Ebrei in Italia tra identità e assimilazione

2016
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n° 10 – Ottobre 2016
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Caro lettore, cara lettrice,
diceva Alberto Moravia che lo scrittore (e lo studioso), è uno che sale su un albero e a un certo punto l’albero fiorisce. Salire su un albero vuol dire staccarsi da terra, fare la fatica di arrampicarsi, rischiare di cadere e di farsi male, sfidare la forza di gravità ma non per volar via quanto per salire un po’ più in alto. E avere la pazienza di aspettare che “a un certo punto” l’albero fiorisca; correndo magari il rischio che non fiorisca affatto. Nel qual caso, avremo comunque ricevuto il dono speciale di aver visto il mondo da sopra, da un’altra altezza. E che il fatto di esserci saliti sarà bastato a regalarci qualcosa, una visione più larga e ariosa. Detto ebraicamente, “non sei chiamato a terminare l’opera ma non puoi esimerti dal parteciparvi”, come recita il noto adagio del Pirkè Avot.
L’educazione ebraica è stata, nella storia, questo tentativo di salire sull’albero, questo aspettare che gettasse fiori anche quando sarebbe potuto non accadere, anche quando sapevamo che dai rami del carrubo non avremmo colto né i fiori né i frutti. L’albero è, in tutte le culture, metafora della conoscenza, materia e spirito, radicamento nel sottosuolo e ventoso innalzarsi di fronde. Nel nostro caso è anche simbolo della pedagogia ebraica e della sua attitudine educativa e cognitiva, radici e linfa per nutrire fusto e foglie, il cielo che abbraccia la zolla. Sarà forse per questo che con il nuovo anno che inizia, il 5777, le proposte di studi ebraici fioriscono copiose e allettanti. Cibo per l’anima, succulente occasioni di un percorso sistematico e strutturato. È il caso del Corso di Laurea dell’UCEI (lo si può seguire da tutta Italia), eccezionale esempio di formazione ebraica ai massimi livelli, corsi tenuti da professori carismatici, capaci di inchiodarti sulla sedia tanta è la perizia seduttiva del loro modo di spiegare, (vedi pag 20). È ancora il caso dei cinque seminari proposti da Kesher e Ucei a Milano, gratuiti e aperti a tutti, «conoscenze da mettere in valigia, irrinunciabili pilastri di sapienza ebraica», spiega rav Roberto Della Rocca: dalla Storia del Sionismo e dello Stato d’Israele tenuto da Claudio Vercelli ai Percorsi di filosofia ebraica (Mino Chamla), dalla Storia dell’Ebraismo italiano (Alberto Cavaglion), all’etica ebraica (Paolo Schiunnach), fino alla Storia della Shoah e dell’Antisemitismo (Betti Guetta) – vedi old.mosaico-cem.it.
Occasioni per evitare di guardare a noi stessi con occhi naif. Per non ammalarci di banalità. Per non coltivare un’autonarrazione stereotipata che ci faccia apparire ingenui. O ancora, per evitare che si corra il rischio di fare la figura dei custodi di un museo dentro cui non mettiamo mai piede e dove si ha l’impressione che i più interessati siano i non ebrei. Concentrati vitaminici e training di autorevolezza ebraica. Per dare risposte all’incapacità contemporanea di coltivare un sapere strutturato e approfondito in tanto caotico piluccare su Wikipedia, nuova cucina del finger food della conoscenza. Per imparare a scansare intellettuali pensosi, mandarini accigliati, guru indignati, padreterni vanitosi, ottusi maitre a penser, piccoli buddha dell’identità, profeti del multiculturalismo, insomma tutti coloro che, fuori e dentro al mondo ebraico, nei salotti buoni o nei circoli intelletual-chic hanno la pretesa di raccontarci chi siamo.

Fiona Diwan

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