n° 9 - Settembre 2015

Idan Raichel «Con la mia musica costruisco ponti e occasioni di dialogo»

2015
Caro lettore, cara lettrice,
le feste solenni sono un’occasione per ricordarci che le nostre vite non sono mai semplicemente aleatorie (ovvero, etimologicamente, governate da un colpo di dadi, -alea in latino vuol dire dadi-). Così invece era convinto, duemila anni fa, il mondo greco-latino con la sua idea di fato-fatalità: «Non accade che l’imprevisto», e anche il peggiore degli imprevisti, ripetevano i romani.
Per il mondo ebraico invece, il concetto di teshuvà va nella direzione opposta, e significa letteralmente tornare sui propri passi, guardarsi indietro e volgersi al tempo passato, all’anno che è appena trascorso per capire il senso profondo degli accadimenti che ci hanno segnato e coinvolto. Ecco allora che, se siamo in grado di capire ciò che ci accade e penetrare nelle pieghe dei comportamenti sbagliati smontandone gli automatismi, ecco che l’imprevisto può coglierci meno impreparati e, se si produce, diventare meno deflagrante e distruttivo, anzi, con buone probabilità, addirittura di rifondarci.
Un celebre talmudista del IV secolo, Rabbi Tanhuma, diceva che “il Creatore nasconde agli uomini il giorno della loro morte, affinché possano costruire e possano piantare», così almeno leggo nel Sefer Hatoda’à – Il ciclo dell’anno ebraico, del pensatore contemporaneo Eliahu Kitov (bellissimo il capitolo dedicato al mese di Tishrì). Se conoscessimo il nostro futuro, e la nostra “data di scadenza”, come potremmo agire nel mondo e cercare di migliorarlo? Tutto ci sembrerebbe vano e inutile. La folgorante visione del destino umano la trovo nel citato Pirkè Avoth (IV, 22), “è malgrado te stesso che sei stato creato, è malgrado te stesso che hai visto la luce; ed è senza il tuo consenso che vivrai, ed è contro la tua volontà che morirai…”.
Inscritti tra questi due poli assurdi, come Prometeo, viviamo condannati a dover “rubare il fuoco” ogni giorno, a dover “fabbricare” un senso, a trovare un significato, cercando, nel periodo tra Rosh HaShanà e Kippur, di visualizzare e immaginare un altro anno degno di essere vissuto. È un bene quindi che non si sappia nulla del termine preciso delle nostre vite (ed ecco perché nel pensiero ebraico è severamente proibito cercare di interrogare il futuro andando da indovini, cartomanti, veggenti…). Siamo condannati a non sapere come finirà il viaggio. Poiché solo questa magnifica ignoranza ci libera dal senso di inutilità e ci permette di “costruire e di piantare”, scrive Kitov, che cita il talmudista. Ecco allora perché con l’augurio di chatimà tovà, con la rinnovata iscrizione nel Libro della Vita, sul crinale tra il vivere e il morire, la partita dello Yom Kippur si gioca sulla privazione e sulla mancanza per insegnarci la pienezza, ci sollecita con la carenza per farci abbracciare l’abbondanza del senso.
Per ricominciare, con un altro anno
ancora, a “costruire e piantare”.

Fiona Diwan

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