Nabatele, la sinagoga sospesa di Anna Kamyshan debutterà alla Biennale di Venezia

Arte

di Anna Lesnevskaya
L’opera incarna un padiglione di un Paese che non è mai esistito nel senso convenzionale del termine: Yiddishland Pavilion, uno spazio concettuale, non nazionale sviluppato dall’omonimo collettivo curatoriale composto da Maria Veits e Yevgeniy Fiks. Nabatele è il primo progetto dello Yiddishland Pavilion ad essere stato incluso nel programma ufficiale della Biennale come Evento Collaterale. Qui l’intervista all’artista.

 

Dal 9 maggio i visitatori della 61a Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia potranno contemplare un’imponente installazione nelle forme di una sinagoga lignea dello shtetl, che rimarrà sospesa nell’aria accanto all’isola di San Giorgio Maggiore proprio di fronte a piazza San Marco. Nabatele (parola pensata per unire un diminutivo Yiddish ad un termine slavo che significa “richiamare l’attenzione” o “allarme nei momenti di pericolo”) è un’opera concepita da Anna Kamyshan, artista e architetta ucraina di origini ebraiche che vive a Londra. Nasce dalla ricerca alimentata dall’identità complessa e combattuta dell’artista per riflettere su questioni quanto mai attuali: senso di appartenenza e di sicurezza, resilienza e fiamma interiore dentro ciascuno di noi. Il concetto dell’erranza e della sospensione viene qui ribaltato e rappresentato come rifugio più sicuro.

L’opera incarna un padiglione di un Paese che non è mai esistito nel senso convenzionale del termine: Yiddishland Pavilion, uno spazio concettuale, non nazionale sviluppato dall’omonimo collettivo curatoriale composto da Maria Veits e Yevgeniy Fiks. Nabatele è il primo progetto dello Yiddishland Pavilion ad essere stato incluso nel programma ufficiale della Biennale come Evento Collaterale.

Organizzato dal Montreal Jewish Museum, Nabatele è un aerostato a doppia membrana riempito d’elio che si solleva fino a 25 metri sopra la laguna seguendo le condizioni atmosferiche. Si presenta come una sinagoga sospesa che evoca le caratteristiche di un’architettura reale, adagiata su una roccia fluttuante con radici e frammenti di pietra, simulacri di una terra di appartenenza. Il rimando è al dipinto Il castello dei Pirenei (1959) di René Magritte, immagine spesso interpretata come simbolo di speranza in mezzo all’incertezza. Le finestre illuminate della sinagoga richiamano il Ner Tamid, luce eterna, una lampada sempre accesa al di sopra dell’Aron. L’opera dal significato simbolicamente denso e tecnicamente sfidante è stata sostenuta fra gli altri dalla Blavatnik Family Foundation.

Prima di lavorare su Nabatele, Anna Kamyshan ha co-creato la visione concettuale per il Babyn Yar Holocaust Memorial Center, dove ha realizzato un’installazione A Glimpse into the Past, dedicata alle vittime anonime della Shoah e della Seconda Guerra Mondiale. Mosaico ha intervistato l’artista per approfondire la sua storia personale e la genesi della scultura itinerante che debutterà fra poco alla Biennale di Venezia per poi proseguire il suo viaggio verso altri spazi pubblici internazionali.

Anna Kamyshan (Foto: Tea Monselesan e Fanni Baranyi)

Ci racconti della Sua famiglia ebraica e di come le Sue origini hanno influenzato la Sua arte.

Il vero cognome della mia famiglia ebraica è Zilberberg. Durante la Seconda Guerra Mondiale abitavano a Kharkiv, nell’Est dell’Ucraina e furono tutti trucidati tranne mio nonno che si salvò cambiando cognome in Kamyshan. Successivamente lasciò la sua città natale fuggendo da ricordi terribili e si trasferì a Leopoli, dove sono nata. Per paura e per il dolore che visse, il nonno nascose per tutta la vita la sua origine ebraica, finché mio padre non si trovò per caso in Israele, si innamorò del Paese e voleva trasferirvisi. Allora il nonno svelò le origini della nostra famiglia. Avevo nove anni e ciò ha avuto un’influenza profonda sulla mia vita. A scuola mi davano della zhido-moskalka (dai termini dispregiativi “zhid” e “moskal” che significano “ebreo” e “russo”, ndr), all’Università a Kharkiv dove sono andata a studiare per memoria del nonno, mi chiamavano zhido-banderovka perché sono arrivata dall’Ucraina occidentale. Sono sempre e ovunque stata un’estranea e con l’inizio della guerra su vasta scala tra la Russia e l’Ucraina e l’immigrazione che ne è seguita, ho cominciato a riflettere più spesso sul mio senso di appartenenza, sulle mie origini e l’identità, il che ha contribuito alla nascita dell’idea di questo progetto.

L’immagine di una sinagoga lignea sospesa è già comparsa nella Sua video opera The Castle of Yiddishland presentata nell’ambito dello Yiddishland Pavilion contestualmente alla 19° Mostra Internazionale dell’Architettura della Biennale di Venezia 2025. Come nasce questa immagine e cosa significa per Lei?

The Castle of Yiddishland e Nabatele sono create nell’ambito della stessa idea e fanno parte di un insieme. La sinagoga lignea nasce come simbolo di un luogo che ha senso solo per un gruppo di persone o una comunità (Minyan) in contrapposizione alla solitudine quotidiana che le persone vivono in questo mondo. Nello stesso tempo questa sinagoga sorvola il mondo in una profonda solitudine, sospesa tra terra e cielo: non si sa se un giorno si è staccata da terra e ha perso il proprio posto o se è sempre stata in questa condizione di libertà e indipendenza. Per me non è un edificio o una sinagoga, ma un oggetto profondamente simbolico, la cui capacità di volare e di fluttuare ha lo stesso significato della forza di gravità, con cui deve coordinarsi e trovare un equilibrio.

Ci racconti il lavoro che c’è dietro la realizzazione fisica di un’installazione così importante.

Dal punto di vista tecnico questo oggetto è un aerostato, costoso e di complessa progettazione. Ho una squadra geniale, ad esempio l’ingegnere aerospaziale Christopher Hortnzee-Jones di Aerotrope che precedentemente ha lavorato su molti oggetti gonfiabili dell’artista Anish Kapoor. Tutto il resto nel progetto è pura magia, pur progettata e costruita dal punto di vista ingegneristico, e spero tantissimo che sarà proprio questa l’impressione che si riuscirà a far percepire al pubblico. Aggiungo solo che se non fosse stato per la mia formazione di architetta e le conoscenze frutto di tutta la mia vita, forse non sarei riuscita a portare a termine questo progetto.

La Sua opera si inserisce nel progetto Yiddishland Pavilion. Qual’è il messaggio che questo padiglione concettuale vuole portare alla Biennale di Venezia?

Yiddishland è un Paese che non è mai esistito, che non aveva né frontiere, né territorio e che si fonda sull’unione delle persone grazie alla lingua e alla cultura. È qualcosa che viene dal passato ma allo stesso tempo, secondo me, qualcosa che ha a che fare col futuro, nel quale si vorrebbe avere più libertà dalle frontiere statali. È proprio questo Paese immaginario che lo Yiddishland Pavilion vuole rappresentare nell’ambito della Biennale di Venezia, portando il proprio contenuto e messaggio artistico.