n° 6 - Giugno 2012

Elezioni Comunità e Ucei: tutti al voto

2012
Cari lettori, care lettrici,
cade quest’anno l’anniversario della morte di Primo Levi, il grande scrittore italiano che fu anche tra le prime voci testimoniali della Shoà. “L’alba ci colse come un tradimento”, scriveva Levi in Se questo è un uomo, nel capitolo dedicato al campo di Fossoli; e la frase trafigge per la forza espressiva; e anche perché quell’alba prelude al viaggio verso il lager, e al tradimento della Storia. Una frase bellissima, dagli echi manzoniani e piena della forza letteraria di una formazione che ebbe nella tradizione del Liceo Italiano degli anni Trenta il suo fondamento. Lo ricorda Alberto Cavaglion, professore e docente universitario, nel corso dell’incontro-evento avvenuto a Milano al Teatro Franco Parenti, una memorabile serata in ricordo del grande scrittore torinese, scomparso a soli 68 anni, 25 anni fa (vedi articolo pag. 32).

Levi e la sua enigmatica personalità, schivo e complesso, “un uomo con molte radici e molte identità e sopra a tutte una profondissima etica, virtù rarissima, mi azzardo a dire un’etica ebraica”, spiega Stefano Jesurum che ha introdotto la serata. E così, curiosamente, mi rendo conto che la figura di Levi appartiene a quell’orizzonte familiare di chi è sempre stato lì ma che non abbiamo mai guardato veramente. E mi accorgo che ci farebbe davvero bene osservarlo meglio e ristudiarlo. In questa Italia di oggi così piagnona e dolorista, così prona e noiosamente afflitta, ci sarebbe davvero da prendere spunto da figure esemplari. Da Levi appunto, da quell’essere schivo e defilato, dalla sua severa mitezza, dalla sua totale lontananza dal vittimismo e dalla lamentela, quel suo essere testimone senza mai aver voluto considerarsi una vittima anche che se lo era, eccome se lo era, visto che ci è morto.

Leggo i quotidiani italiani, -così pieni di tetraggine autoconsolatoria, di mugugno malmostoso, di pessimismo rinunciatario rispetto ai quotidiani inglesi, francesi, israeliani, persino spagnoli-, ascolto la gente che bussa qui, alla porta del Bollettino ogni giorno, lamentandosi della crisi. E sono sempre più colpita dal piagnisteo generale, da questa paralisi della volontà, dall’assenza di comportamenti reattivi, questo non saper più combattere, immobili a tal punto da non riuscire ad attivare quel colpo di reni che, a denti stretti, sa farci andare avanti; e che ci obbliga a rimboccarci le maniche e, in testardo silenzio, a farlo a volte solo per il piacere e l’orgoglio di un lavoro fatto bene, anche se mal pagato, anche se pochissimo riconosciuto, aspettando tempi migliori, aspettando che finisca questo tempo del flat is up, il poco che si ha è già tanto. Primo Levi fa l’elogio del lavoro ben fatto, anche nel lager, anche allo stremo delle forze. Sono le mani che ci salvano, è il fare che ci aiuta davvero, scriveva. Questo mi insegna oggi Primo Levi. Affinché l’alba non mi colga più come un tradimento.

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