n° 2 - Febbraio 2017

Il Dialogo tra le fedi passa oggi per Gerusalemme

2017
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n° 2 – Febbraio 2017
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Caro lettore, cara lettrice,
ci sono tormentoni simil-filosofici che a seconda delle stagioni storiche caratterizzano i media e il nostro lessico generazionale: oggi è il concetto di post-verità che inonda giornali e forum televisivi, ieri era il “pensiero debole”, il “disincanto” del mondo, la vittoria delle “passioni tristi”, insomma il trionfo del nichilismo individualista con il suo lessico destruente e depressivo (com’era facile negli anni Novanta, essere nichilisti con la pancia piena e i listini di Borsa alle stelle!). Insomma, il tempo di quando ci si baloccava con concetti come less is more e la “decrescita felice” (oggi la decrescita è arrivata e non è per niente felice, e il less è solo less, ovvero “poco” e povero). All’epoca, qualcuno lo ricorda, il politologo Samuel Huntington sembrava un allarmista pieno di pessimismo, che predicava lo scontro di civiltà suscitando sorrisini condiscendenti nei salotti intellettuali di New York, Parigi o Londra. Il suo saggio, Lo scontro di civiltà, fu invece profetico: il nostro nichilismo blasè non ci salverà, diceva, il nichilismo del “niente vale, tutto è uguale a tutto” (egolatria e cinismo furibondi!), non basterà a preservarci: esploderanno i conflitti tribali, religiosi, etnici; milioni di rifugiati da ogni dove sbarcheranno nell’Eldorado occidentale, spariranno alcuni Stati, ci sarà un’esplosione del terrorismo, di pulizie etniche, di conflitti atavici e sopiti, le civiltà tenderanno a sostituire gli Stati-nazione… Era il 1996. Oggi possiamo dire che Huntington non si era sbagliato e, come lui, anche un designer profetico e apparentemente frivolo come Philippe Starck, che in una intervista mi confidò di immaginare un futuro di turrite città-fortezza, presidiate da poliziotti e circondate da banlieu in fiamme. Come accade oggi.
Ora, com’è noto, non c’è nulla di più lontano del nichilismo dalla concezione ebraica, dal farai e ascolterai e dalla santificazione di ogni minimo gesto quotidiano fatto di berachot e mitzvot. Una concezione, quella ebraica, agli antipodi dall’orizzonte di decadenza che ha permeato la modernità occidentale, e che ora ci consegna tempi incerti e destabilizzanti. Accade in Francia (vedi inchiesta a pag.10) e ben ne parla un coraggioso saggio appena uscito, Une France soumise (Albin Michel), dello storico Georges Bensoussan, un libro inchiesta, fatto di voci e interviste, che racconta la Francia sottomessa e paralizzata di adesso, quella di un Paese ostaggio di gruppi islamici salafiti che con la paura impongono l’intolleranza (e la propria legge) nelle scuole, negli ospedali, nei tribunali, nelle banlieu, abili nello sfruttare il senso di colpa post-coloniale e una ideologia che li vittimizza, pronti a sollevare l’accusa di islamofobia e razzismo che rende impresentabili e ti mette al bando sociale e intellettuale. Sorprende che la prefazione del libro sia di Elisabeth Badinter, lucidissima filosofa e scrittrice, imprenditrice, donna eclettica, femminista e personaggio mitico e chiave della gauche francese. Leggendo la sua drammatica prefazione mi sono detta che se anche un’intellettuale a sinistra com’è lei oggi pensa che la Francia sia ostaggio del multiculturalismo e sottomessa al ricatto salafita, allora è proprio così, forse anche noi siamo all’ultima fermata di quell’edonismo nichilista e autodistruttivo che oggi ci paralizza, incapaci di scrutare il cielo e condannati a contemplarlo da una pozzanghera.

 

Fiona Diwan

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