David Cunio

«Nei tunnel ho pensato di morire»: David Cunio racconta l’inferno di Gaza

Personaggi e Storie

di Nina Deutsch
Dalla casa in fiamme di Nir Oz ai tunnel sotterranei di Hamas: l’ex ostaggio rompe il silenzio in una lunga intervista televisiva e parla di fame, torture psicologiche, pensieri suicidi e del ritorno difficile alla vita con le figlie gemelle.

 

Per 738 giorni il suo nome è stato un’ombra di cui si temeva l’eco, un filo invisibile teso tra chi era rimasto a casa e gli abissi dei tunnel sotterranei della Striscia di Gaza. Oggi, nell’intervista andata in onda lunedì su Channel 12, David Cunio si è aperto come mai prima: un racconto straziante di fame, disperazione e lotta per non cedere anche a pensieri devastanti.

Cunio, ingegnere elettrico, attore e uomo di famiglia, ha condiviso con il pubblico israeliano momenti di prigionia così duri da sfidare l’immaginazione. «Ho avuto molti pensieri diversi, forse quello di raccogliere un sacco di pillole e mandarvele giù tutte d’un fiato», ha raccontato, descrivendo la disperazione che lo ha attraversato nei tunnel di Hamas, dove la fame e la sete si intrecciavano con l’oscurità totale.

 

 

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Dal kibbutz Nir Oz al buio dei tunnel

Era la mattina del 7 ottobre 2023 quando, nel pieno dell’attacco al kibbutz Nir Oz, Cunio è stato strappato alla sua casa insieme alla moglie Sharon, alle figlie gemelle di tre anni – Emma e Yuli – alla cognata Danielle e alla nipotina Emilia, allora di cinque anni. La scena è vivida nella sua memoria: «All’improvviso, con la coda dell’occhio, vedo Sharon trascinata da uno dei terroristi e urlo: “Mia moglie, mia moglie”».

Separati dalla piccola Emma nelle prime ore, il terrore di non sapere dove fosse – viva o morta – li ha consumati per giorni. «Continuiamo a chiedere, dicendo loro che c’è un’altra ragazza che assomiglia identica a Yuli, ma nessuno lo sa; è stato un caos», ha ricordato Cunio.

I primi dieci giorni di prigionia sono trascorsi in una casa di Khan Yunis, poi – dopo un attacco aereo che ha colpito la loro prigione – sono stati trasferiti all’ospedale Nasser, dove finalmente Emma ha potuto riabbracciare i suoi genitori, confusa, magra e con evidenti segni di malnutrizione, fino a quando Sharon non ha iniziato a cantarle una canzone per calmarla.

La separazione e la marcia nei tunnel

Il 27 novembre 2023, un cessate il fuoco mediato ha portato alla liberazione di Sharon e delle bambine. Ma per Cunio è iniziata un’altra fase dell’incubo: è stato portato nei tunnel sotterranei di Gaza, camminando fino a 20 chilometri al giorno, spesso strisciando in cunicoli alti pochi centimetri, con pause di soli due minuti per riposare.

«È buio pesto e senti il tuo stomaco. Li implori di portarti un altro cucchiaio di marmellata, un altro piccolo boccone, ma non ti danno niente», ha raccontato. Vertigini, debolezza, quasi svenimenti: il corpo che si consumava, mentre la mente oscillava tra realtà e sopravvivenza.

E poi c’erano le bugie psicologiche: i rapitori ripetevano ossessivamente che sua moglie era andata avanti, che non lo amava più, cercando di spezzare al contempo la sua volontà. «Questa merda si insinua lentamente. Per quanto irreale possa sembrare, sembra più reale», ha detto Cunio.

Presenze nelle tenebre: amicizia, fratellanza, sopravvivenza

Nei tunnel, Cunio non è mai rimasto completamente solo. Con lui c’erano altri ostaggi: l’amico più caro, Yarden Bibas, con cui aveva condiviso momenti di profonda umanità e disperazione; Eitan Horn, amico diventato fratello; e altri compagni di sventura. Bibas stesso ha ricordato, in un’altra intervista su Channel 12, di aver incontrato il capo di Hamas, Yahya Sinwar, e di aver chiesto di poter restare con Cunio prima che li separassero di nuovo.

Eppure, nonostante le atrocità, una scintilla resiste. «Le persone con cui ero sono state tutte uccise durante un’operazione dell’IDF… ma per quanto riguarda me e David, stare uno accanto all’altro gli ha forse salvato la vita», ha ricordato Bibas altrove, sottolineando il legame che ha tenuto vive le loro speranze.

La luce dopo il buio

Il giorno prima del suo rilascio, Cunio è stato trasferito in un’altra posizione, dove finalmente ha incontrato suo fratello minore Ariel, anch’egli rapito il 7 ottobre. «Alzo la testa e vedo un uomo alto con i capelli lunghi: era lui. Inizio a piangere e lo abbraccio ovunque sul corpo», ha detto con voce rotta dall’emozione.

Una mattina, prima di lasciare Gaza, è stata organizzata da Hamas una videochiamata con la famiglia: è allora che Cunio ha visto, per la prima volta dopo due anni, che tutti i suoi cari erano vivi. «Non è facile tornare dalla prigionia e crescere una famiglia come se niente fosse…», ha riflettuto, raccontando le piccole, grandi sfide del reinserimento nella normalità quotidiana, con le figlie che «stanno imparando di nuovo a contare su di me».

 

Chi è David Cunio

Prima di diventare un nome sulle liste degli ostaggi, David Cunio era un uomo qualunque, con una vita scandita da lavoro, famiglia e kibbutz. Nato nel 1990 a Nir Oz, nel sud di Israele, era figlio di Silvia e Luis Cunio, argentini cresciuti nel solco dell’impegno sociale di Hashomer Hatzair. Una famiglia numerosa, legata, attraversata da storie di migrazione e radici condivise.

In quel kibbutz David era cresciuto insieme ai fratelli – Lucas, il maggiore, il gemello Eitan e il più giovane Ariel – in un contesto fatto di comunità, lavoro collettivo, porte aperte. Una normalità semplice, che il 7 ottobre sarebbe stata spazzata via per sempre.

Cunio aveva studiato ingegneria elettrica e lavorava come tecnico, lontano dai riflettori. Eppure, per un breve momento, il cinema lo aveva incrociato. Nel 2013, quasi per caso, aveva recitato insieme al fratello gemello Eitan nel film Youth di Tom Shoval. Nessuna formazione da attore, nessuna ambizione artistica dichiarata. Solo due fratelli chiamati a interpretare sullo schermo una relazione segnata da tensioni familiari, fragilità economiche, silenzi. Il film era stato accolto con entusiasmo nei festival internazionali, presentato alla Berlinale e premiato a Gerusalemme e Durban per l’intensità delle interpretazioni.

Poi David era tornato alla sua vita. Nessuna carriera nel cinema, nessuna seconda occasione davanti alla macchina da presa. Fino a quando la realtà non avrebbe superato qualsiasi sceneggiatura, con l’incubo del 7 ottobre.

Nei mesi e negli anni successivi, il volto di David è ricomparso indirettamente. Non in un film, ma in un documentario: A Letter to David, ancora una volta firmato da Tom Shoval, presentato alla Berlinale del 2025. Un’opera che intreccia immagini di Youth con il vuoto lasciato dalla sua assenza, mentre David è ancora prigioniero a Gaza. Sul red carpet, le foto di David e Ariel vengono sollevate come un appello silenzioso al mondo.

Quando finalmente David torna libero, il 13 ottobre 2025, non è un personaggio pubblico a rientrare in scena. È un uomo che deve reimparare a dormire, mangiare, stare vicino alle figlie. Che affronta un lungo percorso di riabilitazione fisica e psicologica. Che incontra leader mondiali, vola alla Casa Bianca, ma resta soprattutto un padre che prova a ricostruire un legame spezzato.

«Le mie figlie stanno imparando di nuovo a contare su di me», ha detto. È forse questa la definizione più vera di David Cunio oggi: non un simbolo, non un ex ostaggio, ma un uomo che sta tornando lentamente a essere presente.