Genocidio, apartheid e colonialismo: quando le categorie precedono i fatti

Personaggi e Storie

di Anna Balestrieri
Due studi recenti rimettono sotto esame tre parole diventate centrali nel dibattito su Israele e pongono una questione che riguarda anche il modo in cui l’informazione contemporanea costruisce le proprie certezze. Il rischio, quando le categorie precedono i fatti, non è soltanto sbagliare la definizione di una guerra. È perdere progressivamente la capacità di distinguere fra ciò che sappiamo, ciò che inferiamo e ciò che, per quanto moralmente persuasivo, resta ancora da dimostrare. (Immagine generata con l’IA)

Ci sono parole che descrivono e parole che giudicano. E ce ne sono alcune che, nel dibattito pubblico, finiscono per fare entrambe le cose nello stesso momento. «Genocidio», «apartheid», «colonialismo d’insediamento» appartengono ormai a questa terza categoria: termini nati in ambiti giuridici o storiografici precisi, divenuti nel conflitto israelo-palestinese formule capaci di organizzare un intero racconto.

È su questo slittamento, prima ancora che sulle sue conseguenze politiche, che convergono due lavori molto diversi per metodo e oggetto. Il primo, Debunking the Genocide Allegations: A Reexamination of the Israel-Hamas War from October 7, 2023 to June 1, 2025, di Danny Orbach, Jonathan Boxman, Yagil Henkin e Jonathan Braverman, affronta la guerra di Gaza con un’impostazione storico-quantitativa: fame, uccisioni deliberate, bombardamenti indiscriminati, conteggio delle vittime, attendibilità delle fonti. Gli autori dichiarano esplicitamente di voler separare l’accertamento fattuale dalla valutazione etica e giuridica, senza per questo negare la sofferenza civile né le possibili responsabilità israeliane.

Il secondo, firmato da Gunther Jikeli e Philippe Karpe e pubblicato nel settembre 2026, muove invece dal diritto internazionale e dalla comparazione storica. La premessa è semplice, ma non banale: genocidio e apartheid sono categorie giuridiche dotate di elementi costitutivi specifici; il «settler colonialism», al contrario, è un paradigma storico-comparativo. Trattarli come sinonimi morali, o come parti di un’unica sequenza esplicativa, significa confondere domande differenti e quindi anche standard di prova differenti.

È precisamente questa distinzione a essere diventata fragile nel discorso contemporaneo.

Jikeli e Karpe osservano che le tre accuse tendono ormai a rafforzarsi reciprocamente: il sionismo viene interpretato attraverso la categoria del colonialismo d’insediamento; l’assetto politico e territoriale viene descritto come apartheid; la guerra a Gaza come esito genocidario di quella stessa traiettoria. Il problema, sostengono, è che una simile concatenazione rischia di trasformare categorie che dovrebbero essere il risultato dell’analisi nei presupposti dell’analisi stessa. Il loro articolo conclude che, sulla base del materiale esaminato, le qualificazioni di apartheid e genocidio non risultano dimostrate e che il paradigma del colonialismo d’insediamento, pur illuminando alcuni aspetti della storia sionista e soprattutto dell’impresa insediativa in Cisgiordania dopo il 1967, non è sufficiente a classificare il sionismo o Israele nel loro insieme.

La cautela terminologica non coincide, nel testo, con un’assoluzione complessiva. Gli autori riconoscono che la Cisgiordania rappresenta il caso più forte per chi sostiene l’accusa di apartheid, per la durata dell’occupazione, gli insediamenti, i sistemi giuridici differenziati e le restrizioni alla mobilità. Sottolineano però che discriminazione, occupazione e perfino gravi violazioni non coincidono automaticamente con il crimine di apartheid, che richiede ulteriori elementi relativi a struttura, finalità e intenzione. Allo stesso modo, nel capitolo sul genocidio, la morte e la sofferenza della popolazione civile non sono negate: ciò che viene contestato è il passaggio dalla gravità degli effetti alla prova dell’intenzione specifica di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo protetto.

È qui che il secondo studio incontra il primo.

Il lavoro di Orbach, Boxman, Henkin e Braverman non costruisce infatti la propria tesi principalmente intorno alla definizione giuridica di genocidio. Il bersaglio è più a monte: come sappiamo ciò che crediamo di sapere sulla guerra?

Gli autori ricostruiscono le catene attraverso cui dati, testimonianze, stime e previsioni passano dalle organizzazioni sul terreno alle agenzie internazionali, alla ricerca accademica e infine ai media. La loro tesi è che, in più casi, l’apparente moltiplicazione delle fonti nasconda una dipendenza da pochi nuclei informativi originari. È ciò che chiamano, in sostanza, un «imbuto informativo inverso»: molte citazioni a valle possono restituire l’impressione di una pluralità di conferme indipendenti anche quando risalgono alla medesima base empirica.

Nel capitolo sulla fame, per esempio, il rapporto contesta alcune assunzioni diventate centrali nella discussione sull’ingresso di aiuti nella Striscia. Gli autori sostengono che il numero prebellico dei camion alimentari sia stato spesso sovrastimato e che da quel dato siano poi derivate soglie di fabbisogno presentate come autoevidenti. Nell’executive summary indicano, sulla base dei dati OCHA da loro ricostruiti, una media di 292 camion complessivi al giorno nel 2022, dei quali 73 con generi alimentari, contestando così la cifra dei 500 camion quotidiani spesso assunta nel dibattito come riferimento prebellico.

È importante, però, leggere il lavoro anche nei suoi limiti dichiarati. La ricerca si arresta al 1° giugno 2025. Gli autori spiegano di avere deliberatamente escluso gli sviluppi successivi perché, nella loro prospettiva, eventi ancora immersi nella «fog of war» richiedono tempo per verifica, incrocio delle fonti e revisione. La stessa edizione inglese è presentata come una versione corretta rispetto a quella ebraica precedente, modificata anche in seguito a critiche ritenute fondate.

È forse questo l’aspetto più interessante dei due lavori, al di là della controversia politica che inevitabilmente li circonda.

Entrambi, in modi diversi, formulano una critica alla compressione del tempo dell’analisi.

La guerra contemporanea produce contemporaneamente vittime, immagini, dati, testimonianze, interpretazioni e sentenze morali. La richiesta pubblica non è più soltanto sapere cosa sia successo, ma sapere immediatamente che cosa significhi ciò che è successo. E le categorie più forti esercitano una comprensibile attrazione: ordinano la complessità, distribuiscono responsabilità, attribuiscono senso.

Ma proprio per questo richiedono un surplus di disciplina.

«Genocidio» non significa semplicemente un numero enorme di morti civili. «Apartheid» non è sinonimo di diseguaglianza o discriminazione. «Colonialismo d’insediamento» non è una qualificazione penale e non dispone di un test giuridico equivalente a quelli delle prime due categorie. Jikeli e Karpe insistono sul fatto che fenomeni gravissimi possono esistere senza soddisfare una determinata classificazione: la gravità di una condotta non sostituisce i requisiti concettuali ed evidenziari della categoria utilizzata.

È un argomento che vale anche nella direzione opposta. Dimostrare che una specifica categoria non è provata non significa dimostrare che ogni condotta sottostante sia legittima. Lo stesso articolo precisa di non sostenere che le politiche israeliane siano prive di discriminazioni, che lo sfollamento palestinese sia irrilevante per la comparazione coloniale o che singole condotte a Gaza non possano costituire altre gravi violazioni del diritto internazionale.

La questione, allora, diventa meno identitaria e più epistemologica.

Quanto deve essere alta la soglia prima che un’ipotesi diventi una classificazione? Quanto deve essere indipendente una fonte prima che la sua reiterazione diventi conferma? Quanto pesa la velocità con cui un dato errato conquista le prime pagine rispetto alla lentezza con cui una correzione riesce, eventualmente, a raggiungerle?

Sono domande meno spettacolari delle formule che dominano il conflitto. Ma forse sono proprio quelle che un dibattito pubblico saturo di immagini e certezze dovrebbe tornare a porsi.

Perché il rischio, quando le categorie precedono i fatti, non è soltanto sbagliare la definizione di una guerra. È perdere progressivamente la capacità di distinguere fra ciò che sappiamo, ciò che inferiamo e ciò che, per quanto moralmente persuasivo, resta ancora da dimostrare.