Parasha

Parashat Vaetchannan. Nel primo Comandamento c’è il ruolo di Dio nel dramma storico dell’alleanza

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
Quando la Torà introduce i Dieci Comandamenti, essa inizia con un richiamo alla storia della nostra redenzione prima ancora del comando della legge: un promemoria del cammino che conduce dalla liberazione alla costituzione della libertà.

Uno dei più profondi disaccordi all’interno dell’ebraismo è quello tra Mosè Maimonide e Yehudah Halevi sul significato del primo dei Dieci Comandamenti.

Per Maimonide (1135-1204), il primo comandamento è credere in Dio, Creatore del Cielo e della Terra: Il principio fondamentale di tutti i principi fondamentali e il pilastro di tutte le scienze è riconoscere che esiste un Essere Primo che ha portato all’esistenza ogni cosa esistente. Se si potesse supporre che Egli non esistesse, ne seguirebbe che nulla di ciò che esiste potrebbe esistere. Se invece si supponesse che tutti gli altri esseri non esistessero, Egli solo continuerebbe a esistere… Riconoscere questa verità è un comandamento positivo, come è detto: «Io sono il Signore tuo Dio». (Esodo 20,2; Deuteronomio 5,7; Mishnè Torà, Yesodei ha-Torà 1:1-5)

Yehudah Halevi (circa 1080 – 1145) non era d’accordo. Il più grande poeta ebraico del Medioevo scrisse anche uno dei capolavori filosofici dell’ebraismo, Il Kuzari. L’opera è costruita come un dialogo tra un rabbino e il re dei Khazari.

Storicamente, i Khazari erano un popolo turco che, tra il VII e l’XI secolo, governò un vasto territorio compreso tra il Mar Nero e il Mar Caspio, comprendente la Russia meridionale, il Caucaso settentrionale, l’Ucraina orientale, il Kazakistan occidentale e l’Uzbekistan nord-occidentale.

Molti commercianti e rifugiati ebrei vivevano lì e, nell’838, il re khazaro Bulan si convertì al giudaismo, dopo aver, secondo la tradizione, organizzato un dibattito tra rappresentanti delle religioni ebraica, cristiana e musulmana. Lo scrittore arabo Dimashqi riferisce che i Khazari, dopo aver conosciuto la fede ebraica, «la trovarono migliore della loro e la accettarono». La Khazaria divenne così, spiritualmente oltre che geograficamente, una terza forza indipendente tra il Califfato musulmano e l’Impero bizantino cristiano. Dopo la conversione, i Khazari adottarono nomi ebraici, parlarono e scrissero in ebraico, praticarono la circoncisione, ebbero sinagoghe e rabbini, studiarono la Torà e il Talmud e osservarono le festività ebraiche.

Il Kuzari presenta la filosofia dell’ebraismo secondo Yehudah Halevi, esposta attraverso il dialogo immaginario tra il re e il rabbino che conduce alla conversione del sovrano. In quest’opera Halevi offre una visione diametralmente opposta a quella che, in seguito, sarebbe stata formulata da Maimonide.

Per Halevi il giudaismo non è aristotelico, bensì anti-aristotelico. Il Dio dei profeti, afferma Halevi, non è il Dio dei filosofi. La differenza fondamentale è che i filosofi trovarono Dio nella metafisica, mentre i profeti Lo trovarono nella storia.

Così il rabbino del Kuzari esprime la propria fede: Io credo nel Dio di Abramo, Isacco e Israele, che fece uscire i figli d’Israele dall’Egitto con segni e prodigi; che li nutrì nel deserto e diede loro la terra, dopo averli fatti passare miracolosamente attraverso il mare e il Giordano… (Kuzari I,11)

Egli prosegue sottolineando che le prime parole pronunciate da Dio nella rivelazione del Monte Sinai non furono: «Io sono il Signore tuo Dio, Creatore del cielo e della terra», bensì: «Io sono il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dall’Egitto, dalla casa della schiavitù» (Kuzari I,25).

Halevi visse prima di Maimonide. Nachmanide (Rabbi Moshe ben Nachman, 1194-1270) visse dopo di lui, ma anch’egli dissentì dall’interpretazione maimonidea del versetto iniziale dei Dieci Comandamenti. La sua obiezione si fonda su un passo della Mechilta «Non avrai altri dèi davanti a Me». Perché questo viene detto? Perché è detto: «Io sono il Signore tuo Dio». Una parabola: un re di carne e sangue entrò in una provincia. I suoi servi gli dissero: «Emana decreti per il popolo». Egli rispose: «No. Prima che essi accettino la mia sovranità; solo allora emanerò i decreti. Se infatti non accettano la mia sovranità, come potranno osservare i miei decreti?»

Secondo Nachmanide, il versetto «Io sono il Signore tuo Dio che ti ha fatto uscire dall’Egitto, dalla casa della schiavitù» non è un comandamento, ma il preambolo ai comandamenti. Esso spiega perché gli Israeliti debbano sentirsi vincolati alla volontà di Dio. Egli li ha salvati, liberati e condotti in un luogo sicuro. Il primo versetto del Decalogo non è dunque una legge, bensì un’affermazione di fatto, la ragione per cui Israele deve accettare la sovranità divina.

Grazie a una serie di scoperte archeologiche del XX secolo, oggi sappiamo che Nachmanide aveva ragione. L’alleanza biblica possiede infatti la stessa struttura letteraria degli antichi trattati politici del Vicino Oriente. I più antichi conosciuti sono la Stele degli Avvoltoi (anteriore al 2500 AEV), che celebra la vittoria di Eannatum, re di Lagash, sul popolo di Umma, nella Mesopotamia meridionale, e il trattato di Naram-Sin, re di Kish e Akkad, con il popolo di Elam (circa 2280 AEV) Sono stati rinvenuti anche trattati successivi tra Ittiti, Aramei e Assiri. Uno di essi descrive un patto tra il re ittita Hattusili III e il faraone Ramses II, ritenuto da alcuni studiosi il faraone dell’Esodo.

Questi trattati seguivano generalmente uno schema in sei parti, delle quali le prime tre erano:
1. il preambolo, che identificava l’iniziatore del trattato;
2. una rassegna storica, che riassumeva il rapporto precedente tra le parti;
3. le stipulazioni, cioè i termini e le condizioni dell’alleanza.

Il primo versetto dei Dieci Comandamenti costituisce una forma molto abbreviata dei primi due elementi. «Io sono il Signore tuo Dio» è il preambolo. «Che ti ha fatto uscire dall’Egitto, dalla casa della schiavitù» è la rassegna storica. I versetti successivi costituiscono le stipulazioni, ovvero ciò che noi chiamiamo comandamenti.
Nachmanide e il Midrash hanno quindi ragione nel considerare questo versetto come un’introduzione e non come un comandamento.

Che cosa è in gioco in questa divergenza tra Maimonide da una parte e Yehudah Halevi e Nachmanide dall’altra? Al cuore dell’ebraismo vi è una duplice comprensione della natura di Dio e del Suo rapporto con l’universo.
Dio è il Creatore dell’universo e il creatore dell’essere umano «a Sua immagine». Questo aspetto di Dio è universale. È accessibile a chiunque, ebreo o non ebreo. Aristotele vi giunse attraverso la logica e la metafisica. Per lui Dio era il «Primo Motore» che mise in movimento l’universo.

Oggi molte persone arrivano alla stessa conclusione attraverso la scienza: l’universo è regolato con una precisione così straordinaria da rendere estremamente improbabile che la vita sia sorta per puro caso (quella che viene talvolta chiamata il Principio Antropico). Altri vi giungono non attraverso la logica o la scienza, ma mediante un semplice senso di stupore e meraviglia («Non come il mondo è, ma che il mondo sia, è il mistico», disse Wittgenstein).
Questo aspetto di Dio è chiamato nella Torà Elohim.

Esiste tuttavia un altro aspetto di Dio, molto diverso, che domina gran parte del Tanakh, la Bibbia ebraica. È Dio così come interviene nel destino di una famiglia e di un popolo: i figli d’Israele.

Egli interviene nella loro storia. Stabilisce con loro un’alleanza altamente specifica sul Sinai, molto diversa da quella generale stipulata con Noè e con tutta l’umanità dopo il Diluvio.

L’alleanza noachide è semplice ed essenziale. I Maestri insegnarono che comprendeva soltanto sette comandamenti.

L’alleanza sinaitica, invece, è estremamente articolata e riguarda praticamente ogni aspetto immaginabile della vita.
Questo aspetto di Dio è indicato dal Nome di quattro lettere, che tradizionalmente sostituiamo (poiché il Nome stesso è santo e poteva essere pronunciato solo dal Sommo Sacerdote) con la parola HaShem.

Maimonide, il filosofo, mise l’accento sull’aspetto universale e metafisico dell’ebraismo e sull’esistenza eterna e immutabile di Dio.

Yehudah Halevi e Nachmanide, il primo poeta, il secondo mistico, erano invece più sensibili alla dimensione particolare e profetica dell’ebraismo: il ruolo di Dio nel dramma storico dell’alleanza.

Entrambe le prospettive sono vere e valide, ma in questo caso Halevi e Nachmanide sono più vicini al significato del testo biblico.
L’ebraismo ha bisogno di entrambe le voci: del filosofo, che ci insegna a cercare Dio nella creazione, e del profeta, che ci insegna a trovarLo nella storia.

Ma quando la Torà introduce i Dieci Comandamenti, essa inizia con un richiamo alla storia della nostra redenzione prima ancora del comando della legge: un promemoria del cammino che conduce dalla liberazione alla costituzione della libertà.

Di rabbi Jonathan Sacks zzl

Parashat Devarim. Non può esserci giustizia senza compassione

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
Il giudaismo è una religione dell’amore: amerai il Signore tuo Dio; amerai il tuo prossimo come te stesso; amerai lo straniero. Ma è anche una religione della giustizia, perché senza giustizia perfino l’amore si corrompe (chi non sarebbe tentato di piegare le regole a favore di chi ama?). È anche una religione della compassione, perché senza compassione la legge stessa può produrre ingiustizia.

 

Parashat Mattot Masè ((Foto: Reuben and Gad Ask for Land, di Arthur Boyd Houghton. Wikimedia)

Parashot Mattot Masé. Ognuno di noi è chiamato a diventare un esempio

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
L’ebraismo da una parte ci ordina di non sospettare degli altri. Dobbiamo giudicare le persone con benevolenza, concedendo loro il beneficio del dubbio. Dall’altra parte ci impone di vivere in modo da non suscitare sospetti, mantenendoci — come dissero i Maestri — «Lontani da ogni comportamento sconveniente, da ciò che gli assomiglia e perfino da ciò che potrebbe soltanto sembrare simile.»

(Foto: Tintoretto, Mosé colpisce la roccia)

Parashot Chukkat e Balak. Un leader deve sapere rispondere ai bisogni del presente

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
I più grandi leader sono coloro che conoscono il passato del loro popolo, credono nel suo futuro e sanno accompagnarlo nel cammino tra i due. E, come Mosè comprese più profondamente di chiunque altro, i grandi leader sono anche grandi insegnanti: persone che danno agli altri la capacità di continuare l’opera che hanno iniziato.

 

la punizione dei ribelli di Sandro Botticelli

Parashat Korach. Influenza e potere non sono la stessa cosa

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
L’uso del potere diminuisce gli altri. L’esercizio dell’influenza li accresce. Ed è questa una delle verità più profondamente umanizzanti dell’ebraismo. Non tutti possediamo potere. Ma tutti siamo capaci di essere un’influenza positiva per il bene. (Foto: La punizione dei ribelli di Sandro Botticelli)

tzitzit

Parashat Shelach Lechà. Gli tzitzit, ovvero le due dimensioni della fede ebraica

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
Da un lato, essi sono uno stile di vita pubblica, comunitaria, condivisa con altri ebrei in tutto il mondo e attraverso le generazioni. Ma esiste anche la nostra vita interiore come persone di fede. Parliamo con Lui nell’intimità dell’anima, ed Egli ascolta. Questa conversazione interiore — l’apertura del nostro cuore a Colui che ci ha chiamati all’esistenza con amore — non è destinata allo sguardo pubblico. Come l’indumento con le frange portato sotto i vestiti, rimane nascosto. Ma non è per questo meno reale.

Parashat Behaalotekhà. La vera eredità che lasciamo è il bene che abbiamo seminato

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
Spesso non sapremo mai quanto bene abbiamo fatto agli altri. Una parola gentile, un gesto di cura, una presenza fedele possono cambiare una vita senza che noi ne veniamo mai a conoscenza. Così fu per Mosè. In superficie il popolo sembrava solo ingrato e ribelle. Ma sotto la superficie il suo spirito aveva già trasformato altri esseri umani.

Parashat Nasò. Il saggio è colui che si confronta con il mondo, non che si distanzia da esso

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
Il giudaismo fa spazio agli individui che vogliono fuggire dalle tentazioni del mondo. L’esempio supremo è il nazir. Ma questa è un’eccezione, non la norma. Essere un chacham, un saggio, significa avere il coraggio di confrontarsi con il mondo, nonostante tutti i rischi spirituali, e aiutare a portare un frammento della Presenza Divina negli spazi condivisi della nostra vita collettiva.

Deserto

Parashat Bamidbar. La Torà è un contratto matrimoniale, un pegno e un gesto d’amore

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
Il sommo poeta del matrimonio fu Osea. Leggendo questa haftara nello Shabbat che precede Shavuot, facciamo un’affermazione di fondamentale importanza: che nel donare la Torà a Israele, Dio non stava affermando il Suo potere, il Suo dominio o la Sua signoria su Israele (ciò che Osea intende quando usa la parola baal). Stava dichiarando il Suo amore.

Mosè sul monte Sinai (dipinto di Gerome Jean-Léon)

Parashat Behar Bechukkotai. La profondità del pensiero ebraico deriva dalla presenza della terza dimensione: Dio

Appunti di Parashà a cura di Lidia Calò
Nell’ebraismo esiste più di un modo valido di guardare l’universo. Come minimo, esiste il punto di vista di Dio ed esiste il punto di vista dell’essere umano, e sono radicalmente distinti. Immaginazione dialogica e immaginazione cronologica sono i due modi in cui la Torà rappresenta la natura tridimensionale della realtà.