di Davide Cucciati
Linda Menuhin Abdul Aziz è nata a Baghdad nel 1950 in una famiglia ebraica, durante un’epoca in cui in Iraq vivevano circa 135.000 ebrei. La comunità ebraica di Babilonia è considerata la più antica del mondo arabo, con oltre 2.500 anni di storia, più di un millennio prima dell’Islam, ed è la patria del Talmud babilonese. La rivoluzione del 1958, che rovesciò la monarchia hashemita, segnò un peggioramento della condizione delle minoranze in un clima politico sempre più teso. Il primo ministro Nuri al-Sa’id fu ucciso dai ribelli mentre tentava di fuggire travestito da donna ma fu scoperto per via del pigiama da uomo che portava sotto i vestiti. Dopo la Guerra dei Sei Giorni, gli ebrei divennero ostaggi: non potevano uscire di casa senza permessi, non potevano prelevare i risparmi o vendere i propri beni. Nel 1970 Linda fuggì in Israele attraversando clandestinamente il confine con l’Iran. All’epoca l’Iran era governato dallo Scià che manteneva rapporti di fatto con Israele e permetteva il transito degli ebrei iracheni. Nel 1972 suo padre, Yaakub Abdul Aziz, noto avvocato di Baghdad, fu rapito due giorni prima di Yom Kippur, in quella che Linda definisce “la repubblica della paura”
Giornalista ed esperta di comunicazione in lingua araba, Menuhin da anni lavora come consulente per il Ministero degli Esteri israeliano nei rapporti con il mondo arabo, attraverso la diplomazia digitale. Linda è anche protagonista del documentario Shadow in Baghdad e lavora per costruire ponti tra Israele e il mondo arabo, mantenendo un legame profondo con la sua terra d’origine. Il documentario, già disponibile in inglese, meriterebbe una versione sottotitolata in italiano e una proiezione pubblica anche in Italia per far conoscere più ampiamente la storia di Linda e degli ebrei iracheni.
La redazione di Mosaico l’ha incontrata a Milano e ha potuto porle alcune domande.
Linda, che cosa ricordi della rivoluzione del 1958?
Ero una bambina, stavo giocando sulla veranda. Non capivo cosa stesse succedendo ma tutto era completamente cambiato.
Hai detto che anche prima della rivoluzione c’erano già problemi. Per esempio, nel 1941 ci fu un pogrom causato da un vuoto di potere.
Sì, c’era un vuoto politico e un pogrom molto violento a Baghdad, nel giugno 1941, causò 179 morti, tra cui donne e bambini. La propaganda nazista in arabo, le trasmissioni radiofoniche e il ruolo del Muftì di Gerusalemme che sosteneva l’eliminazione degli ebrei avevano aumentato l’antisemitismo.
Quando sei arrivata in Israele, come sei stata accolta?
All’inizio non pensavo molto al passato ma ora sento che l’Iraq fa parte di me. In Israele venivo vista come araba, anche dalla mia coinquilina ashkenazita, per il modo in cui parlavo e mi vestivo. Ero la prima donna in università a indossare un grande cappello rosso. Quando andavo al club con mia zia, lei mi diceva di non ascoltare la radio in arabo in pubblico. Anche quando ho servito nella polizia, mi facevano notare l’accento. All’epoca mi faceva male ma oggi posso dire che è nella natura umana cercare chi ci somiglia.
Hai detto che l’ebraico è vicino all’arabo, e questo ti ha aiutata.
Sì, mi ha aiutato a impararlo rapidamente.
Linda, oggi i veri ostacoli alle relazioni tra Israele e i Paesi arabi vengono dal popolo o dalle élite? Gli Accordi di Abramo rappresentano davvero un’amicizia tra i popoli?
Per quanto riguarda l’Iraq, un paio di anni fa c’è stato un sondaggio in cui oltre il 40% degli intervistati ha detto che non avrebbe problemi ad avere relazioni con Israele, una percentuale superiore a quella negli Emirati prima degli Accordi di Abramo. Il problema oggi è l’influenza del regime iraniano in Iraq. A causa delle migliaia di milizie sostenute dalla Repubblica Islamica dell’Iran, è diventato pericoloso esprimersi liberamente soprattutto dopo la legge approvata in Parlamento contro ogni forma di normalizzazione con Israele e con gli israeliani. La pena può arrivare fino alla morte eppure molti iracheni non hanno problemi con Israele. Ovviamente c’è molta propaganda sulla questione palestinese con canali come Al Jazeera. Chi si oppone a Israele investe molto nella propaganda. Ma molti iracheni sanno che i rapporti con Israele porterebbero tecnologia e prosperità e ricordano gli ebrei come portatori di sapere e affari. Una volta smantellata la morsa della Repubblica Islamica dell’Iran, gli iracheni favorirebbero relazioni pratiche con Israele. Il problema, lo ripeto, sono le milizie del regime iraniano.
Nel 2010 hai cercato di votare alle elezioni irachene dalla Giordania. Ma se non sbaglio, avevi perso la cittadinanza irachena quando hai lasciato il Paese.
Avevo perso la cittadinanza quando sono partita. Secondo le istruzioni pubblicate all’epoca, avrei potuto comunque votare presentando due documenti iracheni. Avevo il diploma di scuola superiore, ma l’altro documento era la tessera della biblioteca universitaria che non venne accettata. Quando mi chiesero un altro documento, mostrai il passaporto israeliano. Mi chiesero gentilmente se ne avessi un altro e io non lo avevo, quindi non potei votare.
Sei un’esperta del mondo arabo e ti presenti sempre come un ponte. Perché secondo te l’affluenza alle urne degli arabi israeliani è spesso bassa?
Perché molti non si sentono rappresentati dai partiti arabi in Israele. Spesso questi partiti si limitano a parlare della causa palestinese ma sono solo chiacchiere che non risolvono i problemi.
Anche il partito arabo che faceva parte del governo Bennett?
Mansour Abbas ha dimostrato leadership. Dopo il 7 ottobre ha parlato chiaramente contro Hamas. È un islamista ma, potremmo dire, ha scelto “il lato umano”. Si è dimostrato davvero lucido.
Molti ebrei in Iraq non capirono subito quando fosse il momento di partire, fino al 1969. Pensi che oggi, in Europa, rischiamo di non vedere il momento giusto per fare aliyah?
Hai ragione. Gli eventi del 1969 sono chiari solo col senno di poi, ma all’epoca non tutti li compresero. Era tutto fabbricato. Gli ebrei iracheni non erano coinvolti nella guerra del 1967 ma il governo cercava un capro espiatorio per nascondere la sconfitta degli eserciti arabi, compreso quello iracheno. Gli ebrei furono falsamente accusati di spionaggio per giustificare arresti e impiccagioni pubbliche in piazza Tahrir, proprio come oggi il regime islamico in Iran arresta ebrei dopo la guerra dei 12 giorni con Israele. Le dichiarazioni di sostegno al regime fatte da membri della comunità ebraica in Iran servono solo per sopravvivere. Mio padre, nonostante ciò che era accaduto nel 1969, cercò di lasciare legalmente l’Iraq, ma fu rapito e ucciso lì.
Gli ebrei fuggiti dai Paesi arabi hanno mostrato una straordinaria capacità di ricostruirsi una vita. Riconosci anche nella tua esperienza questa forza?
Sì, gli ebrei fuggiti dai Paesi arabi hanno mostrato una grande resilienza e la capacità di ricostruirsi perché puntano in alto e sono determinati ad avere successo. È una forza che ammiro. Gli ebrei in Iraq furono esclusi dalle università dopo il 1967 ma alcuni studenti ebrei riuscirono alla fine a riprendere gli studi.
Che ruolo hanno avuto i curdi nel salvare gli ebrei iracheni?
Un ruolo cruciale. I curdi aiutarono molti ebrei a fuggire. Israele e il popolo curdo hanno ottimi rapporti. I curdi ricevettero anche aiuti militari da Israele e furono coinvolti in alcune operazioni del Mossad. È un legame autentico.
Oggi gli ebrei in Europa rischiano di diventare una minoranza dentro la minoranza, in contesti dove le libertà democratiche vengono a volte usate contro di noi. Come vedi questa situazione?
Quando una minoranza soffre, alla fine anche la maggioranza ne subisce le conseguenze. In Europa c’è chi usa le libertà occidentali contro di noi e contro le democrazie; chi lo fa non è a sua volta democratico. Anche molti arabi si lamentano degli estremisti musulmani. Chi è arrivato prima si è stabilito, lavora, si integra, ma ora c’è una minoranza di estremisti che cerca di imporsi sulla maggioranza. Gli ebrei sono preoccupati ma cercano sempre di restare ottimisti. È difficile dire cosa accadrà nel lungo periodo anche se oggi il quadro è fosco.
Il tuo lavoro consiste anche nel costruire ponti con il mondo arabo, usando valori comuni e riferimenti ai testi sacri. Quanto è realistico questo lavoro, soprattutto dall’Europa, vista l’influenza dei Fratelli Musulmani in molte comunità musulmane? Non sarebbe più facile farlo da Israele, partendo da una posizione di forza?
La sfida della comunicazione è spiegare realtà complesse usando i riferimenti mentali e i modelli di pensiero del pubblico per favorire la comprensione e non il confronto. Non è facile costruire ponti quando l’influenza degli estremisti, come i Fratelli Musulmani, è forte, anche in Europa o in Italia, ma è necessario. Io credo nel rafforzare ciò che è positivo.
Oggi non ci sono più ebrei in Iraq?
Ufficialmente non ci sono più ebrei in Iraq, ma credo che ce ne siano ancora almeno due. Quando ho richiesto il mio certificato di nascita, ho scoperto che ero registrata come musulmana, pur essendo ebrea, perché secondo la nuova costituzione irachena gli ebrei non esistono più. Di recente la tomba del rabbino Isaac Gaon a Baghdad è stata restaurata. Forse un gesto verso gli ebrei.
Non hai mai nascosto il tuo sogno di tornare a Baghdad come ambasciatrice israeliana. È ancora un desiderio che conservi nel cuore?
Sì, resta il mio sogno. Oggi, quando mi chiedono se amo di più l’Iraq o Israele, rispondo che non si può chiedere a un figlio se ama di più la madre o il padre.