Con Israele alla Biennale Arte 2026, la memoria si fa acqua nera. Belu-Simion Fainaru: «L’arte deve restare spazio di libertà» 

Arte

di Anna Balestrieri
Il titolo dell’opera che rappresentrà Israele, Rose of Nothingness, nasce dal confronto con Paul Celan, figura decisiva nell’immaginario dell’artista. Non si tratta di una semplice citazione letteraria, ma di una prossimità profonda, quasi esistenziale. Non soltanto un’installazione, ma un invito. A sostare. Ad ascoltare. A lasciare che l’acqua, il buio, il vuoto e il tempo producano un varco.

La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte – La Biennale di Venezia si terrà da sabato 9 maggio a domenica 22 novembre 2026, con pre-apertura riservata nei giorni 6, 7 e 8 maggio. Tra i progetti più intensi attesi all’Arsenale c’è quello di Belu-Simion Fainaru, artista nato a Bucarest e attivo a Haifa, chiamato a rappresentare Israele con Rose of Nothingness, installazione che intreccia mistica ebraica, memoria, poesia e un’idea dell’arte come spazio di silenzio, dialogo e resistenza all’esclusione.

Quest’anno il Padiglione d’Israele non sarà ospitato nella sede storica dei Giardini, attualmente in ristrutturazione, ma in uno spazio alternativo all’Arsenale. È un trasferimento tutt’altro che neutro. Da un lato impone vincoli tecnici e architettonici severi: l’edificio assegnato è antico, tutelato, e non consente interventi invasivi sulle pareti o sulla struttura. Dall’altro, però, proprio questa condizione ha aggiunto al progetto una densità ulteriore. Per Fainaru il peso storico dello spazio, la sua memoria materiale, la sua stessa fragilità, sono entrati a far parte dell’opera, rendendola ancora più stratificata. «È difficile lavorare in un edificio preservato», osserva, «ma allo stesso tempo si guadagna una dimensione storica che rende l’installazione più complessa e più speciale».

Il titolo, Rose of Nothingness, nasce dal confronto con Paul Celan, figura decisiva nell’immaginario dell’artista. Non si tratta di una semplice citazione letteraria, ma di una prossimità profonda, quasi esistenziale. Celan, poeta ebreo nato in Romania, autore in lingua tedesca e segnato dall’esperienza della diaspora, incarna una pluralità identitaria in cui Fainaru si riconosce. Anche lui nato in Romania, anche lui portatore di una memoria familiare e storica che attraversa l’Europa e Israele, Fainaru legge in Celan non soltanto un maestro poetico, ma una soglia attraverso cui interrogare il rapporto tra trauma, assenza, lingua e identità. «Sono molto legato a lui», dice, «anche perché ho vissuto diverse identità, proprio come lui».

Belu-Simion Fainaru

Al centro dell’installazione vi è infatti il concetto di “nulla”, inteso non come semplice mancanza, ma come origine. In una prospettiva radicata nel pensiero ebraico, ciò che esiste prende forma a partire dall’ayin, il nulla generativo. «Questo concetto è centrale nell’esposizione», spiega Fainaru a Mosaico-Bet Magazine. È da qui che prende corpo un lavoro costruito attorno a un sistema di irrigazione a goccia: sedici tubi lasciano cadere ritmicamente acqua nera in una vasca, componendo una partitura insieme visiva e sonora. L’acqua, elemento essenziale e prezioso in Israele, richiama da un lato una tecnologia profondamente associata alla storia del Paese, dall’altro assume una valenza simbolica più ampia: «In Israele l’acqua è rara e molto preziosa», osserva, «non solo dà vita, ma rende possibile vivere».

L’immagine dell’acqua nera rimanda inevitabilmente al “latte nero” di Celan, a quella sostanza impossibile in cui si tengono insieme nutrimento e morte, memoria e trauma. Ma nell’orizzonte di Fainaru questa oscurità non resta solo segno di catastrofe. Diventa anche scrittura, traccia, rigenerazione. «La mia installazione è legata all’idea di creazione -, afferma – alla possibilità di cominciare di nuovo». L’acqua nera che cade nella vasca costruisce una superficie meditativa, una specie di testo senza parole, una “pagina viva del Talmud”. Non è un caso che l’opera venga presentata a Venezia, città in cui nel XVI secolo fu stampato per la prima volta il Talmud: qui il legame con la tradizione ebraica si fa insieme storico, simbolico e spaziale.

In questa installazione, tutto sembra chiedere allo spettatore di rallentare. In un tempo dominato dalla velocità, dal rumore, dalla reazione immediata, Fainaru propone un’esperienza di lentezza e di ascolto. Il lavoro non si esaurisce in un’immagine: richiede tempo, permanenza, disponibilità interiore. «Tutto il lavoro è legato al tempo – spiega – e bisogna cercare di comprenderlo con il cuore e con la propria esperienza». Agisce attraverso il ritmo delle gocce, attraverso il suono, attraverso la tensione tra presenza e assenza. A un certo punto, il sistema si interrompe e subentra il silenzio: è lì che l’opera apre davvero il proprio spazio interiore. «Spero che questo evochi il silenzio personale di chi guarda e il suo processo interiore».

 

Se sul piano simbolico l’opera dialoga con la Kabbalah, con il Talmud e con l’idea di tikkun — la riparazione — sul piano storico e biografico porta con sé anche il peso del presente. Fainaru non nasconde quanto oggi rappresentare Israele alla Biennale significhi assumere una responsabilità particolarmente delicata. Dopo aver ricevuto nel 2025 l’Israel Prize, il massimo riconoscimento nazionale, si sente investito di un ruolo ulteriore: non solo quello di artista, ma quello di figura pubblica chiamata a esprimersi in un contesto di forte polarizzazione. «Mi sento sempre più visto come un rappresentante israeliano e anche ebreo -, osserva – e non è una situazione facile».

È proprio qui che la sua posizione si fa più netta. Per Fainaru, l’arte deve restare uno spazio di libertà, capace di ospitare la complessità senza ridursi a manifesto. «L’arte dovrebbe essere un luogo libero, un luogo di espressione senza paura», afferma. Non un luogo separato dal mondo, ma uno spazio in cui il confronto sia ancora possibile senza essere schiacciato dalla logica dell’esclusione. Da anni, anche attraverso la Biennale del Mediterraneo di Haifa da lui fondata, lavora in questa direzione: mettere in dialogo artisti provenienti da contesti politici, culturali e religiosi differenti. «Questo è il potere dell’arte, creare dialogo, scambio di idee, una visione pluralistica».

In questo senso, anche la collocazione del padiglione all’Arsenale, accanto a quelli di Paesi come Arabia Saudita e Turchia, assume una forte valenza simbolica. È una geografia che parla di vicinanze inattese, di possibilità di confronto, di una pluralità che l’arte può ancora rendere visibile. Non stupisce allora che il cuore del progetto non sia la denuncia frontale, ma una forma più sottile di resistenza: quella che passa attraverso il silenzio, la contemplazione, la vulnerabilità.

Nella parte finale del suo racconto, Fainaru aggiunge un elemento destinato a dare all’installazione una tonalità ancora più intima. All’interno dello spazio inserirà anche delle mezuzot da lui create come opere culturali, distribuite su cinque porte. «Il pensiero numerico è molto importante per me -, spiega – come nella tradizione ebraica, dove i numeri hanno un significato legato alle parole e ai concetti». Per questo nel suo lavoro ricorrono spesso il sette e il dieci, numeri che rimandano a una grammatica simbolica profonda.

Ma il nucleo più intenso della sua dichiarazione resta quello rivolto al pubblico. «Il mio obiettivo è cambiare qualcosa nella mente delle persone e aprire il loro cuore», afferma. Il cuore, nella sua visione, non è una metafora, ma un principio di conoscenza. «Il cuore ha un ruolo nel significato», dice. E ricorda che, nell’ebraico antico, l’artista è anche hacham lev, il “saggio di cuore”. È in questa figura che riconosce il proprio compito: «è questo il mio ruolo come artista».

Così Rose of Nothingness si presenta non soltanto come un’installazione, ma come un invito. A sostare. Ad ascoltare. A lasciare che l’acqua, il buio, il vuoto e il tempo producano un varco. E forse, in un’epoca segnata da rumore, irrigidimento e appartenenze contrapposte, è proprio questa la sua ambizione più radicale: non convincere attraverso uno slogan, ma trasformare attraverso un’esperienza.