di Nina Deutsch
La catena palestinese Ayat e il marchio israeliano Miznon stanno per aprire a pochi isolati l’uno dall’altro. Tra memoria, politica e cultura, il loro incontro imprevisto racconta molto più di un menu: una New York in cui il cibo diventa spazio simbolico e sociale. Nonostante le accuse e le critiche, che hanno portato a episodi di vandalismo, pressioni e boicottaggi, anche il cibo mostra come nulla sia neutro. Eppure, in un clima sempre più polarizzato, qualche segnale di reciproca apertura e tolleranza emerge.
Il mondo contemporaneo sembra aver progressivamente smarrito il senso delle sfumature. Tutto tende a disporsi lungo linee nette: bianco o nero, giusto o sbagliato, di qua o di là. Il compromesso – parola che Amos Oz considerava una forma alta di intelligenza civile – è diventato qualcosa di sospetto, quasi un cedimento, più che una conquista. E i social, nel loro funzionamento quotidiano, non fanno che rafforzare questa dinamica: amplificano, semplificano, irrigidiscono.
Eppure, lontano dal rumore delle posizioni dichiarate, continuano a esistere microstorie che svelano altri punti di vista, non spostano probabilmente gli equilibri, ma introducono delle crepe, piccole e ostinate. Non sono negoziati, non sono prese di posizione ufficiali. Sono episodi minimi. A volte, perfino luoghi apparentemente marginali come dei ristoranti. Come la storia raccontata da The Forward, che prende forma a New York ma rimanda immediatamente a un altrove molto più carico di significati.
Due ristoranti, percorsi diversi
A pochi isolati da Columbia University – uno degli epicentri delle proteste legate al conflitto israelo-palestinese negli ultimi anni, in particolare durante le occupazioni del 2024 – stanno per aprire, a breve distanza l’uno dall’altro, due ristoranti che arrivano da percorsi molto diversi, ma che inevitabilmente finiscono per essere letti all’interno dello stesso campo di tensione.
Ayat: riunire le persone senza rinunciare a posizioni e identità
Da una parte c’è Ayat, la catena palestinese fondata da Abdul Elenani insieme alla moglie Ayat Masoud, che negli ultimi anni ha conosciuto una crescita significativa a New York. Citato nella Guida Michelin e menzionato tra i migliori ristoranti di Brooklyn. Il nuovo locale, in apertura all’angolo tra la 106th Street e Amsterdam Avenue nell’Upper West Side, porta un nome che è di parte: “Hinds Hall”, una canzone del rapper statunitense Macklemore in sostegno delle proteste studentesche filo-palestinesi del 2024. Come riporta West Side Rag, il riferimento è duplice: da un lato richiama la stagione delle proteste universitarie, quando alcuni studenti avevano ribattezzato Hamilton Hall durante le occupazioni; dall’altro rimanda a una bambina uccisa a Gaza, trasformando così il nome stesso del ristorante in un dispositivo di memoria e presa di posizione.
Elenani ha più volte spiegato che l’obiettivo dei suoi locali è «riunire le persone», indipendentemente dalla loro appartenenza religiosa o culturale, e che vedere ebrei e musulmani condividere lo stesso spazio è qualcosa che, nelle sue parole, mi rende felice». Allo stesso tempo, però, Ayat non rinuncia a rendere visibile la propria posizione: il racconto identitario non viene attenuato, ma portato in primo piano.
Anche il sito ufficiale di Ayat insiste su questa dimensione comunitaria e simbolica della cucina, presentata non solo come offerta gastronomica ma come pratica sociale, capace di costruire relazioni e appartenenze. Tuttavia, questa apertura convive con scelte che hanno suscitato aspre polemiche, come l’uso dello slogan “From the river to the sea” all’interno del menu di uno dei locali. Elenani lo ha descritto come un appello all’uguaglianza, mentre l’Anti-Defamation League lo considera uno slogan fortemente controverso, spesso interpretato come ostile all’esistenza di Israele. Nonostante questa pressione, Ayat ha esteso la sua attività di sensibilizzazione ad altre comunità. Nel gennaio 2024, il ristorante ha ospitato una cena di Shabbat gratuita nella sua sede di Ditmas Park, a Brooklyn, che ha attirato oltre 1.300 partecipanti. Il punto, tuttavia, è che il tentativo di Ayat di tenere tutto insieme – inclusione e rivendicazione, apertura e identità, dimensione commerciale e posizione politica – non serve a sciogliere le tensioni.
Il percorso personale del ristoratore palestinese
Cresciuto a Brooklyn in una famiglia di origine egiziana, Elenani aveva inizialmente optato per un posizionamento più neutro, chiamando il suo primo progetto “MTerranean”, un nome volutamente generico, capace di rendere la proposta più accessibile e meno connotata. Solo in un secondo momento, dopo la pandemia e le difficoltà economiche che ne sono seguite, ha deciso di esporsi in modo più diretto, adottando un nome esplicitamente palestinese e costruendo un menu che recupera piatti legati a una memoria familiare, come il mansaf o il musakhan, definendo una maggiore definizione identitaria. (Per leggere l’intervista a Elenani, clicca QUI).
Lo chef stellato Eyal Shani e la cucina israeliana globale
Se Ayat rappresenta, in questo senso, un’affermazione relativamente recente, Miznon costituisce quasi il caso opposto. Il marchio creato da Eyal Shani è da anni uno dei simboli più riconoscibili della cucina israeliana contemporanea nel mondo. Shani è una figura centrale, non solo per il successo commerciale dei suoi ristoranti, ma per il modo in cui ha costruito un linguaggio gastronomico immediatamente identificabile, capace di trasformare ingredienti semplici in narrazione.
Nei suoi piatti – dalla pita farcita al momento ai cavolfiori interi arrostiti – c’è una ricerca che non passa tanto dalla tecnica esibita quanto da una forma di racconto sensoriale, quasi istintivo, in cui Tel Aviv diventa una presenza evocata più che descritta. È una cucina che ha già attraversato il processo di globalizzazione e che, proprio per questo, si muove con una certa sicurezza nel contesto internazionale. Miznon conta oggi numerose sedi in diverse città del mondo, tra cui New York, e rappresenta un modello di esportazione culturale già consolidato. Shani, inoltre, è noto al grande pubblico anche per il suo ruolo come giudice in MasterChef Israele, elemento che ha contribuito a rafforzarne la visibilità.
A differenza di Elenani, Shani ha sempre evitato dichiarazioni politiche esplicite, mantenendo il proprio discorso sul piano della cucina. Tuttavia, in merito alla vicinanza tra Miznon e Ayat, ha osservato – come riportato dal Forward – che «proveniamo dalla stessa regione e condividiamo molte abitudini alimentari, ingredienti e modi di cucinare», sottolineando una continuità culturale che precede e supera le divisioni politiche.
Vicini ma diversi
Tra i due locali in fase di apertura ci sono pochi isolati di distanza, ma soprattutto due modalità diverse di stare nel mondo. Non esiste, almeno per ora, alcuna dichiarazione di dialogo, nessun progetto comune. E tuttavia la loro semplice coesistenza nello stesso quartiere è sufficiente a far emergere una domanda che va oltre il caso specifico.
Negli ultimi anni, come documenta sempre lo stesso The Forward, la cucina mediorientale negli Stati Uniti è diventata sempre più un terreno simbolico conteso. Ristoranti israeliani accusati di appropriazione culturale, locali palestinesi criticati per le loro posizioni politiche, episodi di vandalismo, pressioni e boicottaggi: il cibo, lungi dall’essere uno spazio neutro, si è caricato di significati che eccedono la dimensione gastronomica.
Di fronte a questa tensione, molti ristoratori scelgono una strategia diversa, optando per definizioni più ampie e meno esposte – “mediterraneo”, “fusion”, “internazionale” – che consentono di evitare conflitti ma al prezzo di una certa perdita di contesto. Ayat e Miznon, invece, percorrono la strada opposta: mantengono il riferimento esplicito alla propria origine, accettando le conseguenze che questo comporta.
Paradosso e quotidianità
La situazione conserva, in filigrana, qualcosa di paradossale, che ricorda West Bank Story, l’ironico (e iconico) miglior corto, vincitore dell’Oscar nel 2007, che trasformava il conflitto israelo-palestinese in una rivalità tra chioschi di falafel. Lì si trattava di una parodia del film del 1961 West Side Story, a sua volta ispirato all’opera teatrale Romeo e Giulietta; nella storia attuale di Ayat e Miznon il tono è completamente diverso, ma la riduzione di scala permette comunque di osservare con maggiore nitidezza alcune dinamiche di fondo.
I proprietari dei due ristoranti insistono sul fatto che la scelta delle location sia dettata da ragioni esclusivamente commerciali e non politiche ed è verosimile che sia così. Ma il contesto in cui queste aperture avvengono fa sì che la loro vicinanza geografica assuma un significato che va oltre le intenzioni iniziali. Alla fine restano gesti semplici: entrare, ordinare, mangiare. Azioni quotidiane, spesso inconsapevoli, che tuttavia si collocano dentro una trama più complessa. È poco, senza dubbio. Ma è qualcosa che esiste, concretamente.
Illuminare ciò che esiste
Parafrasando Jonathan Safran Foer, non si tratta tanto di individuare un bene astratto, quanto di illuminare ciò che è già presente, anche quando appare contraddittorio, incompleto, fragile. In un tempo che tende a esigere posizioni nette e definitive, anche una forma imperfetta e silenziosa di coesistenza può rappresentare, se non una soluzione, almeno un movimento.



