AI e ricerca del lavoro: trappole e stimoli

JOB news

di Dalia Fano, responsabile JOB

Da diverso tempo l’Intelligenza Artificiale è entrata con naturalezza nella ricerca del lavoro. Scrive CV, revisiona lettere di presentazione, suggerisce parole chiave, prepara ai colloqui, aiuta ad aggiornare profili LinkedIn.

Riduce l’ansia della pagina bianca.
Fa risparmiare tempo.
Ci rende più sicuri e meno procrastinatori.

Ne avevamo parlato in un articolo di qualche anno fa e torneremo sul tema nel prossimo workshop. Io per prima la utilizzo quando revisiono CV o costruisco il match con un annuncio.

Dal nostro piccolo osservatorio JOB emerge però una riflessione, ancora non strutturata su base statistica, ma basata su impressioni ricorrenti:
l’AI aiuta davvero il match tra candidato e azienda o rischia, nel tempo, di renderlo più fragile?

 

Il cervello ama le scorciatoie 

Se iniziamo a scrivere con l’AI, continuiamo davvero a pensare?

C’è un aspetto semplice che vale la pena ricordare: il cervello non ama lo sforzo. Cerca soluzioni rapide, automatiche, meno dispendiose possibile. E se non viene allenato, perde plasticità.

Scrivere un CV senza aiuti è faticoso e noioso.
Ma è anche uno dei momenti in cui siamo costretti a fermarci e a porci domande importanti:

Qual è la mia identità professionale?

Qual è il filo rosso che caratterizza il mio percorso
Cosa so fare davvero?
Quali delle mie competenze sono ancora spendibili?
Quali dovrei aggiornare?

 

Quando questo passaggio viene delegato automaticamente all’AI, qualcosa inevitabilmente si semplifica. La fatica diminuisce, il testo prende forma rapidamente. E ci sentiamo più pronti a candidarci.

Ma il processo creativo e generativo che la scrittura induce viene preservato o si paralizza?
Quali sono i rischi cognitivi di un utilizzo sistematico e poco consapevole dell’AI?

Non è una questione morale. È una questione di allenamento mentale.

 

CV perfetti, sempre più simili

L’AI ha un talento evidente: mette ordine, raffina, rende convincente quasi qualsiasi testo, anche quelli che non raccontano molto.

Il rischio è che inizi a farlo allo stesso modo per tutti, perdendo per strada i tratti che davvero ci distinguono.

Alcune analisi sui modelli linguistici mostrano come tendano a riprodurre strutture retoriche ricorrenti, veri e propri “tic narrativi”. Non solo errori di contenuto, ma ritmi e pattern linguistici riconoscibili. Frasi costruite con lo stesso andamento, correzioni enfatiche del tipo “non X, ma Y”, lessico iper-positivo e compiacente.

Tradotto nella ricerca del lavoro: CV curati nella forma, ma progressivamente meno distintivi nella sostanza. Più lineari, ma meno autentici.

E qui emerge un paradosso curioso: sempre più persone dedicano tempo a insegnare all’AI come non sembrare AI, invece di usarlo per capire meglio cosa possono davvero offrire al mercato.

 

L’incontro con la realtà

La questione, per noi di JOB, non è se l’AI sia utile. Lo è, e molto.

La domanda è un’altra: facilita davvero l’incontro tra candidati e aziende oppure rischia di creare aspettative poco realistiche?

Lo vediamo in due direzioni diverse.

Nei giovani, quando l’AI rafforza l’idea del “lavoro dei sogni” senza un reale confronto con ciò che il mercato chiede oggi.

Nelle figure senior o mid in transizione, quando viene usata per rivendicare un’identità costruita sul passato, senza interrogarsi su come quel valore possa tradursi nel presente.

Su questo punto trovo interessante la riflessione di Paolo Iacci, che richiama il concetto giapponese di ikigai come chiave per leggere il rapporto tra passione e lavoro.

L’ikigai, un termine che significa “ragione d’essere” e che aiuta ad individuare il Purpose, lo Scopo che nella vita ti motiva, e che rappresenta (anche graficamente) l’equilibrio tra quattro dimensioni: ciò che amiamo fare, ciò in cui siamo competenti, ciò di cui il mondo ha bisogno e ciò per cui possiamo essere retribuiti. Non è un invito a seguire solo la passione, ma a metterla in dialogo con la realtà economica e sociale.

Molti si fermano ai primi due cerchi, quelli della passione e del talento, trascurando la domanda reale e la sostenibilità economica.

È un richiamo prezioso anche quando parliamo di AI.
Un CV può essere impeccabile.
Ma è anche coerente con ciò che oggi viene richiesto?
È allineato con il contesto o solo con il nostro desiderio?

 

Quando l’AI diventa una scorciatoia emotiva

L’uso eccessivo dell’AI è qualcosa di più della pigrizia cognitiva. Dietro a quell’automatismo nel farne ricorso possono anche esserci emozioni difficili da riconoscere.

C’è la fatica della pagina bianca.

Il dubbio di non essere abbastanza aggiornati, preparati.

La fatica del ridefinirsi
La paura di scoprire che alcune competenze oggi non bastano più.

 

In questi momenti l’AI rischia di diventare eccessivamente rassicurante. Propone versioni di noi più lineari, più convincenti, più sicure.

La domanda importante però resta:
quella versione mi rispecchia davvero o mette in ombra aspetti di cui è importante che io prenda consapevolezza?

L’AI può aiutarci a raccontarci meglio. Ma non può sostituire il lavoro, talvolta scomodo, di ridefinire chi siamo professionalmente oggi.

 

La pratica della consapevolezza nell’utilizzo dell’AI

Usare l’AI in modo consapevole significa usarla con una chiara intenzione.

Qui la pratica di consapevolezza della mindfulness può esserci ancora una volta d’aiuto sia nell’andare più in profondità con la scrittura che nella ricerca del lavoro.

Significa riconoscere l’automatismo: l’impulso immediato a copiare e incollare, a chiedere “riscrivi meglio”, a delegare. Significa fermarsi qualche minuto e chiedersi:
sto usando questo strumento per strategia o per evitare la fatica di pensare?

Strategia significa avere già chiara la direzione e usare l’AI per rafforzarla, verificarla, metterla alla prova.
Evitare la fatica significa invece delegare prima ancora di aver chiarito cosa voglio dire, cosa posso offrire, dove voglio andare.

 

Se ho già una direzione, l’AI mi aiuta a renderla più solida, ma se la direzione non è chiara, l’AI rischia di costruire unanarrazione convincente su fondamenta ancora fragili.

Nel primo caso l’AI è un alleato. Nel secondo diventa una scorciatoia che rischia di indebolire la consapevolezza professionale.

 

Ed è proprio su questo processo di chiarificazione che, nei percorsi di coaching e counseling che offriamo in JOB, lavoriamo con le persone: prima riconoscere la direzione, poi utilizzare gli strumenti.

 

Alcune pratiche semplici possono aiutarci a tenere le redini del processo:

  • Scrivere una prima bozza senza aiuti esterni. Anche imperfetta. La scrittura attiva genera pensiero e connessioni profonde.
  • Usare l’AI come supervisore critico, anche severo, non come sostituto. Chiederle di evidenziare incoerenze, possibili dubbi, punti deboli. “Se fossi un HR esperto, cosa ti farebbe dubitare di questo profilo?” Utilizzare quelle osservazioni non per mascherare, ma per rafforzare le aree fragili.
  • Filtrare sempre le risposte. Tenere ciò che apre nuove angolazioni e lasciare ciò che suona bene ma resta vago, generico, fuffa per dirla schietta, schietta.
  • Ricordare che un CV efficace non è quello scritto meglio, ma quello che nasce da una storia e da un progetto professionale coerente e realistico.

La consapevolezza non elimina l’utilizzo dell’AI. Ne cambia la posizione: da guida a strumento che scelgo come utilizzare, tenendo le redini del comando.

 

La competenza più importante e preziosa

Nel mercato del lavoro attuale saper usare l’AI è utile. È una competenza che si aggiunge alle altre nel nostro profilo. L’intento non è demonizzarla.

Ma la competenza distintiva e più preziosa è un’altra: la capacità di decidere quando usarla e quando no. E soprattutto come usarla perché sia funzionale al nostro scopo.

E lo scopo, nessun algoritmo può generarlo al posto nostro. Resta una responsabilità personale: conoscere chi siamo professionalmente oggi e quale direzione vogliamo dare al nostro percorso professionale.