Tariq Ramadan

Personaggi e Storie

Tariq Ramadan è considerato da molti un eminente filosofo e studioso dell’Islam. Nel 2000 la rivista Time lo segnalò come una delle figure più importanti del nuovo secolo. Me è anche uno dei personaggi più controversi specialmente nell’era post-11 settembre. “Riformatore per i suoi ammiratori, Tariq Ramadan è in Europa un sostenitore di primo piano dell’Islam liberal”, ha scritto il Boston Globe di questo intellettuale quarantatreenne, nato a Ginevra e cittadino svizzero. “Per i suoi detrattori, è un pericoloso teocrate camuffato”.

Il Dipartimento di Sicurezza interna lo vede come un radicale e quando l’università Notre Dame dell’Indiana gli offrì un incarico di professore di religione e studi dei conflitti, l’amministrazione Bush gli negò il visto per entrare negli Usa.

Al contrario, il governo inglese gli ha recentemente offerto di entrare a far parte di un comitato di esperti come consigliere su questioni che riguardano gli islamisti radicali. Attualmente è docente ospite al St. Anthony College di Oxford.

Ramadan proviene da una famiglia da sempre impegnata nella filosofia, nell’attivismo e nei conflitti politici: suo nonno, Hassan al-Banna, fu nel 1928 uno dei fondatori della Società Egiziana del Fratelli Musulmani e nel 1949 venne assassinato per il suo attivismo religioso.

Ramadan parla dei disordini che hanno scosso le periferie francesi, dei difficili problemi connessi con l’integrazione dei musulmani in Europa e della necessità di una modernizzazione dell’Islam.

Lei è uno dei più influenti e controversi intellettuali in Europa: dove si trovava quando sono scoppiati i disordini in Francia?

Il mio ufficio parigino è in una di quelle banlieu, Saint-Denis, uno dei punti focali delle agitazioni, ma devo confessare che non avevo la minima intenzione di espormi alle sassate e ai proiettili incendiari per le strade di notte.

Sembra un po’ indifferente. Molti musulmani pendono dalle sue labbra: ascoltano le sue conferenze e leggono i suoi scritti. Non si sente in dovere di fare qualche tentativo per convincere questi giovani ad allontanarsi della violenza?

Stia a sentire: la mia posizione è assolutamente chiara. Non c’è alcun dubbio che la violenza non è una soluzione e che la distruzione di bus e macchine deve aver termine. Sono crimini che devono essere puniti. Ed è altrettanto chiaro che un certo numero di giovani si sono abbandonati al più puro vandalismo e alla più incontrollata anarchia. Naturalmente la priorità assoluta è ristabilire l’ordine, soprattutto per gli abitanti delle periferie che sono le prime vittime della violenza.

Così lei non ha davvero alcuna simpatia per i dimostranti?

Certo che sì. Ma provare simpatia e cercare spiegazioni non è lo stessa cosa che ritenere che la violenza sia giustificata. Sono fermamente convinto che gli sforzi del governo per soffocare i disordini sono inadeguati e che resteranno inefficaci fino a che non comprenderemo il messaggio che sta dietro ad essi.

E lei come interpreta questo messaggio?

Questa rivolta non ha nulla a che fare con l’Islam. L’Islam in quanto religione si è stabilita in Francia da molto tempo e la questione religiosa in questo paese è stata risolta. L’Islam non minaccia in alcun modo il futuro della Francia.
E’ piuttosto la questione sociale che rappresenta un vero pericolo per l’unità della repubblica. E i politici di ogni tendenza hanno sottovalutato questa realtà: cacciano la testa sotto la sabbia e ingannano i loro elettori cercando di accusare l’Islam di essere la fonte del problema.

Nessuno contesta l’ampiezza della spaccatura sociale nella società francese, ma il fatto è che queste divisioni corrono lungo linee etniche e religiose. Non è che l’Islam ha promosso o addirittura incoraggiato la formazione di ghetti sociali, l’isolamento di comunità etniche?

Il concetto di unità ed eguaglianza che sono idealizzate e portate all’eccesso nella retorica politica francese, sul piano sociale sono soltanto miti e sfacciate menzogne. L’intento principale dei dibattiti pubblici sull’Islam, sull’integrazione e l’immigrazione è quello di suscitare la paura. In un certo senso i politici usano questi dibattiti come strategie ideologiche, come un modo per evitare di affrontare la realtà.

Da che cosa cercano di distogliere l’attenzione?

La verità è che certi cittadini francesi sono trattati come cittadini di seconda classe, se non come membri lebbrosi della comunità nazionale. I loro figli sono mandati in scuole ghetto dove insegnano maestri senza esperienza, sono stipati in aree di sviluppo urbano disumane, e devono affrontare un mercato del lavoro sostanzialmente chiuso. In breve: vivono in uno squallido devastato universo.
La Francia si sta disintegrando sotto i nostri occhi in comunità socioeconomiche, in apartheid territoriale e sociale. I ricchi vivono nei loro propri ghetti. Il razzismo istituzionalizzato è una realtà quotidiana.

Il ministro degli Interni Nicolas Sarkozy non è consapevole di questo quando chiede l’assistenza mirata per i poveri, il dialogo con i musulmani e l’allentamento del rigoroso laicismo della Francia?

Sarkozy è profondamente consapevole del potenziale elettorale nelle periferie. In una crisi come l’attuale lui mostra il suo vero volto: disprezzo e maleducazione. Se lui vede interi settori della popolazione come “feccia” non dovrebbe sorprendersi se è questo il modo con cui loro finiscono di comportarsi. Lascia la briglia sciolta alla polizia in un clima caratterizzato dalla mancanza di rispetto. Si fissa sulle elezioni presidenziali del 2007 invece di sviluppare un efficace struttura politica per il 2020. Vedremo dei cambiamenti in questo paese solo quando gli abitanti delle periferie saranno trattati come francesi a pieno titolo, come parte della soluzione, non come un’espressione del problema.

Tutto bene, ma accanto alla critica non dovrebbe trovar posto anche l’autocritica? Gli immigrati musulmani sono davvero interessati all’integrazione o non preferiscono piuttosto la segregazione?

Il tentativo di “islamizzare” le questioni sociali snatura e falsifica il discorso politico. La stragrande maggioranza dei musulmani in Europa apprezza il fatto di vivere in stati democratici e costituzionali, stati che garantiscono loro libertà di coscienza e di religione. Ma la fiducia reciproca è spesso infranta e il risultato è che Francia, Gran Bretagna, Olanda e Germania sono profondamente affette da paura e razzismo. Nel momento in cui si arriva alla seconda, terza o quarta generazione, i discendenti degli immigrati non dovrebbero più venir bollati come figli del ghetto, come “feccia” che è “fuori controllo”.

E allora, cos’è che rende l’integrazione di musulmani così difficile se paragonata a quella degli antichi immigrati dalla Polonia, Italia, Spagna e Portogallo?

Due cose, credo. Primo, questa immigrazione non avviene più a ondate individuali, ma è piuttosto un’immigrazione su larga scala e continua: è un problema di quantità. E poi c’è la questione della qualità. Per gli immigrati musulmani la religione è inscindibile dalle loro radici e alla loro identità. Gli sembra che trasformarsi da marocchini o algerini in francesi li renda cattivi musulmani. Questo rende l’immigrazione più difficile perché è come se li costringesse a scegliere fra due alternative: l’auto-abbandono o l’auto-isolamento.

Ma l’Islam non è rimasta una religione straniera nel mondo occidentale, una religione che deve ancora fare il suo ingresso nell’era moderna?

Ci sono tradizionalisti, aderenti all’esegesi letterale del Corano. Io ho passato questi ultimi 15 anni a lottare per un Islam genuinamente europeo, che richiede evoluzione rispettando tempo e ambiente nonché separazione di dogmatismo e razionalità. L’Islam non si può situare fuori dalla storia.

E dov’è la linea di confine fra dogma e ragione, fra l’essere fedeli alla tradizione ed essere aperti all’età moderna?

Il nucleo dogmatico e pertanto invulnerabile dell’Islam è comprensibilmente semplice: riconoscimento di fede, preghiera, carità e digiuno. Il resto è quasi tutto aperto all’interpretazione e alle modifiche nello spazio e nel tempo.

Sembra davvero chiaro e semplice. Perché non lo mettiamo alla prova con un esempio: a un musulmano è permesso rompere con la sua fede?

No, secondo il parere della maggioranza degli studiosi del Corano. Ma il divieto di apostasia nacque all’epoca in cui i primi musulmani seguaci del Profeta erano in guerra con le tribù vicine. A quell’epoca, il cambiamento di religione equivaleva a un delitto di alto tradimento o di diserzione. Oggi, questo contesto è completamente cambiato.

In altre parole, la lotta contro gli “infedeli” è completamente fuori moda?

Anche il concetto di infedele è fuorviante in quanto l’infedele è normalmente qualcuno con una fede diversa, qualcuno che rifiuta di riconoscere la verità delle parole del Corano, come rivelato da Dio. Costui ha tutti i diritti di fare così, fin tanto che non pregiudichi il mio diritto a credere nella mia fede.

Quindi ogni persona deve diventare benedetta alla sua maniera? E gli atei?

La logica della libertà di religione implica la libertà di essere ateo, anche se, da un punto di vista storico, ciò non è stato accettato nel mondo musulmano e porta spesso a brutali punizioni.

Qual è il suo pensiero su uguali diritti per uomini e donne?

Abbiamo bisogno di un femminismo islamico. L’Islam tradizionale vede la donna solo come madre, moglie, figlia o sorella. Che in questa veste ha obblighi e diritti. Ma dobbiamo arrivare a considerare la donna come persona indipendente che ha diritto all’autodeterminazione, come individuo che può vivere la propria vita senza coercizione.

Le potrebbe venir permesso di decidere per conto suo se smettere di portare il velo?

Naturalmente, proprio come le è permesso di decidere di portarlo.


Ma questa è un’illusione, almeno nel mondo reale: nell’ambito della loro famiglia le donne e le ragazze non sono emancipate.

Giusto, spesso è così, ma l’emancipazione può venire solo dal di dentro, non può essere imposta da qualcun altro. Una legge che vieti l’uso del velo non cambia nulla, salvo forse l’aspetto esteriore. E’ ovvio che il femminismo islamico deve comprendere anche il diritto all’istruzione, al lavoro e alla libertà di scegliersi il marito.


Questo va bene, ma può spiegare allora perché ha pubblicamente chiesto una moratoria nella lapidazione di donne accusate di adulterio invece di condannare direttamente questa pratica? Qualcuno potrebbe accusarla di ipocrisia.

Una volta di più, l’Islam si può modernizzare solo partendo dal di dentro. Se io sto qui e dichiaro di condannare la pratica della lapidazione, che questa punizione è spregevole, ciò non cambia nulla. I miei correligionari diranno: “Fratello Tariq, sei diventato un europeo, un cittadino svizzero, perciò non sei più uno dei nostri”. Io voglio innescare un processo di riflessione e meditazione all’interno della comunità islamica, mentre le critiche e gli attacchi che vengono dall’esterno possono solo produrre tensione. Tra parentesi, un certo numero degli States ha imposto una moratoria sulla pena di morte, nello sforzo di guadagnare tempo per meditare sul significato e la legittimità di questa pena.

Una certa propensione alla violenza non è propria dell’Islam? Non è forse vero che molti musulmani considerano la jihad come parte fondamentale dell’identità islamica?

E allora le crociate sono forse parte fondamentale del cristianesimo? No. Ogni gruppo ha diritto all’autodifesa. I palestinesi hanno il diritto di lottare per la loro indipendenza da Israele, ma questo fine non giustifica tutti i mezzi. Niente giustifica l’uccisione di civili innocenti. Gli attentatori suicidi che massacrano bambini israeliani non possono trasformare se stessi in martiri. Il problema palestinese non è un problema islamico.

Dove vede lei il processo di riforma e modernizzazione dell’Islam di cui è stato un fautore? Ha fatto un qualche passo avanti da qualche parte?

In Europa: l’impulso deve venire dall’Islam europeo e successivamente influenzare il mondo arabo. C’è una qualche sovrapposizione tra i valori universali della democrazia occidentale e quelli dell’Islam – lo stato costituzionale che opera sotto la supremazia della legge, l’uguaglianza dei cittadini, il suffragio universale, l’avvicendamento del potere, la separazione della sfera privata e pubblica. Questi sono principi basilari che, anche se non sono enunciati a chiare lettere nel Corano, non ritengo siano in contrasto con la tradizione islamica.


E’ un’opinione che molti studiosi di diritto musulmani non condividono.

Un’interpretazione eccessivamente letterale del Corano già a partire dal 13° secolo ha portato l’Islam a una sclerotizzazione intellettuale e a una tensione politica. La fedeltà al testo dev’essere tenuta distinta dall’interpretazione del contesto storico e sociale. Se cominciamo ad applicare questa esegesi ed ermeneutica cominceremo a vedere progressi nel pensiero islamico.


Le suo parole sono come quelle di un razionalista, un teologo illuminato con ambizioni puramente intellettuali, ma in realtà politiche come quelle di Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti la si sospetta di promuovere segretamente l’espansione dell’Islam e di simpatizzare per la violenza.

Sì! Sono uno dei più chiacchierati intellettuali musulmani: Tariq Ramadan, l’ambiguo truffatore. Si parla di gente come me come si faceva con gli ebrei: è svizzero ed europeo, ma la sua fedeltà è altrove. Dice una cosa e ne pensa un’altra, fa parte di un’organizzazione internazionale – in passato il giudaismo mondiale, oggi l’Islam mondiale. Vengo denigrato come se fossi un ebreo musulmano.

Potrebbe aver qualcosa a che fare con la sua storia familiare? Suo nonno, Hassan al-Banna, fondò la Fratellanza Musulmana in Egitto nel 1928, un’organizzazione la cui visione era una trasformazione fondamentalista islamica.

I pensieri non sono tratti geneticamente ereditati. Ammiro mio nonno per la sua lotta anticolonialista contro gli inglesi. Era molto impegnato nel problema dell’istruzione di ragazze e donne, e le sue cinque figlie – le mie zie e mia madre – frequentarono tutte l’università. E l’organizzazione che egli creò era molto progressista per l’epoca. Ciò non toglie che io sia molto critico verso la Fratellanza Musulmana, con il suo affettato comportamento cospiratorio, le sue strutture gerarchiche e i suoi slogan eccessivamente semplificati.

E’ stato mai membro della Fratellanza?

Posso assicurarle che non faccio parte dei Fratelli Musulmani, nonostante che i miei detrattori abbiano a più riprese sparso questa voce per cercare di calunniarmi e di nuocermi.

Ha mai pensato di costituire un suo proprio partito, organizzazione o movimento?

No, non sono un politico. Sono stato spesso avvicinato a questo proposito negli ultimi 15 anni, ma ho sempre rifiutato questo genere di proposte. Mi vedo come un intellettuale indipendente, critico, come uno che cerca di stimolare pensieri nella destra e nella sinistra, di favorire l’evoluzione intellettuale.
Il mondo islamico è ossessionato dall’idea di leader forti e questo è un errore perché noi non abbiamo bisogno di leader potenti, quanto di pensatori anticonvenzionali e progressisti che abbiano il coraggio di aprirci la mente.

(da Der Spiegel)

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