di Dalia Fano, responsabile JOB
Siamo a inizio anno, ed invece dei soliti buoni propositi per il futuro, vogliamo riflettere su un tema spesso trascurato, gli inizi.
Gli inizi sono difficili, diceva la madre del protagonista in un libro di Chaim Potok.
E sono difficili anche quando pensiamo a un nuovo lavoro quei primi mesi, in cui tutto sembra più complesso di quanto ci aspettassimo.
All’inizio manca l’orientamento. I codici non sono chiari, le dinamiche sono opache, le decisioni sembrano talvolta arbitrarie. In questa fase è facile cadere in due trappole opposte: giudicare troppo in fretta di aver sbagliato scelta, oppure convincersi che ogni difficoltà sia solo un passaggio da sopportare. In realtà, nessuna delle due posizioni aiuta a capire davvero.
La pazienza attiva e l’osservazione
Gli inizi chiedono una pazienza attiva, che passa attraverso una competenza essenziale: l’osservazione.
Osservare significa sospendere temporaneamente il giudizio per capire come funziona davvero il contesto in cui siamo entrati. Non come viene raccontato, ma come opera nel tempo.
I processi
In questa fase è utile spostare lo sguardo dai comportamenti individuali ai processi: i meccanismi ricorrenti che guidano il lavoro quotidiano, indipendentemente dalle persone o dalle intenzioni.
Ad esempio: come vengono assegnate le priorità, come si risolvono i problemi, come fluiscono le informazioni, come si distribuisce il lavoro.
Anche se le persone cambiano, i risultati spesso restano simili perché il sistema funziona secondo schemi prevedibili.
Questa comprensione permette di distinguere le difficoltà iniziali e contingenti dall’ostacolo strutturale. Sono proprio questi elementi, più delle persone o delle intenzioni, a raccontare la natura di un’organizzazione (ad es: schemi organizzativi che restano invariati nel tempo e che poi incidono sul tuo ruolo e sulla tua crescita).
La relazione con il contesto
È altrettanto importante osservare la propria relazione con il contesto:
stai imparando competenze trasferibili?
Hai spazio per influenzare anche piccoli aspetti del lavoro?
La fatica è legata allo sforzo dell’apprendimento o al contesto stesso?
Rispondere a queste domande ti aiuta a valutare concretamente se sei in un percorso di crescita o se il contesto è limitante. E nel tempo, queste risposte diventano più affidabili delle prime impressioni.
Il perché personale che ti ha portato dove sei
Durante questo percorso, torna centrale una domanda semplice: perché ho scelto di essere qui?
Ritornare alla decisione originaria della scelta aiuta a distinguere ciò che richiede tempo da ciò che richiede una decisione diversa. Non tutte le difficoltà indicano un errore, ma non tutte vanno normalizzate.
Un filo guida essenziale è il tuo perché personale. Ogni scelta professionale nasce da motivazioni specifiche: crescere, imparare, affrontare nuove sfide, cercare stabilità.
Quando inizi un nuovo lavoro, ricordarsi di questo perché è essenziale. Ti aiuta a valutare se le difficoltà iniziali sono semplicemente parte del processo di adattamento, oppure se stai affrontando ostacoli che segnalano un disallineamento più profondo tra il contesto e i tuoi obiettivi.
Col tempo, il tuo perché può cambiare: scopri nuove motivazioni, aggiungi priorità o lasci indietro elementi che erano importanti all’inizio. È importante chiedersi:
- Cosa ho aggiunto? Nuove motivazioni, nuovi obiettivi che hanno senso per me.
- Cosa ho lasciato indietro? Aspettative o desideri che non si sono realizzati e che non posso o non voglio inseguire.
- Il mio perché originario resta coerente con quello che voglio diventare?
Rispondere a queste domande non significa giudicare il passato, ma leggere con chiarezza come il tuo percorso si sta trasformando. Spesso, il vero valore di ricordarsi del proprio perché non è tanto confermare di aver fatto la scelta giusta, quanto capire come usare questa scelta per crescere e orientarsi in modo consapevole, anche se il contesto non è perfettamente quello che immaginavi.
Lo sguardo strategico
Non tutte le difficoltà indicano un errore, e non tutte le scelte vanno difese a ogni costo.
A volte, osservando con attenzione e continuità, emerge una consapevolezza scomoda: il contesto non è quello che pensavamo. E quando lo si capisce, non si torna indietro. Le scelte professionali non sono reversibili, ma possono essere rinegoziate nel modo e nel tempo, se osserviamo, comprendiamo i processi e valutiamo il nostro perché.
Qui entra in gioco lo sguardo strategico. Non è solo pensare in grande, ma collegare ciò che osservi oggi alle conseguenze nel tempo.
Chiedersi: questo modo di lavorare mi permette di diventare il professionista che voglio essere? Sto sviluppando competenze che resteranno con me? Che prezzo richiede l’adattamento richiesto?
E infine attenzione ad un principio concreto: se si deve cambiare, è quasi sempre meglio farlo mentre si ha un lavoro. Non per opportunismo, ma per lucidità. Avere una posizione consente di osservare, valutare e decidere con calma, senza l’urgenza che distorce le scelte. È la differenza tra la fuga da e la scelta adulta e consapevole
Conclusione, darsi il tempo per leggere il contesto e se stessi
Gli inizi sono difficili, sì. Ma non sono solo una prova di resistenza. Sono un tempo di lettura: di processi, di contesto, di se stessi. Saper leggere un contesto, e il proprio posto dentro di esso, è una delle competenze più solide che possiamo sviluppare lungo il percorso professionale.



