnare con l’intento dichiarato di creare uno stile israeliano, prima ancora che nascesse Israele. E così avvenne per altre città sviluppatesi attorno a poli culturali: basta guardare le prime foto di Tel Aviv, un insieme di piccole case bianche attorno a un grande edificio, il ginnasio Herzelia. E così pure a Haifa con il Technion. Il popolo ebraico, che era riuscito a sopravvivere per duemila anni grazie alla sua cultura, è partito proprio dalla cultura per ricreare un’entità nazionale.

La mostra, che ripercorre questi cento anni di arte, si apre con le opere degli artisti contemporanei e poi via via ritorna all’inizio del Novecento, invece che dalle origini, come molti si aspetterebbero.
Per conoscere la storia dell’arte israeliana bisogna partire da quello che viene creato oggi, anzi così bisognerebbe sempre insegnare la storia dell’arte, Grecia e Roma incluse. Perché l’arte è lo specchio dell’economia, della sociologia insomma della realtà, e noi comprendiamo meglio la realtà che abbiamo sotto i nostri occhi. Poi possiamo tornare indietro e scoprirne le radici.

E gli artisti contemporanei israeliani come vedono l’Israele attuale?

La mostra si apre con un’opera di un grande artista, Menashe Kadishman, forse la sua opera più intensa o comunque quella che riassume il suo messaggio. Si tratta di 25.000 piccole facce in metallo, tutte diverse fra loro, appena abbozzate, ma si intuisce che sono ragazzi in giovane età. È in onore ai soldati, al loro sacrificio, che permette a Israele di vivere, ma ha anche un riferimento più universale e legato alle serie delle sue sculture intitolate Sacrificio di Isacco. Anche qui vuole farci riflettere sul fatto che ai giorni nostri gli Isacco vengono sacrificati e non risparmiati, e gli Abramo (ossia chi ordina le guerre) non li salvano. Spesso ci si chiede perché Abramo stava per uccidere Isacco, ma in realtà Abramo non l’ha fatto, e Kadishman indica la necessità di imparare la lezione di Abramo e di comportarsi come lui. È un tema forte, legato a questioni di vita e di morte, non solo a livello di singoli.

Come definisce l’arte contemporanea israeliana?

La definirei l’arte come “esistenziale” (non “esistenzialista”) perché si occupa del rischio che lo Stato stesso sparisca con tutti i suoi cittadini. È estremamente influenzata dagli avvenimenti socio-politici interni, reagisce rapidamente e con forza a quello che avviene.

Questo terribile timore per il futuro era così marcato anche in tempi meno recenti?

Non è certo una novità, ma negli ultimi 15 anni si tratta di una sensazione particolarmente marcata, che ha avuto conseguenze in parte inaspettate come il nuovo approccio degli artisti verso la Shoah. Era un argomento tabù per molti anni, direi fino al 1990, perché quella tragedia era vissuta anche come una sconfitta, perché chi era stato trucidato non si era difeso. In Israele, si diceva, non accadrà la stessa cosa, combatteremo per ogni metro di terreno e non riusciranno a sterminarci.
Ma oggi le frontiere sicure non sono una garanzia sufficiente di sopravvivenza, perché il pericolo può arrivare da lontano, con i missili. E allora si riscopre la Shoah, come ha fatto ad esempio Dani Karavan, un artista che si è sempre occupato del tema della pace e che invece ha creato un’installazione davvero impressionante: le rotaie di un treno che corrono verso una parete bianca su cui è scritto solo il numero dell’ultimo deportato di Auschwitz.
Ma tornando a ritroso, alle radici, si scopre che un trauma profondo si era già prodotto nel 1929, ai tempi dei primi assalti degli arabi all’insediamento ebraico, a Hebron in particolare. Fino ad allora, uomini come lo stesso fondatore dell’Accademia, Schatz, ma anche i suoi allievi più noti, come Guttman, dipingevano gli arabi in modo idealizzato e li consideravano come un modello da seguire, con la loro forza fisica, la loro conoscenza dei luoghi, la loro storia.
Poi accadde ciò che accadde e iniziarono a dire (come oggi) “non c’è nessuno con cui parlare dall’altra parte”. Allora abbandonarono l’idea di uno stile ebraico-orientale e si sentirono piuttosto come l’avamposto della cultura europea occidentale in un mondo diverso, un sentimento oggi generalizzato in Israele.

Il sogno dei fondatori di Bezalel si è poi realizzato?

I sogni cambiano col tempo, ma se la loro volontà era di unire profondamente la cultura allo Stato, così è avvenuto. E per questo, la mostra è una testimonianza unica su Israele, della sua realtà, del suo popolo.

Daniele Liberanome

Omanut: una mostra per scoprire l’arte israeliana

Penso sia giusto mettere in evidenza l’eccezionalità e l’importanza di questo evento. Anche noi, anche noi ebrei, e anche quelli di noi che si interessano di arte, attratti dagli infiniti aspetti del mondo israeliano, abbiamo visitato forse una volta il Museo di Arte Moderna di Tel Aviv e certamente il grande Museo di Israele a Gerusalemme, che accoglie però opere di tutti i generi, di vari tempi e paesi. Questa mostra è qualcosa di diverso, ci consente un contatto diretto con opere scelte di artisti israeliani, opere realizzate nell’arco di un secolo.
Pensiamo come la letteratura israeliana ci abbia in questi anni rivelato situazioni, ambienti, caratteri insospettati, e dato del paese un’immagine sfaccettata e complessa. Le opere degli autori israeliani rivelano conoscenza e rispetto delle tradizioni, contatti con la cultura europea e americana, ma anche intuizioni originali e un modo tutto particolare di essere, “israeliani”. Leggendo questi libri non solo si è arricchito il nostro immaginario; si è approfondita la nostra conoscenza del paese. Questa mostra contribuirà a questo scopo, ma soprattutto ci fornirà emozioni, piacere, susciterà curiosità e interesse, sarà un’ esperienza importante.
Cos’è l’arte israeliana? Quali le tendenze oggi dominanti? Qual è stato il momento migliore, dagli esiti più alti, nel suo ormai secolare percorso? Come si pone rispetto all’arte del resto del mondo? Lo vedremo, e lo vedranno con noi i milanesi e tutti i visitatori della mostra , e spero, capiranno tante cose. Si renderanno conto tutti che anche questo è uno dei miracoli d’Israele, che si sia riusciti (nonostante le mille difficoltà) a creare arte, a scrivere libri, a fruire della musica in tutti i suoi aspetti.
Quale messaggio migliore, quale immagine più positiva da presentare al mondo esterno? In questo momento la pace passa anche di qui.

Paola Sereni

Un’arte legata alla realtà

Volete toccare con mano i grandi temi su cui discutevano i pionieri e poi gli israeliani fino ad oggi, quasi sentirne le di-scussioni appassionate?
La soluzione, apparentemente ovvia, è di avvicinarsi all’arte israeliana, perché vi troverete estremizzate o volutamente appena accennate tutte le grandi questioni che erano e sono al centro del dibattito in Israele. Sembra quasi scontato il ruolo dell’arte testimone del proprio tempo, ma non lo è affatto: si ha spesso la sensazione che un gran numero di artisti producano un’arte che solo loro comprendono e che riflette esclusivamente il loro mondo intimo e personale. In Israele accade raramente che l’artista si chiuda in una torre di avorio.
Potremmo dire che i problemi in cui si dibatte lo Stato ancor prima della sua fondazione sono tali da coinvolgere ciascuno e quindi creare un comune denominatore a cui nessuno, e certamente non un artista, si sottrae. È possibile non sentirsi toccato, ad esempio, dal tema della vita e della morte in un Paese in guerra continua e sempre minacciato nella esistenza propria e dei propri cittadini?
Ma forse la verità è un’altra, ossia che l’arte israeliana è nata ancor prima dello Stato, anzi è nata per creare un popolo, unirlo attorno a valori comuni. Da questo punto di vista l’arte è al centro del dibattito, perché è stata l’arte a creare il dibattito.
E pure qui ci viene in soccorso la verità storica: Boris Schatz, fondatore dell’Accademia di Bezalel, fece approvare dal Congresso sionistico una mozione per la creazione di quell’accademia nell’allora Palestina proprio per perseguire gli intenti prima ricordati, e lui stesso vi si trasferì quando il concetto stesso di popolo ebraico-israeliano era pura utopia.
Omanut è un’occasione irripetibile per conoscere Israele; accanto alle opere, si dipanerà un percorso espositivo basato su documenti, fotografie e testimonianze che mostreranno la sua indole e il suo carattere più profondo.
(D. L.)

Intervista a Andrea Jarach

“La grande iniziativa del progetto Omanut, Arte in Israele 1906 2006 non è che l’ultima e più visibile impresa che mi coinvolge in una strada professionale e di vita nella quale ho messo le mie capacità professionali al servizio della Memoria e della causa di Israele”.
Andrea Jarach, editore militante e candidato senza successo alle comunali milanesi del 2006, non sembra per nulla scoraggiato dalla sconfitta elettorale. Ora è fra i motori che hanno contribuito a realizzare la grande mostra di arte e cultura israeliana che caratterizzerà l’autunno culturale di Milano.

Un primo bilancio di questo lavoro?
Mi piacerebbe trasmettere un messaggio, far capire come le mille cose che mi trovo a fare nascono da uno spirito di servizio che ho ereditato da mio papà, il quale, per mio grande dolore, non ho mai avuto a disposizione come un padre normale ma era sempre impegnato nelle sue attività volte alla Comunità ebraica o cittadina.

Molti ti criticano, però, accusandoti di voler essere costantemente sulla scena…

Vorrei sfatare il mito della ambizione personale che spinge ad essere
presenti in ogni dove. Se ci sono altri che si vogliono prendere gli
impegni… avanti è il mio motto.

Parliamo della mostra…

In effetti Omanut non è una mia idea ma nasce dal sogno di Nelly Weissy
che, laureatasi con una tesi sull’arte israeliana e dopo una esperienza in
agenzia di pubblicità, aveva un sogno e questo sogno mi presentò grazie ad
amici comuni nel 2004.
Venne da me e mi parlò di celebrare nel 2006 il centesimo anniversario
della nascita dell’arte israeliana, “come centesimo? Se Israele ha meno di
sessanta anni”

La domanda sembra del tutto fondata.

Capii allora invece che un Paese che dà vita all’accademia di arte e alle
istituzioni culturali prima che allo Stato meritava l’esaltante avventura di
una grande mostra che spiegasse a tutti 100 anni di vita in un Paese così
straordinario.

Come è stata organizzata l’iniziativa?

Da allora il sogno coltivato con passione (senza la quale nulla riesce bene)
è diventato realtà: prima il sì di Palazzo Reale, il luogo di mostre più
prestigioso in Italia, poi i patrocinii sempre più elevati fino a quello
del Presidente della Repubblica.

Chi ha offerto un contributo significativo?

Ricordo i tanti incontri con chi ha capito lo spirito di questa iniziativa,
da quello con Lele Fiano che ci aprì le porte del Comune di Milano a quello
con Giuliana Limiti al Quirinale e anche il primo incontro con il curatore
prescelto, Amnon Barzel a Venezia e a Roma, e Rafi Gamzu del Ministero degli
Esteri di Gerusalemme.

E chi non ha voluto crederci?

Ricordo con tristezza quelli che non hanno creduto nel progetto, dispiace
dirlo tutti della nostra Comunità, ricordo i loro volti senza entusiasmo e
la nostra frustrazione.

Il tuo rapporto con la Comunità è sempre stato così conflittuale?

Sì, questa Comunità così strana così divisa, che amo e odio al tempo stesso.
La odio perché ne conosco i lati più meschini di egoismo e non sopporto la
enorme ipocrisia di tanti che predicano bene e razzolano malissimo, la amo
perché è come una mamma per me, per tradizione e per abitudine quotidiana.
Dai tempi dell’asilo in via Eupili al liceo nei mitici anni ‘70 in via Sally
Mayer. Una comunità dove il mio nome si intreccia con la storia, dal
nonno Moise banchiere in via Montenapoleone, al nonno Federico presidente
della Comunità e dell’Unione, al papà Guido presidente della Comunità per 10
anni, e oggi Roberto, mio fratello, consigliere tra i veterani ed ex
presidente.

Quali critiche muovi alla tua Comunità?

Odio l’assenteismo alle cose comunitarie: dall’assemblea dove ci sono solo i
parenti degli assessori, alle manifestazioni di piazza dove per paura o per
menefreghismo ci troviamo solo in pochi affezionati. Salvo poi gridare che bisogna aiutare Israele, ma lasciare che a farlo siano gli altri!

E cosa ti senti di salvare?

Amo le iniziative di volontariato che ottengono enormi risultati morali e
materiali, senza voler far torto a nessuno penso innanzitutto alla
Fondazione Federica Sharon Biazzi, ma anche a tutte le altre che
costituiscono il cuore della Comunità. Io cerco di essere vicino a tutti e
in alcuni casi ricopro delle cariche come nel Keren Hayesod che ogni anno
ottiene risultati incredibili nella raccolta di fondi per Israele.

E tuo impegno per Israele?

Dal 2004 e con cessazione a fine 2006 sono Presidente della Federazione
delle Associazioni Italia Israele, si tratta di circa 60 associazioni
presenti nelle grandi come nelle piccole città italiane, qualche volta con
pochissimi associati, quasi tutti non ebrei che sacrificano tempo e risorse
per Israele. Una realtà unica.

Fra i tuoi impegni hai fatto rientrare anche la fondazione di nuove organizzazioni…

Ho costituito e presiedo l’associazione culturale senza scopo di lucro, Ponte Azzurro (www.ponteazzurro.org) che in due anni di vita ha già realizzato tantissime iniziative culturali a favore del dialogo tra Italia e Israele.
Ora proprio Ponte Azzurro si è assunta la responsabilità di “inventare” la mostra su arte e vita in Israele e le decine di eventi collaterali dal concerto con Noa al Dal Verme alle tante conferenze e pubblicazioni di nuovi libri su Israele.

Ma ti consideri solo un attivista o credi anche nel tuo lavoro di editore?

Qui entriamo nella mia professione (ormai ad essa riesco a dedicare troppo poco tempo) di imprenditore della comunicazione con società, alcune molto note come Proedi (editore di Destinazione Auschwitz www.proedieditore.it ),
o ProediComunicazione (www.proedicomunicazione.it) di cui è amministratore delegato Daniele Misrachi, mio cugino. Altre nuove come la 263 Films che ho creato insieme e grazie all’apporto di alcuni amici investitori iscritti alla nostra Comunità. 263 Films sta producendo un film in animazione digitale 3D che secondo me è destinato a cambiare il mondo del cinema. Il film Dear Anne the Gift of Hope, una grande storia della Shoah attraverso Anne Frank e il suo universale messaggio di speranza, che pur mischiando fantasia alla Storia ha ottenuto il patrocinio di Yad Vashem e di Beith Lohamei Haghetaot e della International task force sulla Shoah, e che sarà dopo giugno in tutto il
mondo (www.dearannemovie.com).

Una vita, la tua, dove gli impegni si accavallano. Non hai paura di essere troppo dispersivo?

Avrei bisogno di molte ore in più per poter seguire come vorrei tutto quello
che ho messo in piedi spinto dalla mia ansia esistenziale, tanto più che il
mio vero hobby è la lettura. Ma spesso non riesco a leggere nemmeno quello
che pubblico.

E come va con gli affari?

Anche se le mie attività non generano per il momento grandi utili, ma
richiedono grandi investimenti, posso dirmi soddisfatto per i tanti giovani
che ho avviato al lavoro nelle mie aziende, credo che ormai più di cento
persone siano passate in venti anni di attività in Proedi. Avevo cominciato
a lavorare in Arnoldo Mondadori Editore e poi per 10 anni ho lavorato in
editoria presso De Agostini e Gruppo Fabbri, mi occupavo del marketing dei
periodici. In realtà la mia carriera editoriale era cominciata con la mia
tesi di laurea sul Terrorismo Internazionale, pubblicata da Vallecchi nel
1979, che mi valse anche una denuncia per diffamazione a mezzo stampa da
parte di un ufficiale nazista operante nel torbido mondo dei mercanti di
armi verso i paesi arabi.

Con la questione Biagi hai deciso di tornare in tribunale.

A questo proposito è in corso la causa contro Enzo Biagi, per diffamazione
appunto, a causa del suo vergognoso intervento ai miei danni pubblicato
dall’Espresso dopo le elezioni municipali. Mi accusava di andare a braccetto con i nazisti, e altre carinerie, oltre a dire che ero il fratello
dell’editore ovvero me stesso. Scriveva che i morti della Shoah inorridivano
a questa mia scelta (per aver corso nelle recenti elezioni per il Consiglio
Comunale con Letizia Moratti, figlia di un partigiano!).

Di questa vicenda porto due segni contrapposti: l’ondata di stima che mi ha
travolto da parte di centinaia di persone di ogni parte politica, e il
disagio (per non dire di peggio) per l’assordante silenzio di Biagi e del
suo entourage, in particolare del direttore dell’Espresso Daniela Hamaui che
era perfino mia compagna di scuola, alla scuola ebraica! Non una riga, non
una telefonata né di spiegazioni né di scuse. Una vergogna, se
mi permettete uno sfogo, uno schifo! Ricordo che l’articolo di Biagi non solo
era politicamente “scorretto” ma riportava fatti sbagliati (non opinioni
libere) e mi recava grave pregiudizio professionale.

Ti sei sentito solo?

Comunque una lettera di solidarietà ha raggiunto l’Espresso (che non ha
pubblicato nulla!) con 1300 firme (molto, molto di più dei voti ottenuti
alle elezioni).

Hai altri progetti nel cassetto?

Ma mi piace tornare ai sogni e ai progetti; attualmente sto sviluppando una
catena di relazioni d’affari tra Italia (Europa) e Israele tramite Altiora
Ventures fondata a Herzlia due anni fa e Atlantis Corporate che da Milano
coordina le attività italiane.

Cosa altro bolle in pentola?

Lavoro anche per l’educazione dei giovani alla convivenza, lo faccio
aiutando come posso la fondazione di Angelica Calò a Sasa in Galilea e come
membro del consiglio del CEJI di Bruxelles. Al di fuori del mondo ebraico mi piacerebbe sviluppare una grande impresa che fornisse ai consumatori una vasta selezione di sistemi e di prodotti a impatto zero ambientale (passando quindi anche per le energie alternative in cui Israele eccelle).

Cosa vedi nel futuro?

Sarà la prossima tappa cui mi dedicherò spero con l’aiuto dei miei figli il
più grande dei quali è appena tornato da Israele dove ha seguito un
programma degli scout Hez veKeshet e ha vissuto, nonostante le Katiusce
Hezbollah, l’esperienza più bella della sua vita.

Basta così, o hai dimenticato qualcosa?

Dimenticavo, da gennaio sono stato nominato presidente dell’associazione
Amici di Yad Vashem e cerco di sviluppare progetti volti a finanziare il
grande istituto della Memoria; cosa di più prezioso oggi che l’esistenza del
popolo ebraico viene ancora messa in discussione dagli stessi che negano la
Shoah!

Guido Vitale (direttore@mosaico-cem.it)

Il prossimo mese, dal 18 ottobre, Milano sarà protagonista di un grande evento che celebrerà l’arte di Israele (di qui il titolo Omanut, arte) attraverso i suoi primi cento anni di vita. Il Comune ha da subito creduto con entusiasmo al progetto, decidendo di destinare alla mostra più di 2.000 mq. di spazio all’interno della sede più prestigiosa della città: il piano nobile di Palazzo Reale.
Il progetto “Omanut. 100 anni di arte e vita. Israele: 1906-2006” racconterà Israele attraverso la sua arte, nata 42 anni prima della nascita dello Stato stesso, ripercorrendo i momenti più importanti dal punto di vista artistico, storico e della vita quotidiana.
La grande soddisfazione del comitato organizzativo della mostra è innanzitutto l’adesione sincera delle più importanti istituzioni che hanno compreso l’unicità e l’importanza dell’evento, concedendo non solo i loro patrocini, ma sostegno e aiuto concreto: Alto Patronato del Presidente della Repubblica italiana, Ministero degli Esteri d’Israele, Ambasciata di Israele a Roma, Ambasciata d’Italia in Israele, Unione Europea, Regione Lombardia, Provincia di Milano, Unione delle Comunità ebraiche italiane, Comunità ebraica di Milano.
L’obiettivo della esposizione è quello di raccontare Israele nella sua realtà quotidiana, attraverso il punto di vista privilegiato di artisti, che in questi 100 anni hanno saputo cogliere con attenzione unica e speciale la realtà del Paese. Intorno alla mostra saranno organizzati, in tutta la città, eventi collaterali che daranno visibilità a Israele in tutti i suoi aspetti culturali, scientifici e tecnologici.
Un appuntamento molto caro alla Comunità ebraica di Milano è già stato confermato: la prossima edizione del Premio Letterario dell’Adei-Wizo, il 24 ottobre, sarà ospitato da Omanut nella sala delle Otto Colonne, con la conduzione di Daria Bignardi.
Omanut è sostenuto da sponsor importanti, quali Teva, azienda farmaceutica israeliana leader del farmaco generico, presente in Italia con 6 stabilimenti e 800 dipendenti, lo Studio Legale Agnoli, Bernardi e Associati, Studio legale di Milano, e da generosi privati che, credendo nell’importanza dell’iniziativa, hanno voluto contribuire destinando in particolare le offerte alle visite scolastiche della Provincia. Ma la ricerca degli sponsor non è ancora finita. L’augurio degli organizzatori è che anche i membri della Comunità ebraica rispondano con entusiasmo a questo grande evento, comprendendo l’entità del progetto e la grande opportunità per dare a Israele una nuova immagine lontana dai luoghi comuni e pregiudizi.
Sul sito www.omanut 2006.org sono disponibili tutte le informazioni relative al progetto ed è possibile vedere un breve filmato che esprime il concept della mostra.

Un’occasione per raccontare il vero Israele ai giovani

Uno degli scopi che gli organizzatori della mostra “Omanut” si sono prefissati è quello di smantellare il pregiudizio negativo trasmesso dai media su Israele. Nell’immaginario collettivo dei giovani europei, ed italiani in particolare, Israele è una creazione artificiale, subentrata con la violenza a uno Stato ideale arabo-palestinese. Inoltre Israele è vista solo in verde (soldati) e nero (religiosi al Muro Occidentale), e gli arabi-palestinesi come donne piangenti o bambini maltrattati.
“Omanut” mosterà invece Israele come grande esperimento di integrazione, esempio per tutte le nazioni come democrazia, come lotta per la tutela dei diritti umani in un oceano di ostilità, come arte, appunto, espressione della storia di un popolo, come cultura prima di tutto, come ricerca, educazione, scienza…
A questo proposito, dunque, la massima attenzione sarà data all’offerta per le scuole. L’importanza dell’evento è stato subito compreso e sono stati concessi i patrocini dal Ministero dell’Istruzione, dalla Provincia di Milano (che ha giurisdizione sulle scuole superiori) e dal Comune di Milano (per scuole primarie e medie) che ospita anche “Omanut” nella sede prestigiosa di Palazzo Reale.
L’esposizione ha previsto un percorso guidato per i più giovani con didascalie semplificate ad altezza di bambino (un segnale dell’attenzione che la società israeliana dà al bambino) a cura dei due creativi Yoram Ortona e Ronen Josef, cui è stato affidato l’allestimento.
Per le scuole primarie (le elementari) e le secondarie di primo grado (le medie) la sezione didattica di Palazzo Reale (ufficio comunicazione ed eventi del Comune di Milano), guidata da Angela Bernasconi, ha pianificato una serie di attività specifiche e di visite guidate quotidiane (e addirittura, nei fine settimana, appuntamenti con le famiglie).
Verranno infatti predisposte una guida per gli insegnanti e una per i ragazzi, con brani di letteratura israeliana e immagini delle opere in mostra collegati a un gioco interattivo, con una tiratura di 15.000 copie: per appunto il numero di giovani visitatori che si prevede di raggiungere.
La prenotazione è obbligatoria: tel. 02 860649, fax 02 877415.

Per le superiori invece l’esposizioneprevede un’offerta che comprende conversazioni su Israele con esperti (come Marco Paganoni direttore di israele. net), visite guidate della mostra e un kit didattico con materiale vario, tra cui il libro appena realizzato da Proedi Editore Israele Palestina: la lunga via per la pace (cartine geografiche, domande e risposte e utili informazioni per imparare la realtà del Medio Oriente) e un’altra novità sempre di Proedi, realizzata apposta per l’evento, dal titolo Democrazia e Diritti Umani in Israele e Medio Oriente di Giovanni Matteo Quer, giovane ricercatore che ha passato recentemente in Israele molto tempo approfondendo molteplici aspetti.
La Provincia di Milano che ha concesso il patrocinio, grazie all’interessamento diretto del presidente Penati e del vice presidente Mattioli, ha voluto anche concedere un contributo finanziario all’iniziativa; ma l’intervento dei privati e degli amici è necessario per coprire i costi di circa 100.000 euro per il gran numero di studenti previsti.
“Omanut” ha dunque proposto, a chi voglia “adottare” una classe, la possibilità di una mini sponsorizzazione mirata (fiscalmente detraibile) di 600 euro a classe. (Info: Irit Mazar, 02 34995326).
Il Ministero dell’Istruzione attraverso la direzione generale della Lombardia ha assicurato la massima attenzione alla promozione dell’evento nelle scuole.
Iniziative per i bambini si svolgeranno in memoria di Janusz Korczak, il pedagogo ebreo, eroe del ghetto di Varsavia, estensore della carta dei diritti del bambino; questa menzione ha portato il riconoscimento, come si è già segnalato, dell’Alto Patronato del presidente della Repubblica. Per l’occasione verrà distribuito in mostra (già in libreria e su www. proedieditore.it) un libretto dedicato ai diritti del bambino scritto da Giuliana Limiti, fondatrice della Associazione parlamentare di amicizia con Israele e presidentessa dell’Associazione italiana amici di Janusz Korczak.
Proprio a Korczak sarà intitolata la sala dove i giovani visitatori verranno accolti alla mostra e svolgeranno le attività artistiche. Alla creazione di un Centro Korczak a Milano verranno infine destinati i fondi raccolti da sponsor e amici durante la mostra. L’attività del Centro sarà dedicata alla divulgazione presso gli operatori con l’infanzia (insegnanti, psicologi, pediatri) dei principi del fondatore della moderna pediatria, un eroe non solo del popolo ebraico ma dello Stato di Israele, che non potè mai vedere perché si avviò volontariamente allo sterminio per non abbandonare i suoi bambini dell’orfanotrofio del ghetto.
A questo eroe è dedicato nel kibbutz Lohamei Haghetaot (presso il confine con il Libano) il memoriale Yad Layeled, secondo solo a Yad Vashem per ricchezza di documentazione e impatto emotivo.

Omanut: Israele
Arte e vita
1906-2006

Palazzo Reale
Piazza Duomo 12
Dal 18 ottobre al 7 gennaio; da martedì a domenica 9.30-19.30; giovedì 9.30-22.30; lunedì chiuso.
Infoline: 02 54914.
info@israelearte.org
www.israelearte.org
www. comune.milano.it/ palazzoreale
Prenotazione obbligatoria per gruppi e scuole.
Biglietti: Intero e 9,00
Ridotto e 7,50
Audioguide
Visite guidate in mostra: prenotazioni Ad Artem 02. 6597728.
Visite riservate ed eventi
Info:
Language Consulting, 02 8057846.

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Domenica 26 novembre
ore 11.00 Musica di Israele
Incontri con il maestro Gottfried
Song without words (concerto per violino,viola e pianoforte)

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Under the Domin Tree (1994) di Eli Cohen
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