di Pietro Baragiola
L’artista sudafricana Gabrielle Goliath era stata scelta dall’organizzazione no-profit Art Periodic per rappresentare il Paese alla Biennale d’Arte con una performance dal vivo intitolata Elegy, che prevedeva un memoriale per Abu Nada, oggi simbolo delle vittime civili del conflitto a Gaza. Scelta che ha suscitato la reazione del ministro della Cultura sudafricana, Gayton McKenzie (nella foto), che ha definito la performance “altamente divisiva”.
È ufficiale: il Sudafrica non parteciperà alla 61° edizione della Biennale d’Arte di Venezia a causa di una controversia scoppiata tra il ministero della Cultura e l’artista designata a rappresentare il Paese.
Al centro del dibattito un’installazione dedicata a Gaza e alla memoria della poetessa palestinese Hiba Abu Nada, morta in un raid israeliano nel 2023.
Lo scontro sul progetto dedicato a Gaza
L’artista sudafricana Gabrielle Goliath era stata scelta dall’organizzazione no-profit Art Periodic per rappresentare il Paese alla Biennale d’Arte con una performance dal vivo intitolata Elegy.
L’opera prevedeva un memoriale per Abu Nada, oggi simbolo delle vittime civili del conflitto a Gaza.
Questa scelta, tuttavia, ha suscitato la reazione del ministro della Cultura sudafricana, Gayton McKenzie, che ha definito la performance “altamente divisiva”.
In una lettera inviata a gennaio, McKenzie ha revocato l’incarico ad Art Periodic, annunciando l’intenzione di proporre un progetto capace di trasmettere “un messaggio positivo sul Sudafrica”.
In un post successivo su Facebook, il ministro ha sostenuto che un “non meglio precisato Paese straniero” avrebbe tentato di finanziare l’installazione sudafricana, insinuando che la piattaforma nazionale potesse essere utilizzata come strumento indiretto per veicolare un messaggio geopolitico contro Israele.
“La posizione del Sudafrica su Israele e Gaza è chiara” ha scritto McKenzie, annunciando per la prima volta la possibilità di lasciare vuoto il padiglione nazionale. “Forse anche quel Paese dovrebbe dichiarare apertamente la propria, invece di farlo indirettamente attraverso le piattaforme altrui.”
Nonostante il Sudafrica sia sempre stato storicamente critico nei confronti di Israele e tra i Paesi più attivi nel denunciare le operazioni militari nella Striscia, il ministro McKenzie desidera re-instaurare un dialogo con lo Stato ebraico confidando in una maggiore collaborazione in futuro.
Il ricorso legale e il padiglione vuoto

Dopo essere stata esclusa dalla Biennale, Goliath ha presentato ricorso in tribunale contro McKenzie chiedendo di essere reintegrata come artista ufficiale.
Questa istanza è stata respinta martedì 17 febbraio e l’artista si è vista costretta a rilasciare una nota stampa insieme ai suoi legali spiegando come questa mossa possa “creare un precedente pericoloso” che metterebbe a rischio la libertà di espressione di artisti e curatori sudafricani.
“È una decisione che compromette il diritto al dissenso” riporta il comunicato, confermando l’intenzione di Goliath di presentare appello.
Il ministero aveva inizialmente cercato un sostituto per salvare la partecipazione del Paese ma venerdì è arrivata la decisione definitiva: nessuna installazione sudafricana sarà presente a Venezia quest’anno.
Questa non è la prima volta che la rassegna della Biennale si intreccia con le tensioni del conflitto israelo-palestinese: nel 2024, infatti, l’artista incaricata di rappresentare Israele aveva chiuso temporaneamente il proprio spazio espositivo per chiedere un cessate il fuoco a Gaza e la liberazione degli ostaggi.
Israele potrebbe tornare alla Biennale nel 2026, ma la sua partecipazione è già oggetto di richieste di boicottaggio da parte del collettivo filopalestinese Art Not Genocide Alliance.
L’assenza del Sudafrica rischia ora di diventare un caso emblematico del fragile equilibrio tra diplomazia culturale e autonomia artistica. In questo clima incerto, il festival della Biennale che quest’anno si terrà dal 9 maggio al 22 novembre, da sempre laboratorio di linguaggi e visioni, si conferma anche arena di conflitti politici globali, dove le scelte curatoriali possono trasformarsi in atti dal forte peso simbolico.



