di Ilaria Myr
Protagonisti della serata due ospiti di eccezione: Gadi Moses, abitante del Kibbutz Nir Oz, rapito il 7 ottobre 2023 e liberato dopo 482, e Nitzan Alon, generale dell’esercito israeliano e dal 2012 responsabile del Comando centrale, poi nominato a capo della Mishlat HaShevuyim VeHaNe’edarim, il comando speciale creato nella notte tra il 7 e l’8 ottobre per localizzare dispersi e ostaggi e coordinare i negoziati internazionali. A intervistarli la giornalista Giulia Sorrentino, cronista e autrice d’inchieste di attualità politica scenari internazionali per Il Giornale.
«Durante i 482 giorni in cui sono stato ostaggio a Gaza avevo perso tutto: la mia libertà, la connessione con i media e con il mondo, la conoscenza e l’indipendenza. Non sapevo che c’era la guerra né cosa fosse successo ai miei cari e ai membri del mio Kibbutz. Ero connesso solo con la mia forza e al pensiero di sopravvivere. Soprattutto, sino riuscito a mantenere la mia dignità di essere umano. E da quando sono stato liberato, quello che mi dà forza è la solidarietà e l’amore che ricevo da tutte le comunità ebraiche, e da voi oggi».
Sono parole commoventi ma piene di energia quelle pronunciate da Gadi Moses, 82 anni, ostaggio a Gaza per 482 giorni, durante la serata di raccolta fondi del Keren Hayesod martedì 24 marzo all’Hotel Melià di Milano. Un evento, intitolato “ieri, oggi, domani” che è stato un vero e proprio inno alla resilienza di Israele e del popolo ebraico, duramente colpito dalla tragedia del 7 ottobre e della conseguente guerra. Ma soprattutto è stato un evento in sostegno dei diversi progetti avviati per il 2026 dall’associazione per sostenere Israele, primi fra tutti il progetto Shavim di sostegno ai riservisti colpiti da PTSD a tornare a una vita normale e l’ampliamento del Centro di resilienza di Ashdod, nel sud del paese.

Davanti a una sala gremita di partecipanti, sono intervenuti per i saluti il presidente della Comunità ebraica Walker Meghnagi, il rabbino capo rav Alfonso Arbib e il presidente del Keren Hayesod Victor Massiah: tutti hanno sottolineato l’importanza di essere forti, nonostante le difficoltà, e di andare avanti, come ha sempre fatto nella sua storia il popolo ebraico.
Protagonisti della serata due ospiti di eccezione: Gadi Moses, abitante del Kibbutz Nir Oz, rapito il 7 ottobre 2023 e liberato dopo 482, e Nitzan Alon, generale dell’esercito israeliano e dal 2012 responsabile del Comando centrale, poi nominato a capo della Mishlat HaShevuyim VeHaNe’edarim, il comando speciale creato nella notte tra il 7 e l’8 ottobre per localizzare dispersi e ostaggi e coordinare i negoziati internazionali. A intervistarli la giornalista Giulia Sorrentino, cronista e autrice d’inchieste di attualità politica scenari internazionali per Il Giornale.
Nitzan Alon, la sfida di affrontare chi ci vuole distruggere
“Dopo il 7 ottobre l’esercito ha capito che non è più possibile utilizzare una strategia di contenimento davanti a nemici che vogliono distruggerci, ma è importante sapere reagire». Così Nitzan Alon ha iniziato il suo intervento, rispondendo alla domanda della giornalista sull’attuale guerra in Iran iniziata da Israele e Stati Uniti. «L’Iran ha dimostrato di essere un pericolo per il mondo – ha continuato – e una prova chiara ne è il missile lanciato sull’isola José Garcia, che dimostra che possono arrivare in luoghi lontani, e quindi anche in Europa. Per Israele è un pericolo da decenni, a causa dell’attività dei suoi proxy. Certo, oggi ogni israeliano sta pagando le conseguenze di questa guerra, ma, nonostante ciò, il consenso è molto diffuso fra i cittadini. Quanto durerà il conflitto? Non è possibile dirlo. Ad oggi abbiamo distrutto il 70% delle capacità militari della repubblica islamica, ma dobbiamo continuare per danneggiare al massimo la capacità missilistica».
Per quanto riguarda gli equilibri nella regione, Alon ha spiegato come «la pressione che l’Iran sta facendo sugli altri Paesi del Golfo per metterli contro usa e Israele non sta funzionando», mentre riguardo alla strategia di creare una crisi energetica bloccando lo Stretto di Hormuz «sembra che ci siano delle negoziazioni in Oman e Pakistan».
E la Russia in tutto ciò? «Certo è un alleato importante dell’Iran, ma al momento è invischiata pesantemente nella guerra con l’Ucraina, e dubito che voglia entrare in un’altra guerra».
Gadi Moses, la forza di chi è sopravvissuto con dignità
L’intervento di Gadi Moses è stato tutto incentrato sulla forza di sopravvivere durante i 482 giorni di prigionia, in cui è stato spostato in 10 luoghi e ha avuto più di 20 carcerieri. «Mio nonno paterno è stato ucciso nel 1935 in Germania per strada dai nazisti, e mio padre a soli 10 anni è stato mandato nella Palestina mandatari da solo – ha raccontato – Quindi è forse il DNA, insieme all’educazione che ho ricevuto, ad avermi forgiato come uomo indipendente e degno. Quando ero ostaggio mi hanno picchiato una volta: ho detto “non fatelo mai più, altrimenti vi picchio io”. E non l’hanno più fatto».
Ma la violenza psicologica è stata continua – «Cercavano continuamente di convincermi a convertirmi all’islam, promettendomi una nuova moglie, ma io ho sempre rifiutato» -ed è durata fino all’ultimo giorno. «Dopo che mi avevano già detto che pochi giorni dopo sarei stato liberato, mi hanno portato in un cimitero davanti a una tomba aperta. Ero circondato da giornalisti, telecamere e terroristi con i mitra addosso. E lì ho realizzato che il loro obiettivo era farmi crollare e vedermi piangere. Ma io non potevo dare loro questa soddisfazione».
Del lavoro di liberazione degli ostaggi, Gadi Moses incluso, ha parlato Nitzan Alon, che ha coordinato il comando speciale creato nella notte tra il 7 e l’8 ottobre per localizzare dispersi e ostaggi e coordinare i negoziati internazionali. Dopo avere ricostruito il lavoro febbrile e difficile dei primi giorni dopo il 7 ottobre, in cui ancora non si sapeva quanti ostaggi fossero davvero a Gaza, ha raccontato come «mettendo insieme tutte le fonti disponibili e usando le fonti di intelligence siamo riusciti in molti casi a localizzare gli ostaggi, che spesso venivano però spostati in tunnel e appartamenti diversi, rendendo ancora più difficili i nostri sforzi».
Dopo questi importanti e interessanti interventi, la serata è proseguita fra gli Inni, canti e balli scatenati sulla musica di Benny fadlun. A ribadire, se mai ce ne fosse bisogno, che il popolo ebraico e di Israele sono più vivi che mai. Am Israel Chay!






