di Nina Deutsch
Dopo il 7 ottobre, dall’Italia all’Europa, il rapporto tra mondo progressista, Israele e comunità ebraiche torna al centro del dibattito. Un libro del giornalista britannico-tedesco Nicholas Potter riapre una questione scomoda: quando la critica politica scivola in ostilità.
C’è una frattura che attraversa oggi la sinistra europea, e che dopo il 7 ottobre è diventata impossibile da ignorare. Non si tratta di una divergenza tattica o di una normale dialettica politica, ma di qualcosa di più profondo: il modo in cui una parte del mondo progressista guarda a Israele, e – sempre più spesso – agli ebrei stessi.
Negli ultimi mesi, il rapporto tra sinistra, Israele e mondo ebraico è tornato al centro del dibattito pubblico con una forza nuova. Nel contesto italiano – ma con dinamiche simili anche in Germania, Francia e Regno Unito – il tema ha assunto contorni sempre più polarizzati. Da un lato, settori della sinistra radicale leggono le azioni dello Stato di Israele prevalentemente attraverso la lente del colonialismo e dell’oppressione, arrivando in più casi a definirle “genocidio”, in un dibattito pubblico sempre più acceso e controverso. Dall’altro, componenti più moderate cercano di mantenere una distinzione tra critica politica e delegittimazione, insistendo sulla necessità di riconoscere sia il diritto all’esistenza di Israele sia la sofferenza del popolo palestinese.
Questa spaccatura affonda le sue radici negli anni Settanta. Dopo una fase iniziale di simpatia verso Israele – percepito come progetto socialista e progressista – gran parte della sinistra europea, anche italiana, cambiò posizione dopo la Guerra del Kippur del 1973. Israele venne progressivamente reinterpretato come un avamposto dell’Occidente e dell’imperialismo, mentre la causa palestinese acquisì centralità simbolica nelle narrazioni anti-coloniali.
Da allora, il confine tra antisionismo e antisemitismo è diventato uno dei nodi più controversi e difficili da affrontare. Se la critica alle politiche di un governo è legittima in ogni democrazia, sempre più osservatori segnalano come, in determinati ambienti, essa scivoli verso forme di ostilità generalizzata nei confronti degli ebrei, oppure verso una sistematica minimizzazione delle violenze antisemite quando queste non si inseriscono nella narrazione dominante.
Il risultato è un disagio crescente, soprattutto tra gli ebrei che si riconoscono nella tradizione progressista. Molti si trovano oggi in una posizione di tensione identitaria: da una parte i valori della sinistra, dall’altra la percezione di un ambiente politico che, almeno in alcune sue espressioni, non riesce più a distinguere tra critica politica e ostilità etnica o culturale.
È in Germania – dove il tema è storicamente più sensibile e politicamente carico – che questo dibattito è riemerso con particolare forza. La Jüdische Allgemeine ha recentemente pubblicato un estratto del libro del giornalista britannico-tedesco Nicholas Potter, riaprendo una domanda scomoda ma ormai inevitabile: fino a che punto una parte della sinistra contemporanea ha sviluppato – consapevolmente o meno – nuove forme di antisemitismo mascherate da discorso politico? E noi, come società democratica, siamo preparati ad affrontarla? (Nicholas Potter, Die neue autoritäre Linke. Eine akute Bedrohung für die demokratische Gesellschaft, dtv, Monaco, 2026, 256 pp., 20 €).
Catalogato tra i bestseller di Der Spiegel, il libro si concentra su una tesi centrale: l’antisemitismo non è un fenomeno esclusivo dell’estrema destra, ma può emergere anche in ambienti progressisti, spesso in forme più sottili, indirette e quindi più difficili da riconoscere.
Attraverso un’indagine approfondita e la sua storia personale, il giornalista analizza come, in alcune frange della sinistra contemporanea, l’ostilità verso Israele si trasformi in qualcosa di più ampio. Non si tratta più soltanto di critica politica, ma di una visione in cui Israele diventa il simbolo assoluto del male globale – colonialismo, razzismo, capitalismo – e gli ebrei finiscono per essere associati, implicitamente o esplicitamente, a questo sistema.
Uno dei punti chiave è il cosiddetto “antisemitismo postcoloniale”: una narrazione che divide il mondo in modo rigido tra oppressori e oppressi. In questo schema, Israele viene collocato automaticamente tra i primi, mentre i palestinesi rappresentano i secondi. Il problema, sottolinea Potter, è che questa lettura binaria elimina la complessità storica e finisce per giustificare o minimizzare atti di violenza contro gli ebrei.
L’autore evidenzia anche un doppio standard ricorrente: comportamenti o politiche duramente criticati quando attribuiti a Israele vengono ignorati o relativizzati quando riguardano altri Paesi. Questo contribuisce a isolare Israele come caso unico e a rafforzare una narrativa ostile che va oltre la legittima critica.
Un altro elemento centrale è il ruolo dei movimenti attivisti e di alcune sottoculture politiche, dove slogan, simboli e retoriche possono facilmente scivolare in una delegittimazione totale dello Stato ebraico. In questi contesti, diventa sempre più difficile distinguere tra opposizione politica e pregiudizio.
Infine, l’articolo mette in luce le conseguenze concrete di questo clima: l’aumento degli episodi antisemiti in Europa, la crescente insicurezza percepita dalle comunità ebraiche e il senso di isolamento di chi, pur appartenendo alla sinistra, non si riconosce in queste derive. Non è più soltanto una questione teorica o accademica: è un problema politico, culturale e – sempre più – anche di sicurezza.



