n° 7/8 Luglio/Agosto 2016

Ritorno a Lisbona: dopo 500 anni rinasce la vita ebraica

2016
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n° 7/8 Luglio/Agosto 2016
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Caro lettore, cara lettrice,
il più grande pensatore del Settecento italiano, Giovan Battista Vico, l’inventore della filosofia della Storia, era convinto che gli itinerari della memoria fossero le vie per l’avvenire, e che il tempo nuovo non potesse essere che un futuro del passato, un futuro anteriore. Come dire che l’archivio del domani ribolle nei profondi mari della memoria, negli enigmi della sapienza di ieri capaci di diventare una bussola per l’oggi, e che nessun uomo è una monade, nessun uomo è un’isola – e neppure un arcipelago  -, ma una collettività, un campo di energia. Ce lo ricorda, in questo numero del Bollettino, rav Alfonso Arbib, con un importante appello a tutti gli ebrei di Milano (pag. 33), e rivolto a coloro che ancora non hanno saldato il loro debito per i servizi ricevuti dalla nostra Comunità. Un credito – la cifra è davvero alta -, di un milione e mezzo di euro ancora dovuti, da noi iscritti, alla nostra Comunità: un mucchio di soldi che potrebbe consentire alle nostre casse di tirare il fiato. Una triste insolvenza. Ma davvero nessuno di noi ha mai provato a immaginare queste pareti di via Sally Mayer, gli edifici comunitari, come alla Casa desolata descritta nell’omonimo romanzo di Charles Dickens? Io l’ho fatto. Mura sbrecciate, cortili invasi da erbacce e rifiuti, topi che scorazzano, cancelli esterni ricoperti da graffiti, squatters, ectoplasmatici fantasmi di alunni e presidi del passato che si danno appuntamento tra banchi vuoti e sedie rovesciate. Un po’ apocalittico come scenario, direte voi, “ai confini della realtà”. Eppure, anche un’ottimista come me è turbata di fronte all’evidenza di questo debito collettivo, al fare spallucce di chi pensa, nel migliore dei casi, «ma sì, vado domani!», o ai cultori del “a pagare e a morire c’è sempre tempo”.
Uno scrittore-giornalista, Wlodek Goldkorn, ebreo polacco naturalizzato italiano, nel suo recente romanzo-saggio Il bambino nella neve (Feltrinelli), ci racconta storie familiari e di esilio, il ricordo di Auschwitz, il cimitero ebraico di Varsavia. E si chiede come è possibile trasformare la memoria del Male in un modo di pensare al futuro. Goldkorn ci ricorda che esiste una bella espressione ebraica, Tikkun Olam, che significa riparazione del mondo, un concetto importante che oggi ritroviamo spesso usato anche fuori da un contesto ebraico, diventato alla moda e tracciabile negli interventi di opinionisti e nel dibattito delle idee. L’idea del Tikkun si porta dietro il concetto di responsabilità individuale e implica un’idea ben ancorata nel pensiero ebraico “dell’uomo socio di Dio nella Creazione”, responsabile verso se stesso e la propria collettività delle scelte prese e del Bene o del Male operato, ivi inclusa la possibilità di riparazione a ciò che di perverso, fuorviato, disonesto e distruttivo è stato fatto. Personalmente, credo sia forse il momento per un pensiero generoso, riparatore e collettivo, capace di andare oltre il passato, alle malversazioni di Sergio Lainati e alle responsabilità del caso. Credo che una qualsiasi forma di Tikkun oggi sia necessaria e che ciascuno dovrebbe sentirsi attraversato da un brivido all’idea che tra le mura fisiche di questa scuola e di questa comunità un giorno possa abbassarsi per lutto la saracinesca, il lutto di tutti noi come kehillà.
Scriveva il poeta Paul Celan ne Il papavero: quando le anime sognano in rosso, il cuore diventa nero di malinconia. A noi, tutto questo, non deve succedere.

Fiona Diwan

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