André Aciman

L’ebraismo? È tutto nella mente

di Miriam Bendayan

Un uomo e una donna s’incontrano d’improvviso durante una festa a Manhattan e la loro vita cambia per sempre: durante otto notti si attraggono e respingono in un’atmosfera incandescente. È questo che racconta Notti bianche, (Guanda) una storia che pone al centro l’amore romantico e la sua forza travolgente, ultimo romanzo di André Aciman. Lo scrittore ebreo, nato ad Alessandria d’Egitto e poi vissuto in Italia, Francia e ora a New York, ha dedicato alla sua vita l’autobiografia Ultima notte ad Alessandria (Guanda), a proposito del quale racconta: “I miei ricordi più cari di Alessandria fanno riferimento a quei giorni piovosi, quando sedevo con la mia famiglia e gli amici più stretti nel soggiorno e ascoltavamo gli adulti parlare. Mi sentivo al sicuro, accudito. Il mio ricordo peggiore è invece quello di essere l’unico ebreo in una grande classe dove le parole ‘ebreo’ e ‘Israele’ erano diffamate ogni minuto. Odiavo sentirmi l’unico ebreo fra tanti. Mi sentivo solo, una sensazione che odio tuttora. Spesso la Storia si dipana come tragedia e solo dopo, in seconda battuta, diventa parodia, quando ripete se stessa.

Essere nati ebrei in Egitto significa dover capire il significato più profondo dell’ironia. Mi spiego: essere ebrei nell’Egitto di Nasser e non aver in mente che cosa è accaduto proprio agli ebrei millenni fa, è impossibile. Non posso celebrare un seder di Pesach senza provare ad andare oltre al rituale e vedere che significato ha per me.

L’automatismo dei rituali dà sicurezza alla maggior parte delle persone: ma quando la Storia ti pone di fronte a certe ironie, i rituali non danno nessun conforto. Non è così automatico avere fede: la religione deve lottare dentro di noi per trovare il suo posto. Tutti i profeti hanno dovuto lottare con Dio e tutte le vittime dell’antisemitismo hanno dovuto farlo prima di trovare la loro pace in un modo o nell’altro. Questa lotta non è stata difficile per me: sono nato in una famiglia secolarizzata, dove la religione non era praticata e per me era facile trovare le falle insite nel pensiero religioso. Quello che è difficile, a volte, è ricordare che, a dispetto di tutte le ‘distrazioni’ (famiglia, lavoro, vita), sono un ebreo prima di ogni altra cosa”.

Ma come vive Aciman il proprio ebraismo? “Essere un ebreo significa appartenere alla più antica tradizione della mente. Io la chiamo proprio ‘mente’ perché non trovo un altro modo per definirla: anche le parole ‘pensiero’ o ‘saggezza’ non sono appropriate, visto che non esaltano la mente come la tradizione ebraica fa.

Essere un ebreo significa riconoscere che tutto ha un coefficiente spirituale e ritrovarlo in ogni cosa. La mente deve apporre il suo sigillo su tutto, ripensarlo e farsi continuamente domande… la mente deve ‘ebraicizzare’ tutto. Un ebreo che non reinventa ogni cosa che c’è attorno a lui – fede, amore, persone, storia – può dirsi veramente un ebreo? A questo proposito, chi fu il più grande ebreo se non Spinoza?”

Profondamente ebreo, dunque, André Aciman, e l’impronta dell’infanzia radicata nel mondo arabo non si è dissolta. Ma quell’atmosfera, quella vita ebraica, si potranno mai ricostruire in un paese arabo?

“Mai e poi mai. Provo molta rabbia al pensiero che troppo spesso, parlando del conflitto mediorientale, si dimenticano gli 800.000 ebrei come me che vivevano nei paesi arabi e furono espulsi in seguito alla nascita di Israele e ai successivi conflitti.

Il tragico attentato alla chiesa copta proprio nella mia città natale, Alessandria, mi fa pensare che quella (presunta) tolleranza un tempo proverbiale fra le comunità musulmane è minacciata ogni giorno e rischia di scomparire. I governi arabi dovrebbero riconoscere che le parole ‘tolleranza’ (per gli ebrei, per gli omosessuali) e ‘diritti civili’ (delle donne specialmente) non sono termini senza senso. Sono pilastri di tutte le civiltà, non solo del mondo occidentale. L’opposto della civiltà è la barbarie: il mondo arabo deve decidere”.

Ma anche in Francia oggi le tensioni sociali e l’imponente presenza islamica sono un potenziale pericolo per gli ebrei?

“Non ho nessun problema con la presenza degli arabi in Francia – dice Aciman – penso che, anzi, abbiano molto da lamentarsi dei francesi, che non sono sempre conosciuti per la capacità di tollerare le differenze. Che problema c’è se gli arabi vogliono aderire ai valori Occidentali senza dimenticare la loro religione, come succede per esempio in Tunisia? Io sono nato ad Alessandria D’Egitto, forse la città più multiculturale della storia dell’umanità. Se Parigi stesse per diventare la prossima Alessandria? Non ci vedo nessun problema. Non c’è spazio per un mondo fatto di comunità isolate.

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