La pagina del giornale del giugno 1967 sul pogrom contro gli ebrei di Tripoli

Tripoli: il pogrom contro gli ebrei del 5 giugno 1967. La testimonianza di Yoram Ortona

di Redazione
Il 5 giugno 1967, con lo scoppio della Guerra dei Sei Giorni, a Tripoli si scatena un feroce pogrom contro la popolazione ebraica libica. 
Qui pubblichiamo la testimonianza di Yoram Ortona, membro della Comunità ebraica di Milano, pubblicato da La Stampa il 5 giugno.

“Ogni 5 giugno di tutti gli anni, io ricordo. Mi viene spontaneo scrivere, e quindi di ricordare. Il ricordo di quel giorno è molto nitido e scolpito nella mia mente.

Il 5 giugno 1967 è il mio giorno della memoria, è il giorno in cui ho pensato profondamente di aver rischiato la vita, e così anche i miei famigliari, ed era stata messa a rischio quella di centinaia di famiglie ebraiche tripoline.

Con il canto del mouazzin e i primi raggi di sole si apriva a Tripoli una splendida giornata con il cielo azzurro. Il profumo degli oleandri e dei gelsomini inebriava l’aria che si respirava, ma di lì a poche ore tutto il panorama sarebbe cambiato repentinamente. Il cielo divenne grigio color piombo e il profumo dei fiori rigogliosi e delle piante sempreverdi si trasformò in poco tempo in un odore acre di bruciato che ti entrava nei polmoni.

Fiamme alte metri, causate dagli incendi appiccati dalla folla inferocita, distrussero negozi di ebrei, sinagoghe, palazzi, case intere. Tripoli non era più Tripoli, quella che avevo negli occhi fino al giorno prima.

Il mare alle otto di mattina però era calmo come l’olio, le navi attraccate alle banchine e le barche dei pescatori che rientravano in porto con il pesce pescato durante la notte, trasmettevano una certa tranquillità, mentre nel centro della città si preparava l’inferno.

Dalla periferia, provenendo dal Corso Sicilia, masse di giovinastri invasati si riversarono nelle strade del centro per manifestare il loro odio antiebraico e antisraeliano. Gli slogan che incitavano la folla ad uccidere gli ebrei prendevano il sopravvento e scuotevano le anime, facendo palpitare i cuori di una delle più antiche comunità ebraiche del bacino del mediterraneo.

Avevo quasi quattordici anni, stavo svolgendo il tema d’italiano di terza media alla Scuola Dante Alighieri di Sciara Mizran, la stessa scuola dove mio padre all’età di sedici anni nel 1938 venne cacciato per le leggi razziste del fascismo.

La tranquillità del silenzio che vi era in classe durante la dettatura del titolo del tema da parte della docente di italiano, venne interrotta bruscamente dalle urla, che si udivano in lontananza e che provenivano dalle strade del centro della città.

Il mio cuore cominciò a battere più velocemente. Improvvisamente non pensai più a concentrarmi sul tema d’esame. Stava accadendo qualcosa di spaventoso e di drammatico, che segnò la vita di tutti noi. La percezione era quella della insicurezza fisica e personale.

Era cominciata la caccia all’ebreo, e dopo un po’ di minuti, compresi che dovevo agire in fretta e fuggire da scuola, incamminandomi verso le strade e le viuzze strette di Tripoli, cercando di superare gli ostacoli che mi trovavo di fronte. Dovevo far presto per trovare un luogo di rifugio, soprattutto per non cadere nelle mani dei manifestanti, perché sarei stato sicuramente linciato se mi avessero riconosciuto come un ragazzino ebreo.

La corsa in bicicletta, con la mia Graziella di colore blu, che ricorda il bel blu del mare di Tripoli, terminò a casa dei miei zii in Sciara 24 dicembre. Ero salvo, per il momento, tranquillizzato dal fatto che mi trovavo in famiglia, ma il mio pensiero andò immediatamente ai miei genitori, al mio fratellino e alla mia sorellina. Non erano con me, chi si trovava all’asilo, chi a casa o chi in ufficio come mio padre. L’angoscia aumentò perché la casa dei miei zii Lillo (z.l.) e Liliana era stata individuata come casa di ebrei e quindi possibile bersaglio. I colpi con mazze di ferro contro il portone si fecero sentire sempre più forti al piano di sopra dove era situata l’abitazione. La corsa verso il terrazzo divenne l’unica via di fuga, ma all’aperto, l’aria irrespirabile del fumo e delle fiamme che si era propagata, poteva essere nociva e letale.

Ricordo che mia zia, donna molto coraggiosa, interruppe quasi con rabbia la preghiera che mio zio stava recitando in ebraico-tripolino per incitarlo a prendere i miei cuginetti e salire di corsa sul terrazzo. Ricordo infine che mia zia esclamò:

– Avanti, forza Lillo, basta di pregare! Saliamo subito sul terrazzo con i bambini, se gli arabi entrano, buttiamoci giù!

Lei, memore e testimone, come i miei genitori del primo pogrom antiebraico del 1945, in cui ci furono decine e decine di ebrei trucidati, con quella frase, voleva praticamente indurci a pensare che era meglio togliersi la vita buttandosi dal terrazzo, che farsi linciare dagli arabi nel qual caso fossero riusciti a penetrare in casa.

Dopo, negli anni, riflettendo, cominciai a pensare che dopo tutto non avrebbe avuto torto.

Ma per nostra fortuna le bestie inferocite non riuscirono a sfondare quel portone che era evidentemente troppo solido per dare quel vantaggio a potenziali assassini.

Il Signore ci aveva protetti.

Il tramonto non era ancora prossimo, mancavano alcune ore prima che le autorità libiche proclamassero il coprifuoco. Verso le sette e mezzo di sera mio padre (z.l.) mi venne a prendere in auto con un suo collaboratore e subito dopo ci recammo all’asilo delle suore francescane,alla Dhara,per prendere i miei fratellini.

Alle otto e mezzo la nostra famiglia era di nuovo tutta riunita sotto lo stesso tetto. La prima notte di insonnia stava per cominciare, ne seguirono altre undici fino a quel 17 giugno, giorno della fuga.

Il cielo durante quello Shabbat era ritornato di nuovo azzurro ma faceva un gran caldo. Il profumo delicato dei fiori di gelsomino, si allontanava piano piano dal mio olfatto, ed era stato sovrastato da quello più forte e profondo dell’eucalipto, che era presente lungo il viale alberato che portava all’aeroporto. Era ormai vicino il tramonto, i nostri visi erano tristi e stanchi. Di lì a poche ore, con l’atterraggio a Fiumicino, si concluse la nostra fuga.

Eravamo salvi ma provati. Lo si leggeva nei nostri occhi. Il mio cuore aveva ripreso il battito normale.

Grazie, papà e mamma per averci portato in salvo e avere avuto il coraggio di ricominciare una nuova vita.

Che il vostro ricordo sia di Benedizione!”

 

 

 

© La Stampa, per gentile concessione

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