n° 2 - Febbraio 2015

Le elezioni in Israele e il fattore Europa

2015
Caro lettore, cara lettrice,
il tempo triste di quando “il torto diventerà diritto” sembra forse essere giunto, per riprendere le parole dello scrittore S. Y. Agnon, e c’è qualcosa di pirandelliano, protervo, nei cortei di risposta a Je suis Charlie che abbiamo visto sfilare a Mogadiscio, in Pakistan e in Medioriente, nei giorni scorsi: i cartelli esibivano un provocatorio Je suis Muslim et j’aime mon Prophete (scritti in francese, da notare), in risposta alle mega manifestazioni francesi dell’11 gennaio 2015 (vedi foto a pag. 14). Come se 17 morti non contassero nulla di fronte al presunto oltraggio del credo musulmano. Come se davvero il tempo di un micidiale scontro di civiltà, – quello profetizzato anni fa da Samuel Huntington – fosse giunto, a dispetto di quanti, come me, non solo consideravano quel pensiero intellettualmente debole ma ne avevano pubblicamente deriso la fin troppo manichea lettura della realtà. Ci sbagliavamo.

Lo choc dei fatti di Parigi non si è ancora dissolto e molti si sono chiesti se non fossimo all’alba di una sorta di Armageddon tra mondi culturali inconciliabili. Un dirompente dibattito ne è scaturito e questo numero del Bollettino dà un piccolo contributo e qualche spigolatura.
Ma resta l’evidenza raggelante: che sul suolo francese si muore ancora solo per il fatto di essere ebrei, ancora dopo il 1945, ancora una volta dopo la strage di Tolosa nel 2012 e come Halimi. Si muore per essere andati a comprare il pane e il latte prima di Shabbat.
Siamo all’indomani del Giorno della Memoria, a 70 anni dalla liberazione di Auschwitz e a 100 anni dal genocidio armeno, altra pagina criminale della storia del XX secolo.

Oggi, io penso una cosa: la memoria è il presente. Per noi ebrei è sempre stato così, lo sappiamo, sono gli altri a non saperlo. Ma la memoria si nutre del vuoto creato dal suo opposto, l’oblio. E al livello della psiche individuale, memoria e dimenticanza sono le due facce della stessa medaglia: non può ricordare chi non sa dimenticare. Ma, paradossalmente, il contrario dell’oblio non è la memoria, è la giustizia. Non si può dimenticare se non si ha avuto giustizia, ci dice il grande storico-pensatore Y. H. Yerushalmi, in Usi dell’oblio e Zachor, cercando di spiegarci l’ossessione del popolo ebraico per il “ricordare”. Perché l’angelo della dimenticanza non può essere disgiunto dall’angelo della memoria, indivisibili. Il ricordo è solo per chi sa dimenticare.

Ma a volte, per ricordare chi siamo, dobbiamo scordare quello che siamo diventati. Il mondo musulmano degno e perbene, quello moderato (che c’è, eccome) dovrebbe rammentarselo e dirlo, dirlo, dirlo, senza stancarsi, ai cattivi fratelli.

Fiona Diwan

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