Israele è più forte, i suoi nemici più deboli. E gli ebrei della diaspora? Di fronte all’antisemitismo dilagante serve fiducia nella nostra identità

Taccuino

di Paolo Salom

[Voci dal lontano occidente] Se avete l’impressione che il mondo si sia messo a correre, sappiate che la vostra impressione è giusta. Il problema, per quanto ci riguarda – noi ebrei e Israele – è se la direzione sia quella giusta. Gli ultimi due anni sono stati drammatici, a tratti terrificanti. Però dobbiamo constatare che, al momento, mentre il peggio sembra essere passato, Israele è in una posizione di forza come mai prima d’ora: l’Iran voleva mettere in ginocchio se non distruggere lo Stato ebraico ed è finito in una crisi senza precedenti, battuto sonoramente dal “piccolo satana” che per di più ha azzerato tutti i gruppi terroristici sponsorizzati dagli ayatollah. Un risultato su cui pochi avrebbero avuto il coraggio di scommettere che fa onore alla forza e alla resilienza dei nostri fratelli in Terra d’Israele. Diverso il discorso per quanto riguarda chi vive nella diaspora.

Qui le cose sono francamente più complicate anche se dalla fine del conflitto a Gaza, quanto meno dal cessate il fuoco, la tensione intorno agli ebrei è diminuita. E tuttavia, senza voler fare discorsi allarmistici, è onesto dire che gli avvenimenti scatenati dal 7 ottobre hanno illuminato una realtà che pochi credevano potesse rivelarsi tanto precaria per le comunità degli ebrei.

Questi sono fatti, ahimè, non opinioni ed è giusto affrontarli, perché è possibile trovare una soluzione, per quanto non definitiva. Intanto diciamo che, grazie alla presenza di un governo attento ed efficace, a forze dell’ordine che non si sono mai risparmiate e ci hanno protetto con discrezione ed efficienza, in Italia non si sono verificati episodi luttuosi come purtroppo è capitato in Gran Bretagna, Australia e altrove, in Europa come negli Stati Uniti.

Di questo dobbiamo essere consapevoli e, soprattutto, grati con chi ha saputo fare la cosa giusta al momento giusto, magari senza che nemmeno ce ne rendessimo conto. Non sempre abbiamo condiviso le posizioni sul tema “azioni di Israele”, viste, credo per ragioni di opportunità diplomatica, sempre con un’attenzione alla parte avversaria, quella che la propaganda ha dipinto falsamente come “ferocemente attaccata” da Tsahal. Noi sappiamo che Israele si è sempre difeso al meglio delle sue possibilità, con la massima attenzione, per quanto umanamente possibile, alle vite dei civili che i terroristi utilizzavano come scudi umani. Al di là di questo, è giusto riconoscere che il destino di noi ebrei, che lo si voglia o meno, è sempre strettamente collegato a quello di Israele.

Oggi noi ci troviamo in una situazione di debolezza nella diaspora, viviamo un’insicurezza nel mostrarci apertamente per quello che siamo, perché – diciamo le cose come stanno – i nemici di Israele hanno portato il conflitto e la loro visione della “responsabilità degli ebrei” nelle strade d’Europa. Purtroppo hanno trovato non poche orecchie disposte ad ascoltare falsità e calunnie, non pochi personaggi pubblici hanno fatto propria una guerra basata su principi totalmente falsi, costruiti per negare la legittimità della rinascita dello Stato ebraico nella sua Patria storica.

Questo è il problema fondamentale, la ragione di un’aggressività – il nuovo antisemitismo mascherato da anti sionismo – che ha messo in discussione la nostra stessa presenza qui. Come possiamo affrontare questa realtà? Non c’è una ricetta valida per tutti. Io mi sento però di scongiurare un atteggiamento difensivo basato sulla negazione di quello che siamo: non ha funzionato in passato (e le conseguenze sappiamo a cosa hanno portato), non funzionerà nemmeno nel nostro presente. Forse la cosa migliore è mostrare calma, risolutezza e fiducia in quello che rappresentiamo. Israele è lì per rimanere. E noi pure, qui. Am Israel chai.

 

Foto in alto: Propal in Australia accolgono con odio e violenza i parenti delle vittime del 7 ottobre; pochi mesi dopo c’è stato l’attentato a Sydney sulla spiaggia, a Chanukkà