Dieci anni in Comunità: la rivoluzione amministrativa per guardare al futuro

di Ester Moscati

Intervista ad Alfonso Sassun: il Segretario generale della Comunità racconta il lavoro svolto in questo lungo periodo: molte cose sono cambiate
e oggi ci sono molte opportunità da cogliere al volo

«Sono stati dieci anni significativi e importanti. Si sono avvicendati quattro Consigli diversi, non c’è stata quindi una continuità di indirizzo politico, e sono anche gli anni segnati pesantemente dalla frode Lainati». Così racconta Alfonso Sassun, ingegnere, vasta esperienza in aziende italiane ed estere, da dieci anni esatti, dal 16 marzo 2009, Segretario Generale della Comunità ebraica di Milano.

«Ho iniziato a lavorare sistemando processi e procedure, tra cui quella delle assunzioni che devono avvenire solo ricercando le competenze necessarie all’efficienza della struttura. Oggi le diverse posizioni sono assegnate per competenza professionale e tutti hanno a cuore la Comunità, per così dire “vestono la maglia”. Il lavoro importante e difficile è far sì che anche gli iscritti alla Comunità ne “vestano la maglia”, che si sentano responsabili del futuro e del destino comune». Il riferimento, esplicito, è al pagamento dei contributi, che spesso occorre sollecitare con un dispendio di energie e costi, e che vedono ancora un arretrato notevole.

«Il richiamo è all’etica, ebraica e non solo. Deve essere chiaro che chi non paga è in difetto, verso la comunità e tutti gli ebrei di Milano. È inammissibile che si fruisca di servizi senza pagarli. Il costo per la Comunità è notevole, significa dover accendere mutui e pagare interessi passivi. Va fatto un lavoro mirato sul piano dei rapporti con gli iscritti, perché si sentano coinvolti nel bene comune e perché si rafforzi il loro sentimento di identità e di appartenenza. Non si può delegare tutto agli “altri”, perché “gli altri degli altri siamo noi”, ricordiamolo».
Certo il caso Lainati non ha aiutato e la frode che pesa sul deficit comunitario viene vista ancora come una pecca della Comunità. «È vero. – conferma Sassun – Ma oggi la situazione è completamente diversa. Abbiamo instaurato una procedura amministrativa, contabile e bancaria che rende di fatto impossibile una frode simile. C’è un sistema di autorizzazioni incrociate e congiunte, con firme vincolate che coinvolgono almeno un “politico” e un amministrativo. Una procedura approvata dall’UCEI».

Che cosa è cambiato in questi dieci anni nella amministrazione della Comunità? «Molte cose. Abbiamo concluso per il personale un nuovo contratto di lavoro che è finalizzato al conseguimento di un obiettivo importante per il futuro della CEM, con una significativa riduzione dei costi fissi. Stiamo perseguendo anche l’obiettivo di premiare le eccellenze con un sistema meritocratico trasparente e condiviso anche con i sindacati e i rappresentanti dei lavoratori.
La Comunità vive in una situazione di tensione finanziaria, pagando una situazione pregressa, ma il bilancio si sta avvicinando alla sostenibilità ordinaria, anche perché le strutture del no profit, com’è la nostra Comunità, possono ormai mettere a bilancio come ordinarie le poste che venivano considerate straordinarie (lasciti, donazioni…) che in questi dieci anni, ma in realtà da sempre, non sono mai mancate, da parte di ebrei e non ebrei. Dobbiamo inoltre aumentare le azioni di fund raising sia verso privati sia soprattutto verso le fondazioni e le istituzioni, le grandi aziende che prevedono sempre di più fondi a scopo sociale, educativo e assistenziale ai quali dobbiamo cercare di accedere con progetti strutturati».

Di che cosa avrebbe bisogno la Comunità per essere più dinamica ed efficiente? «Il sistema di governance è obsoleto, a livello di Statuto. Il Segretario Generale è un mero esecutore delle decisioni della Giunta e del Consiglio, dove spesso però ci sono persone che non hanno il polso della situazione reale.
È tempo di ripensare questo sistema: il Segretario dovrebbe essere un Amministratore Delegato, con margini di autonomia. Il Consiglio, un CDA che lo controlla e lo valuta in base al raggiungimento degli obiettivi, ma deve lasciarlo lavorare secondo le sue competenze».

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