Verso la Giornata della Cultura: la magia della parola

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“Nell’umile sinagoga della mia città natale di Aïn Témouchent, in Algeria, i dieci Comandamenti erano scritti a lettere d’oro su due tavole di legno di quercia appese sopra l’armadio che conteneva i rotoli della Torah. Come tutti gli altri bambini ebrei, imparavo a memoria le dieci Parole centrali, le cui 620 lettere ebraiche, disposte su due colonne allineate, danzavano davanti ai miei occhi, affascinandomi. Rimanevo estasiato di fronte a quelle dieci Parole che riassumono tutto ciò che l’uomo può comprendere e auspicare per l’universo”. (1)

I dieci comandamenti, retaggio di tutta l’umanità, sono la testimonianza per eccellenza che l’ebraismo ha lasciato nelle culture con le quali ha interagito nel corso dei secoli. Nell’Esodo (20:1) il termine usato per presentare i comandamenti è “davar”, termine ebraico per “parola”. In ebraico i dieci comandamenti sono quindi le “dieci parole”.

Il testo biblico non possiede vocali, e non vi è punteggiatura. Le vocali sono quindi una aggiunta successiva. Tutti i termini generalmente sono composti. La radice DVR (alla base della parola “davar”) è costituita dalle consonanti daleth, beth e resh.

I maestri hanno insegnato che la Torah ha settanta volti (“Shivim panim leTorah”); ogni parola può avere settanta significati: la parola può essere trattata come una roccia da cui, al solo colpirla, scaturiscano infinite scintille. Più la si batte, più scintille scaturiranno. E battendo ancora la parola, altre scintille, forse meno sacre ci fanno trovare che nell’antico dialetto giudaico-romanesco l’incitazione a “fare davar” diviene, in maniera apparentemente paradossale, l’invito a tacere, a non fare parola. In ebraico moderno “Ein davar” significa “non c’è di che”, “non importa”.

E, a furia di essere battuta, la radice DVR con un cambio di vocali, quasi come per una magia cattiva può assumere un significato del tutto diverso: “Davar”, la parola, quando non viene ascoltata può divenire “dever”, la peste, una delle dieci piaghe bibliche. O una scintilla remota può tramutare la radice DVR fino a farla diventare Dvir, il luogo più interno del Bet HaMikdash, il Tempio di Gerusalemme sulle cui vestigia ancora oggi si prega e ci si commuove, e tra le cui pietre si infilano biglietti di preghiera e di supplica, recanti le diverse parole degli uomini.

La parola viene data da Dio nel luogo per definizione in cui non viene udita alcuna voce: il deserto, in ebraico “midbar”, formato dalle stesse consonanti DVR, con un M che non fa parte della radice, e che evoca in genere, in inizio di parola, la preposizione “da”. Uno stimolo per una riflessione: nel luogo preposto al silenzio, proprio lì il silenzio di Dio si interrompe e la Sua parola si manifesta.

Per sottolineare percorsi di cultura ideali, e che ognuno può costruire per sé nella maniera che gli è più affine (così come le lettere dell’alfabeto ebraico possono unirsi in maniere sempre diverse a costituire un’infinità di radici), per questa ottava edizione della Giornata Europea della Cultura Ebraica abbiamo voluto utilizzare, come una suggestione piena di vita e di colore, lettere disegnate dall’artista Emanuele (“Lele”) Luzzati, recentemente scomparso. Parole che in questa nostra manifestazione si accompagnano ai sentieri, ad indicare un percorso ideale in continuo facimento parole che, in una giornata che speriamo particolare, ambiscono a venire a far parte, assieme a tutte le altre, del piccolo “tesoro” di parole proprie che ciascuno di noi porta con sé.

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