n. 1 - Gennaio 2014

La mia Scuola, i miei amici, il mio domani

2014
Cari lettori, care lettrici,

la crisi senza precedenti tra Gerusalemme e Washington, tra Obama e Netanyahu, sta raggiungendo livelli quasi parossistici, dopo l’accordo di Ginevra, tra Iran, Usa, Francia, Germania, Inghilterra, Cina, Russia (vedi pag. 6). Ma la domanda è: come si è arrivati a questo? Quand’è che le relazioni tra i due Paesi hanno preso la piega rovinosa che hanno oggi? È a partire dal discorso del Cairo, pronunciato da Obama nel 2009, che quello tra i due statisti si è trasformato in un dialogo tra sordi. In questo discorso, Obama stabiliva un legame strettissimo tra la nascita dello Stato d’Israele e l’Olocausto, accostando quest’ultimo alla “sofferenza dei palestinesi”. Il parallelo scioccò l’intero Israele. Che i due non si amassero non era un mistero per nessuno. Ma che si potesse ipotizzare un’antipatia a tal punto radicata da sfiorare il rigetto – fino a generare un accordo con l’Iran così svantaggioso per Israele -, questo davvero non lo si poteva prevedere. In un libro uscito l’anno scorso, Double down (Penguin), i due giornalisti-autori, Mark Halperin e John Heilemann, sono arrivati a parlare addirittura di odio irrazionale e viscerale tra i due. Sono loro a riportare nel libro, per la prima volta, la frase di Obama che ha fatto il giro del mondo: «We all know that Bibi Netanyahu is a pain in the ass», tutti sappiamo che Bibi Netanyahu è un rompiscatole. E persino la stampa israeliana, che pure detesta quasi all’unanimità Bibi, non può fare a meno di notare quanto, a ogni visita ufficiale, gli incontri tra i due siano ammantati di disprezzo e umiliazione.

Il quotidiano Maariv informa che, ogni volta che la delegazione israeliana sbarca alla Casa Bianca, essa viene ricevuta con “onori” peggiori di quelli riservati alla Guinea Equatoriale. E i due personaggi non potrebbero essere più diversi, fanno notare i giornalisti Giulio Meotti su Il Foglio e Gerald Steinberg, uno tra i più noti analisti politici israeliani. Il premier israeliano è un realista duro e puro; quello americano un idealista, ragionevole, ammantato di modestia, più pronto al sorriso che non a mostrare i denti. Netanyahu è un pessimista, è superbo, propenso a vedere la guerra di tutti contro tutti, per dirla col filosofo Thomas Hobbes; mentre Obama è un ottimista liberal che, più vicino a Kant, crede che le differenze di opinione e di punti di vista si possano ricomporre attraverso la forza del dialogo e del compromesso. Per Bibi, Obama è Biancaneve; per Obama, Bibi è un sociopatico. L’uno ha voluto il ritiro dell’America dall’Afghanistan e dall’Iraq, e vuole rilanciare il ruolo degli Usa nel Consiglio dell’Onu; l’altro marcia solitario e serioso tra le nazioni, pensando, sof sof, che Israele si dovrà sempre difendere da solo. Sì, perché, alla fine, fa notare Gerald Stein, Netanyahu viene da Marte, Obama viene da Venere.

Fiona Diwan

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