Ashkan Rostami

“Il mondo deve ascoltare la voce degli iraniani”: l’appello di Ashkan Rostami dalla diaspora in Italia

Personaggi e Storie

di Davide Cucciati
Una crisi che investe non solo l’economia, ma tutti gli ambiti della società, e per questo oggi alle proteste partecipano tutti gli strati sociali. “La guerra di dodici giorni (contro Israele) è stata un colpo molto forte per il regime che cercava di presentarsi come invincibile e capace di difendere il Paese. Oggi quell’immagine è crollata”, spiega uno dei più autorevoli esponenti della diaspora iraniana in Italia, rappresentante all’estero il Partito Costituzionalista dell’Iran e parte del Consiglio di Transizione dell’Iran -. Una parte molto importante del popolo iraniano vorrebbe che Reza Pahlavi guidasse un governo di transizione”. 

 

A fine dicembre 2025 e nei primi giorni del 2026, l’Iran è tornato a essere teatro di grandi proteste popolari. Le manifestazioni, partite dalla capitale e dai bazar per la rabbia contro l’esplosione dei prezzi e il crollo della moneta nazionale, si sono diffuse in decine di città, attirando studenti, commercianti e strati diversi della società. Le forze di sicurezza hanno già ucciso circa 30 persone e ne hanno arrestate oltre 1.200. La crisi economica e la crescente insoddisfazione verso il regime islamico sono ormai i motori di una protesta che molti vedono come la più vasta dagli scontri del 2022.

In questo contesto torna di grande attualità la voce di Ashkan Rostami, uno dei più autorevoli esponenti della diaspora iraniana in Italia. Rostami rappresenta all’estero il Partito Costituzionalista dell’Iran e partecipa al Consiglio di Transizione dell’Iran. La sua precedente intervista a Mosaico del 26 giugno 2025, in cui sosteneva che “le persone in Iran sono più spaventate dal cessate il fuoco che dalla guerra”, si è rivelata un punto di vista utile per interpretare le tensioni sociali e politiche ora esplose di nuovo in tutto il territorio.

Proteste in Iran

 

Dai racconti che ricevi da amici e contatti, come descriveresti la situazione?

La situazione è critica. Questa volta le persone sono scese in piazza con un obiettivo finale chiaro. In passato le rivolte nascevano da temi specifici, per esempio i diritti umani o i diritti delle donne. Oggi la crisi è talmente profonda che non basta più parlare di singole riforme. Non è solo una questione economica. In alcune zone manca l’acqua da bere, l’aria è irrespirabile, il prezzo della benzina è salito moltissimo. La valuta nazionale ha perso valore in modo drammatico. Oggi si è toccato il record di sempre, con il dollaro che è arrivato a circa 148.000 sul mercato libero. Esistono tre tassi diversi, uno di mercato libero intorno a 148.000, uno fissato dallo Stato intorno a 30.000 e un altro ancora più basso per alcune importazioni di beni. Questo crea distorsioni enormi. Lo stipendio medio di un lavoratore è tra i 10 e i 15 milioni di toman. Il governo continua a stampare denaro quindi l’inflazione cresce. La gente fa fatica a comprare i beni essenziali. Non c’è futuro, non c’è un vero mercato. Chi può scappa via, chi non può è costretto a restare dentro questo sistema. La guerra di dodici giorni è stata un colpo molto forte per il regime che cercava di presentarsi come invincibile e capace di difendere il Paese. Oggi quell’immagine è crollata.

Ti sembra che siano cambiati i protagonisti rispetto al passato?

Sì, sono cambiati. Adesso in piazza c’è praticamente ogni classe sociale. Nel 2019 vi erano prevalentemente settori specifici della società: una parte della fascia media. Nel 2022 erano soprattutto i giovani che protestavano per i diritti, soprattutto delle donne. Questa volta, invece, le proteste sono iniziate dai bazar, dai mercanti e dai commercianti, poi si sono allargate agli studenti e ora coinvolgono il “popolo normale”, persone di ogni estrazione.

Come ti sembra stia reagendo l’apparato di sicurezza: compatto e forte, oppure intravedi stanchezza e crepe interne?

Il numero delle forze di repressione è diminuito; lo si vede dalle immagini e da quello che mi raccontano. Infatti, alcuni membri degli apparati di sicurezza sono demotivati perché ricevono dal regime degli stipendi miseri, come il resto degli iraniani. La guerra di dodici giorni ha dimostrato che neppure i generali di alto rango possono essere protetti al cento per cento. Se i generali non sono al sicuro, figurati cosa deve pensare un semplice soldato. La repressione però continua. C’è una parte che, per motivi ideologici, resta fedele e continua a far parte dell’apparato repressivo. In questa nuova ondata hanno già ucciso circa 25 – 30 persone e ne hanno arrestate oltre 1.200, in una decina di giorni. Se confrontiamo i predetti dati con il passato, vediamo la differenza. Nel 2022 si parla di almeno 500-550 manifestanti uccisi e di quasi 20.000 arresti in due o tre mesi. Nel 2019 le stime sui morti vanno da poco più di 300 a circa 1.500 in base a diverse fonti interne citate dalla stampa internazionale e in certi rapporti dell’opposizione arrivano fino a 3.000. Se mettiamo insieme questi dati si capisce che, oggi, la forza di repressione non funziona più come prima. Forse pesa anche l’avvertimento di Trump che ha detto chiaramente al regime che se continuerà a uccidere le persone ci saranno conseguenze. Soprattutto dopo il caso Maduro, molti hanno capito che Trump, su certe cose, non scherza.

 

 

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Dopo la guerra e il cessate il fuoco, come viene percepito oggi il ruolo di Israele dentro l’Iran?

Direi abbastanza bene. Durante la guerra e subito dopo c’erano persone che parlavano contro Israele, i cosiddetti “finti nazionalisti”. Ma se guardiamo alla sostanza, Israele non ha bombardato l’Iran, ha colpito il regime. Questa distinzione è importante per molti iraniani.

Se potessi parlare ai governi europei, e a quello italiano, qual è la cosa più concreta che potrebbero fare per non aiutare il regime e sostenere davvero la società iraniana?

Prima di tutto dovrebbero ascoltare quello che chiedono gli iraniani. In Europa spesso si dice di voler ascoltare gli iraniani ma poi si dà spazio alle persone sbagliate. Noi sappiamo cosa vogliamo. Una parte molto importante del popolo iraniano vorrebbe che Reza Pahlavi guidasse un governo di transizione. Invito il governo italiano a non seguire i pareri di gruppi come il MEK o dei cosiddetti riformisti del regime che si propongono come alternativa. Non sono rappresentativi. Molte figure mediatiche sono molto conosciute in Occidente; per esempio, i vincitori di premi Nobel, i registi e alcuni attivisti per i diritti umani. Sono persone spesso non sono accettate dal popolo come leader politici. Qualcuno, come il regista Jafar Panahi o il premio Nobel Narges Mohammadi, può essere un grande leader sociale ma non anche un leader politico. I governi europei e quello italiano devono capire che devono sostenere davvero il popolo iraniano. Oggi il governo italiano potrebbe permettersi di assumere una posizione chiara contro il regime, per esempio espellendo l’ambasciatore iraniano in risposta a quello che sta accadendo e riconoscendo i Pasdaran, nonché i gruppi a loro affiliati, come organizzazione terroristica.