«Molte anime, un cuore solo: vi racconto duemila anni d’Italia ebraica»

di Marina Gersony

Da sempre Riccardo Calimani incarna un modello possibile d’intellettuale ebreo-italiano secolarizzato. Una vita spesa tra Venezia e Ferrara, tanti anni fa Calimani si mise in testa di raccontare la storia turbolenta, avventurosa e poco nota delle Comunità ebraiche in Italia, dalle origini al XV secolo. Un’impresa monstre. Oggi, tanta dedizione e fatica vengono coronate dall’uscita del secondo volume di Storia degli ebrei italiani (Mondadori). Con la meticolosità e l’accuratezza dello storico (vedi box) -ma Calimani è anche romaziere -, lo studioso ripercorre i tre secoli cruciali che vanno dall’espulsione nel 1492 degli ebrei dalla Penisola iberica e da tutti i domini spagnoli alla Rivoluzione francese (1789) e all’Impero napoleonico, fino alla Restaurazione di inizio Ottocento. Un’opera imponente che si legge come un romanzo, ricca di fatti, personaggi e riferimenti a testi classici e a opere misconosciute.

«L’Italia era divisa in tanti Stati – spiega Calimani al Bollettino -. Quello che colpisce è la differenza di trattamento nei vari Stati e soprattutto con variazioni nei tre secoli. Solo per dare un’idea della complessità, a Livorno un ghetto non c’era mai stato, a Firenze invece c’era ed era molto severo e il padrone era sempre il Granduca di Toscana. A Roma le condizioni degli ebrei dipendevano dalla volontà del Papa, e quando il Capo della Chiesa cambiava, potevano cambiare le condizioni. Questo si ripercuoteva su Ancona anch’essa dominio papale. Tutto il Sud era praticamente privo di ebrei dopo l’espulsione del 1492. La situazione era diversa a Torino ed è cambiata nel corso dei tre secoli. A Venezia è nato il primo ghetto e la situazione era ancora diversa. È quindi molto difficile dare una chiave unica di interpretazione. Quello che può emergere invece è la grande complessità della situazione italiana, perché quello che accadeva a Firenze non accadeva a Massa Carrara; quello che succedeva a Modena o a Mantova era diverso da quello che avveniva a Ferrara, dove per esempio, i marrani erano stati bene accolti. A ciò si aggiunga che i gruppi ebraici erano tutto fuorché omogenei, nel senso che i sefarditi marrani erano o ebrei cacciati dalla Spagna o ebrei convertiti che diventavano ebrei quando arrivavano in Italia, quindi ponentini e levantini. Oppure c’erano gli ashkenaziti, pertanto anche all’interno delle stesse Comunità delle città che ho citato, c’erano condizioni profondamente diverse».

Rileggendo la storia di questi tre secoli, cosa può imparare l’ebreo italiano di oggi?

Molto poco. Perché nel mondo ebraico italiano – ma chissà, forse è sempre stato così -, oggi non c’è slancio, energia. Ci sono polemiche sterili e non veri dibattiti intellettuali di alto livello. Insomma, credo che anderebbe recuperata una mentalità più aperta. I piccoli gruppi tendono a diventare come i rami secchi. Credo che dovremmo riacquistare generosità e linfa vitale.

Forse è anche colpa della crisi o del generale momento difficile…

Certamente la complessa situazione italiana non aiuta. Ma non è solo questo. Bisognerebbe scrivere un’invettiva -come fece un mio antenato nel Settecento -, contro i vizi dei contemporanei. Si chiamava Simone Calimani, era un rabbino veneziano. Vede, il mondo ebraico è contro il pensiero unico, è contro gli idoli, è contro le schematizzazioni. Anche oggi, tra noi, dovremmo ricordarcelo.

In che modo? Leggo una punta polemica…

La tradizione ebraica è sempre stata policentrica e multipla. Se noi pensiamo che la Tradizione con la maiuscola, sia la mia o la tua, allora non abbiamo scampo, non cogliamo una cosa fondamentale, ovvero la ricchezza del mondo. Solo se accettiamo che ci siano delle diversità profonde di opinioni all’interno del mondo ebraico e ci rendiamo conto che questa è la peculiarità assoluta di questo mondo – il quale non deve avere principi di autorità ma al contrario coltivare, tra virgolette, un po’ di vena anarchica e libertaria -, solo così riusciremo a mantenere la coesione di un mondo composito e complesso e che si differenzia al suo interno. Se invece pensiamo che “il mio ebraismo sia quello giusto e il tuo quello sbagliato”, ci giochiamo la ricchezza del mondo ebraico. Insomma, ci vuole uno sforzo da parte di tutti. Certo, capisco: ognuno vorrebbe veder trionfare il proprio orticello mentale senza che sia messo in discussione. Ma il Talmud ci dice che non ce ne deve essere uno che prevale, bensì esiste una maggioranza e una minoranza che si confrontano. Oggi invece, vincono gli steccati e il fastidio, l’irritazione degli uni verso gli altri.

Perché ha deciso di scrivere la storia degli ebrei italiani?

Perché mi occupo del Museo dell’Ebraismo Italiano e della Shoah. Ho pensato che fosse necessario fornire una base molto solida a questo museo e credo che questi due “mattoni” che sono usciti – e un terzo che uscirà spero presto -, potranno in qualche modo dare forza a questo progetto. Che tuttavia non sarà vincente se le Comunità ebraiche italiane non lo faranno proprio, amandolo almeno un poco, finché non lo considereranno una loro creatura. Lo so che gli ebrei sono pochissimi in Italia, ma non ho visto ancora un occhio di riguardo da parte delle Comunità ebraiche nei confronti di questo Museo che vuole dare conto e testimonianza di 22 secoli di presenza ebraica in Italia, necessario anche da un punto di vista pedagogico. È inoltre utile per ridiscutere senza tabù alcune scelte degli ebrei italiani, pensiamo a quanti hanno aderito al fascismo, ad esempio. Credo che le Comunità ebraiche italiane dovrebbero essere più solerti e coinvolte».

Pochi e litigiosi: come fanno gli ebrei italiani a far sentire la loro voce?

Valga per tutti l’esempio di Israele, che ha accolto un milione e mezzo di russi, e non mi dica che hanno controllato di ciascuno le origini semite! Ma oggi, i nostri rabbini italiani temo stiano perdendo autonomia, allineandosi su direttive che vengono espresse da Gerusalemme. Mi spiego meglio: ciò che temo è che se non accetteremo che si dica “mio figlio è di padre ebreo, e quindi vorrei che fosse ebreo”, come ha fatto il Rabbino Toaff dopo la guerra, tra vent’anni saranno scomparsi gli ebrei italiani. Perché, fatalmente, i matrimoni misti esistono, gli ebrei sono sempre meno e tutto va alla deriva senza che ci sia un sussulto, qualcuno che dica no, non dobbiamo scomparire.

Mi scusi, ma lei qui mette in discussione il principio matrilineare…

No, attenzione: mi preme sottolineare che io non chiedo di cambiare l’Halakhah, ci mancherebbe. Bisogna accettare la regola per la quale è ebreo chi è figlio di madre ebrea, per motivi storici. Ma che non si possa, in condizioni di allarme rosso, impedire a un padre di dire “voglio che mio figlio sia ebreo”, questo lo trovo rischioso. Quindi, si tratta di allargare l’Halakhah, non certo di cambiarla; da parte mia non c’è eterodossia o il desiderio di modificare le regole, ma di dire “sentiamo, ascoltiamo”, come diceva il grande Rabbino Toaff.

È necessario capire che questo ebraismo ormai ridotto ai minimi termini dal punto di vista numerico, è in condizioni di emergenza. E che forse i nostri rabbanim dovrebbero decidere sulla base della realtà italiana che è molto diversa da quella israeliana. E riuscire a manifestare, così, una maggiore libertà psicologica e culturale, in linea con quella che è stata da sempre la grande tradizione rabbinica italiana.

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