di Davide Cucciati
Trump sta dando forma a una diplomazia fatta di relazioni dirette, marketing dell’immagine, pressioni pubbliche, telefonate “riparative”, e una narrativa ossessiva del risultato. I metodi “trumpiani” non hanno risparmiato neppure il primo ministro israeliano Beniamin Netanyahu. È una diplomazia trattata come impresa personale, reputazione come marketing, alleanze come fatture, risultati come prodotto comunicativo.
Nel Partito repubblicano, in un quarto di secolo, si è consumato un passaggio simbolico che vale più di molte dichiarazioni programmatiche: dall’“Asse del Male” di George W. Bush Jr a un “Asse Immobiliare” che la seconda amministrazione Trump prova a costruire attorno a Gaza. Nel 2002, Bush, nel discorso sullo Stato dell’Unione, definì Iran, Iraq, Corea del Nord e i loro alleati come un “asse del male”, una cornice morale e ideologica per ordinare il mondo in blocchi.
Ventiquattro anni dopo, l’immaginario che domina la Board of Peace plasmato dall’amministrazione Trump è quasi l’opposto: un dispositivo diplomatico in cui Qatar e Turchia hanno un peso specifico che ha destato preoccupazione anche in Israele.
“Io dico sempre che gli serve un’agenzia di pubbliche relazioni, perché fate così tanto bene e invece vi dipingono come il male, ma voi non siete il male. Ci aiutate moltissimo e siete un alleato straordinario”. Donald Trump lo ha detto a Washington, aprendo la riunione inaugurale della Board of Peace, mentre presentava il primo ministro del Qatar Mohammed bin Abdulrahman Al Thani. Reuters del 19 febbraio 2026 colloca quella frase nel registro di “diplomazia e adulazione” con cui Trump ha impostato l’evento. Il cortocircuito è evidente.
Il Qatar è un alleato operativo statunitense ma anche un Paese che porta con sé un costo reputazionale: infatti, secondo il Dipartimento del Tesoro USA del 18 ottobre 2023, nel sanzionare una rete di finanziamento di Hamas, Washington ha citato anche “un facilitatore finanziario con base in Qatar”. Del resto, l’opacità dei flussi tra il Qatar e le organizzazioni estremiste, quali Hamas e i Fratelli Musulmani, è stata già oggetto di discussione in tutto il mondo: in Israele, dove, antecedentemente al 7 ottobre 2023, già si criticava l’afflusso di aiuti economici da Doha alla Striscia di Gaza, fino all’Italia stessa, uno scenario in cui l’UCOII (legata, in parte, ai Fratelli Musulmani) è spesso indicata, nella stampa italiana, come uno dei principali soggetti beneficiari in Italia di finanziamenti provenienti da Qatar Charity.
Trump sta dando forma a una diplomazia fatta di relazioni dirette, marketing dell’immagine, pressioni pubbliche, telefonate “riparative”, e una narrativa ossessiva del risultato.
I metodi “trumpiani” non hanno risparmiato neppure il primo ministro israeliano Beniamin Netanyahu: basti pensare alla telefonata, voluta e imposta dal presidente americano, nella quale Netanyahu ha espresso rammarico e si è scusato con il Qatar per l’attacco dello Stato ebraico a Doha il 9 settembre 2025.
Complimenti a Erdogan, durezza con gli alleati, complimenti ad al Sharaa
Sul fronte turco, Trump ha usato toni da rapporto personale e da promozione del “perno utile”: “Il presidente Erdogan è un mio amico, lo rispetto, penso che mi rispetti anche lui”, e ancora “è un uomo molto intelligente”.
Il contrasto con gli alleati europei passa invece per la pressione e la teatralizzazione. The Guardian del 25 gennaio 2025 descrive una telefonata con la premier danese Mette Frederiksen sulla Groenlandia come “aggressiva e conflittuale”. Sul piano della derisione, Reuters del 21 gennaio 2026 riporta che a Davos Trump ha preso in giro Macron per gli occhiali da aviatore indossati al chiuso, usando il dettaglio come colpo politico dentro un discorso più ampio contro l’Europa.
Poi c’è la Siria e il registro dei complimenti diventa più controverso: Trump ha descritto l’ex jihadista Ahmed al Sharaa, noto come al Jolani, come “un giovane attraente, un tipo tosto” sostenendo che ha “una reale possibilità di tenere tutto insieme”.
Il 12 febbraio 2026, a Washington, parlando con i giornalisti in un evento alla Casa Bianca dopo l’incontro con Netanyahu, Trump si è scagliato contro il presidente israeliano Isaac Herzog per non aver concesso la grazia a Netanyahu, dicendo che Herzog “dovrebbe vergognarsi di sé”.
La conseguenza pratica è che, mentre la diplomazia americana sta premiando interlocutori utili a prescindere dal loro posizionamento politico e valoriale, alcuni dossier restano sospesi, iniziando da quello curdo.
Putin trattato meglio di Zelensky
La “ditta individuale” trumpiana usa un criterio ricorrente: l’avversario può essere trattato con maggiore morbidezza dell’alleato se questo aiuta a vendere l’accordo. Un anno fa, nello Studio Ovale, davanti alle telecamere, Trump scelse di mettere Zelensky in una posizione apertamente subordinata, incalzandolo con la frase diventata simbolo di quella scena: “non hai le carte in mano”. Trump continuò a spostare il confronto sul terreno della leva e della gratitudine, arrivando ad accusare il presidente ucraino di “giocare con milioni di vite” e di “rischiare la Terza guerra mondiale”. Recentemente, Trump ha affermato che Putin sarebbe “pronto a fare un accordo” mentre l’Ucraina sarebbe “meno pronta”, precisando che sarebbe Zelensky a bloccarlo.
L’aggressore diventa quasi l’aggredito e viceversa.
La matrice nordcoreana tra 2016 e 2020
Questa diplomazia assai sensibile a personaggi autocrati non è nuova: durante il suo primo mandato, Trump utilizzò termini benevoli anche con il dittatore nordcoreano Kim Jong: “Eravamo duri tutti e due, poi ci siamo innamorati, mi ha scritto lettere bellissime”.
Gaza tra “affare immobiliare” e truppe promesse
La Board of Peace è anche il luogo in cui la diplomazia trumpiana mostra il suo tratto più “aziendale”: il territorio come progetto e il conflitto come problema meramente materiale e avulso da qualsivoglia matrice identitaria o religiosa.
Alla riunione inaugurale, il piano presentato include l’idea di trasformare Gaza in una “Riviera mediterranea” con alberghi e investimenti, mentre sul terreno restano irrisolti disarmo e governance. Sul versante operativo, la promessa è una forza internazionale. Reuters del 19 febbraio 2026 riporta che cinque Paesi hanno impegnato truppe per la futura International Stabilization Force: Indonesia, Marocco, Kazakistan, Kosovo e Albania. Nello stesso quadro, Egitto e Giordania avrebbero promesso addestramento per la polizia.
Sempre Reuters racconta un progetto concreto: la costruzione di un grande complesso abitativo finanziato dagli Emirati nel sud di Gaza, area sotto controllo israeliano, segnale di una ricostruzione che prova a partire anche senza che Hamas sia stato davvero neutralizzato.
La Repubblica Islamica dell’Iran
Sul dossier iraniano la contraddizione statunitense è parte del metodo. A giugno 2025, Trump ha rivendicato i bombardamenti sull’Iran: “Le strutture nucleari iraniane sono state distrutte – e le affermazioni contrarie sono fake news”. Sei mesi dopo, il presidente americano è tornato a parlare di colloqui e scenari di escalation.
Risultati concreti, per ora
Se si esce dalla narrativa e si guarda ai risultati, la fotografia mostra le ovvie sfumature della vita reale ben oltre la narrativa della Casa Bianca.
Gaza: Hamas non è sparito. Secondo una valutazione militare israeliana, Hamas starebbe consolidando il controllo amministrativo, ripristinando servizi, raccogliendo tasse, pagando stipendi, e tentando di far rientrare i propri uomini nella futura struttura di polizia.
Autorità Palestinese: sul “contrasto netto” al jihadismo, l’ambiguità politica resta un problema strutturale. La nuova bozza costituzionale palestinese “chiude la porta” alla pace in Medio Oriente, con un impianto che riafferma centralità della “resistenza” e non compie una discontinuità netta rispetto al lessico politico che alimenta il jihadismo.
Il rischio dei commentatori e il rasoio di Occam
La tentazione, anche per analisti autorevoli, è cercare sempre una strategia quasi perfetta dietro ogni mossa del presidente statunitense. Eppure, torna utile la teoria del rasoio di Occam: a parità di spiegazione dei fatti, tra più ipotesi concorrenti va preferita quella che introduce meno assunzioni e complicazioni. Applicato a Trump, l’ipotesi più semplice è spesso la più robusta: diplomazia trattata come impresa personale, reputazione come marketing, alleanze come fatture, risultati come prodotto comunicativo. È un riflesso che vale anche per il mito del “grande businessman”: più di un’analisi economica ha notato che, in diversi snodi, Trump avrebbe potuto fare meglio semplicemente lasciando lavorare il mercato, cioè investendo in modo passivo in un indice come l’S&P 500 invece di inseguire operazioni ad alta esposizione e volatilità.
Il punto finale è proprio questo: mentre si discute della strategia nascosta, i risultati concreti raccontano un’altra storia. Hamas è ancora in vita e Gaza resta un dossier aperto.



