Il Paradiso non può attendere, è qui sulla Terra (e sta a noi proteggerlo)

2020

 

Effetto serra, cambiamenti climatici, incendi, siccità, carestie, desertificazione… Come risponde l’ebraismo all’emergenza ambientale? Con parole più che mai attuali: «e il Signore piantò un giardino in Eden e pose l’uomo in questo paradiso perché lo coltivasse e lo custodisse…».
E in Israele? Imprenditori green, tecnologia e sperimentazione per la rivoluzione energetica del futuro. E per una nuova etica verde

Caro lettore, cara lettrice,
chi di noi ha viaggiato in Germania ricorda probabilmente di aver intercettato, almeno una volta, una di quelle trenta abominevoli incisioni o sculture dette Judensau, disseminate per il Paese. Judensau è “la scrofa degli ebrei”, un altorilievo medievale che raffigura gli ebrei mentre bevono il latte dal sottopancia di un suino femmina, ad indicare la natura “sporca e bestiale” degli ebrei rispetto a quella dei cristiani. Perfino il filosofo Moses Mendelssohn, facendo il suo ingresso a Berlino nel 1743 per andare a gareggiare con il gotha dei pensatori dell’epoca, aveva attraversato il ponte sulla Sprea accanto a cui compariva un’altra delle tante Judensau tedesche. Com’è noto, Mendelssohn avrebbe vinto il concorso battendo Immanuel Kant, che era arrivato secondo; eppure, per la cultura tedesca di quei tempi, Mendelssohn non sarebbe mai diventato a pieno titolo il grande filosofo che era, rimanendo il figlio di un popolo reietto che si nutriva del latte di un animale considerato immondo dagli stessi ebrei. È a proposito di una di queste sculture, quella che compare sulla facciata della storica cattedrale di Wittenberg a Naumburg dove Martin Lutero affisse le sue 95 tesi, 700 anni fa, che oggi si è riaccesa una polemica importante e simbolica, giungendo alla sua conclusione: è giusto che nel paese della Shoah continuino a essere esposte in luoghi pubblici sculture infamanti come queste? Dove finisce l’importanza di documentare l’arte e la storia e dove comincia la preoccupazione di chi vorrebbe togliere di mezzo questi orrendi cimeli per racchiuderli nella teca di un museo, muniti di targhetta esplicativa, col rischio che diventino “opere d’arte” che tuttavia pochi vedranno e che, col tempo, tutti dimenticheranno? È meglio esercitare una controversa censura o salvaguardare il rispetto della storia e dei suoi simboli, ancorché ignobili? Ci sono oggetti o immagini il cui potere di maleficio non si esaurisce mai, dicono alcuni, meglio toglierli di torno prima che facciano altri danni, magari sulle giovani generazioni che non sanno nulla del passato, o su immigrati che venendo da Paesi extraeuropei non hanno maturato nessuna sensibilità in merito a quegli antichi pregiudizi. Certo, l’insegnamento contenuto nelle Judensau ha avuto effetti spaventosi, com’è noto. Ma rimuoverle, come hanno chiesto alcuni membri della comunità ebraica di Bonn, è davvero un atto dovuto? O non è, piuttosto, un gesto che obbedisce alla logica di un mainstream politicamente corretto che mira a occultare sgradevolezze di ogni sorta? Insomma, cancellare le tracce del passato che senso ha? Il dibattito si è così diviso tra chi sostiene che «arte e storia» non vadano mai censurate e chi invece è favorevole a sistemare il tutto in un museo accompagnato da un documento esplicativo. Tra questi ultimi anche Felix Klein, il commissario federale contro l’antisemitismo. Il tribunale di Naumburg ha respinto oggi (23 gennaio 2020) la richiesta di rimozione ma il ricorso al grado successivo è già in atto.
Allargando la prospettiva, molti parlano oggi di un’Europa fragilizzata, molle, affetta da un’identità infelice, incapace di visione e di progetto, malata di una generale “mancanza di autostima”. Certo, l’Europa forse non sarà stata in grado di rinnovarsi fino in fondo, di raccogliere le sfide del suo passato difficile, il senso di colpa per la Shoah, la colonizzazione, o ancora l’impasse per un presente “circospetto” circa lo statuto dei migranti e dei rifugiati… Tuttavia, anche questo minuscolo e acceso dibattito sull’eredità medievale di un’infame “vignetta”, viene a dirci una cosa: che se questo vecchio continente continua a interrogarsi ha forse ancora qualche speranza. E noi, ebrei d’Europa, con lui.

Fiona Diwan

 

 

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