n° 11 - Novembre 11

Israele, il ritorno di Gilad

2011
Cari lettori, care lettrici,

quella della liberazione di Gilad Shalit, dopo quasi duemila giorni di prigionia, è innanzitutto la storia della vittoria di una famiglia e del suo spirito indomabile. Il trionfo di Noam e Aviva, un padre e una madre che non hanno mai smesso nemmeno per un attimo di alzare la propria voce e reclamare il ritorno a casa del figlio, per quanto fosse probabilmente più semplice farlo ridiscendere dal pianeta Marte che non uscire dalle prigioni di Hamas. “Ma alla famiglia Shalit va soprattutto il merito di avere saputo compiere un atto di coraggio: lasciare per più di un anno la propria casa in un piccolo villaggio della Galilea per erigere una tenda di protesta accanto alla residenza del primo ministro a Gerusalemme perché l’opinione pubblica non dimenticasse la sofferenza della vittima e dei suoi familiari e premesse affinché il capo del governo accettasse le dure condizioni imposte da Hamas”, ha dichiarato lo scrittore Abraham B. Yehoshua.

Frutto di un patto sottobanco tra Hamas e l’Egitto e del divorzio di Khaled Meshaal da Damasco, questa liberazione ci aiuta in realtà a ridisegnare gli equilibri politici di domani e il nuovo asse Gaza-Cairo. Ai molti che hanno deplorato la disparità numerica dello scambio (1.027 contro uno), magari disposti ad accettare il rilascio di un unico prigioniero palestinese, fosse anche il più efferato terrorista, ma non quello di migliaia, andrebbe ricordata una cosa.

Anche qui, una questione di numeri. E cioè che fin dall’inizio delle guerre arabo-israeliane, combattute contro paesi arabi densamente popolati, nel 1948, nel 1967 e nel 1973, gli israeliani hanno ottenuto risultati notevoli a dispetto della loro inferiorità numerica. Soldati ben addestrati, che dispongono di tecnologie avanzate e di capacità militari superiori a quelle degli arabi e dei guerriglieri palestinesi. Quindi, esigendo il rilascio di 1.027 prigionieri in cambio di un unico soldato, Hamas ha chiesto in pratica di raggiungere un equilibrio militare, non umano. In altre parole mille dei loro prigionieri che lottano con coltelli, cinture esplosive, ordigni e razzi primitivi valgono uno solo dei soldati di Tzahal. Israele è rassegnato alla propria inferiorità numerica, ci spiega ancora Yehoshua, e continuerà ad addestrare i suoi soldati in modo da poter superare questa lacuna, sia su un piano militare che morale. Un unico prigioniero in cambio di migliaia non è perciò un’umiliazione o una resa ma un accordo accettabile che riconosce, anche da parte del nemico, obtorto collo, il valore e la capacità militare dei soldati israeliani.

Fiona Diwan

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