Start up generation, all’italiana. Le nuove imprese nate nel mondo ebraico italiano

di Carlotta Jarach

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Un corto circuito di domenica pomeriggio e nessun elettricista nei paraggi. La rottura di un tubo del lavandino il giorno di Ferragosto, ettolitri d’acqua per terra e l’idraulico introvabile che si fa pagare a peso d’oro. O ancora, la baby sitter che vi pianta in asso mentre state per andare al party di benvenuto del vostro nuovo amministratore delegato; il gatto in preda a una crisi epilettica e nessun veterinario nelle vicinanze. Che fare? Niente paura, a risolvere i vostri problemi ci hanno pensato oggi cinque ragazzi della Comunità di Milano, con un’app, Praber, che nasce in inglese (e presto un sito), autofinanziata e inventata per risolvere gli inciampi della vita di ogni giorno e rivolta a chi è predisposto a cercare servizi in Rete. Come? Mettendo in contatto diretto domanda e offerta, fornitori di servizi low cost e la domanda low budget. Con, in più, un meccanismo di gradimento alla Trip Advisor: ovvero, se siete stati contenti della prestazione scrivetelo, date il voto e create il passa parola, imbattibile garanzia di qualità ai tempi del web. Quanti di noi sono impazziti per trovare la baby sitter giusta all’ultimo? Ma se a consigliarla ci sono già 10 utenti che l’hanno avuta e votata, ci sentiremo subito tranquilli.

A inventare questa nuova app sono stati Leone Salom, Filippo Hasbani, Oscar Modigliani, Nicolas e Daniel Nemni. Tutti tra i 20 e i 25 anni. Cinque amici smanettoni che dai tempi della Scuola Ebraica condividono sogni e passioni. La loro società si chiama Praber, dal latino praebere, che significa fornire una prestazione, e si tratta di una piattaforma -su smartphone – dove è possibile trovare in breve tempo ogni tipologia di lavoratore, dall’imbianchino all’avvocato. La gamma di servizi offerti è molto ampia, e l’utente non deve far altro che inserire la propria richiesta e attendere i preventivi che i vari fornitori di servizi gli propongono. «L’elemento più importante sono le connessioni sociali», ci spiega Leone Salom, laureato in Bocconi,«la vera fiducia si basa sulle amicizie, rese visibili connettendo il proprio profilo Praber a Facebook: in altre parole, potrai vedere se l’idraulico, la colf o la baby sitter ha delle “amicizie” in comune con te oppure se ha lavorato per un altro tuo amico, e questo rappresenta una garanzia di qualità». Una volta scaricata l’app (per ora disponibile solo per iOS), bisogna confermare il proprio numero di telefono e si è subito pronti: appena iscritti bisogna inserire le “skills”, ovvero cosa si sa fare. Perché su Praber si può essere contemporaneamente sia cliente che fornitore di servizi; le skills sono modificabili, ma limitate, avverte Nicolas Nemni, perché ognuno sa fare bene solo poche cose.

«Si dice sempre che gli ebrei sono tutti connessi tra loro, e che ognuno conosce qualcun’altro per ogni esigenza», continua Nicolas, anch’egli bocconiano. «Questa non è che la trasposizione tecnologica di un processo che nella Comunità ebraica avviene da sempre. Spesso, nell’ambito delle start up, si parla di disruption, un concetto che implica lo stravolgimento delle logiche dell’industria: Praber non è così, abbiamo semplicemente velocizzato un percorso che in media richiede settimane; e in un mondo che va sempre più veloce è un aspetto vincente». Il costo? «Il fornitore di servizi darà a Praber 1,49 dollari, indipendentemente da quanto ha guadagnato», spiega Filippo Hasbani, un’esperienza in pubblicità, «direttamente con la carta di credito e utilizzando l’app». Perché il sogno, dice un’altro del gruppo, Oscar Modigliani, non è altro che quello di aiutare tutti coloro che fanno bene il proprio lavoro a meglio valorizzarsi, facendoli conoscere ad un numero sempre più ampio di persone. Dalle potenzialità infinite, Praber per ora si trova solo a Milano e a New York ma, assicura Daniel Nemni, «lavoreremo affinché, con la geo localizzazione, vengano coperte più aree disponibili».

Start up generation, quindi. Tra cui c’è anche la più celebre e nota delle start up “de’ noantri”. Siamo a 600 km di distanza, a Roma. «Era il marzo dell’anno scorso quando mio zio tornando dalla Tailandia ci mostrò quello che oggi tutti noi conosciamo come ‘bastone dei selfie’, la lunga asta che permette di fare autoscatti con i telefonini e che si vende in ogni piazza d’Italia», racconta Ilan Misano. Intuite le potenzialità del prodotto, insieme al fratello Roni, Ilan ha investito in 200 pezzi comprati su internet direttamente dalla Cina: venduti tutti in due giorni. «Così abbiamo creato il marchio Selfinator, e abbiamo aperto due piccoli chioschi, uno a Campo dei Fiori e uno alla fiera Lungo il Tevere: è stato un successone, oltre 10.000 pezzi venduti». Un’avventura che li ha premiati, consegnando loro un riconoscimento come migliori imprenditori under 20; il mercato ormai è saturo, e i selfie stick li vendono ovunque, ma Ilan è fiducioso. «Questa esperienza, oltre all’introito economico, è stata un trampolino di lancio. Ma quello che conta è il futuro, le nuove idee e progetti». Infatti Ilan Misano sta cercando di formare un team per una app: un grande database di borse di studio, dove gli studenti possano trovare quella che meglio si addice alle loro esigenze, aiutandoli anche a compilare le varie application form e a fornire tutti i dati necessari.

Ed è lo stesso Misano ad aver ispirato, senza volerlo, un’altra ragazza romana, Sharon Zarfati, raccontandole un giorno di un’iniziativa interessante, di cui oggi lei è l’autentico deus ex machina e organizzatrice: si chiama Start-up Bus ed è una competizione nella quale si deve ideare, creare e lanciare una start up in 72 ore, gara arrivata quest’anno alla sua quinta edizione. «Avevamo ideato un progetto chiamato Catch Life, qualcosa che avrebbe dovuto racchiudere in un unico luogo tutte le impronte digitali, così da creare un serbatoio comune per tutti i Paesi, utile nelle indagini di polizia e RIS. Ma la cosa, lì per lì, non ha funzionato. Eppure non è stata sterile, anzi». Perché l’avventura di Sharon non è finita al termine della competizione: «pochi mesi dopo sono stata contattata dallo staff ideativo che cercava ex partecipanti per coinvolgerli nella gestione della competizione stessa. Perché, aspetto importante da sottolineare, Start-up Bus è…proprio un bus!
Quindi un vero e proprio viaggio itinerante, dove è necessario organizzare al meglio gli spostamenti e i pernottamenti, oltre che scegliere i partecipanti con criteri specifici». E così, parallelamente alla Maturità, Sharon si destreggia tra conference call, contatti con alberghi, organizza conferenze stampa e interviste. «Ora mi concentro sugli esami, ma poi riprenderò a pieno regime. Cosa farò dopo? Mi piacerebbe studiare e capire come funziona la Comunicazione d’Impresa».

Milano, Roma, Israele. Anche qui due giovani ragazzi di Milano, Yigal Halwani e Benjamin Namdar nel 2014 hanno dato il via ad un’impresa un po’ particolare. «Il progetto si chiama Diamondealing», spiega Yigal, «ed è un sito internet dove si può fare business to business, e dove i vari utenti possono interagire attraverso forum e messaggi privati, per trovare l’affare migliore». La clientela è, però, molto particolare: requisito fondamentale è essere diamantari, con tanto di patente e libretto che lo certifichi. Una volta assicurata la reale identità, si può creare il proprio profilo personale, e partecipare ad aste o semplicemente trovare il miglior pezzo tra le varie proposte. «Perché esistono due tipologie di account», dice Benjamin, «un profilo semplice, del compratore, profilo gratuito con cui si ha accesso alla chat live, al blog, agli eventi, e uno invece a pagamento che si chiama Diamond Account, e che permette di pubblicizzare i propri articoli proprio come se si avesse un piccolo negozio virtuale online». Un progetto nuovo ma che ha in serbo grandi novità: «ad ora il sito internet è in manutenzione, e stiamo sviluppando una nuova funzione che permetta ai clienti di richiedere, dietro compenso, il parere di un esperto, che possa così dare ulteriore affidabilità alle compravendite, sia del grezzo che delle pietre e dei prodotti finiti». Dopo gli States e Israele, Namdar e Halwani vorrebbero sbarcare anche sul mercato italiano.
Prossima sfida, provare ad aprire anche ai privati. Start up generation ai nastri di partenza, quindi. Dieci under 30 a cui non resta che augurare mazal tov!

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