di Davide Cucciati
Reportage: viaggio in un sorprendente Caucaso ebraico. Un Paese in espansione e in pieno boom economico, a maggioranza sciita. Con un’ampia tolleranza religiosa e un rigido controllo politico. E poi il petrolio, la forte leadership regionale, la spinosa questione armena. Quella dell’Azerbaijan è una realtà sfumata, che oggi mette in crisi le nostre certezze e dove il mondo ebraico prospera ed esprime apertamente la propria identità, il sionismo e il proprio attaccamento a Israele. E dove un ebreo può diventare eroe nazionale, con tanto di statue nei parchi.
L’Azerbaijan è uno di quei Paesi che costringono a rivedere molte convinzioni radicate in Occidente. Mette in difficoltà i più conservatori che associano automaticamente il mondo sciita alla chiusura e all’intolleranza. Mette in difficoltà anche molti progressisti e in generale gli occidentali quando si parla di Nagorno Karabakh e di armeni perché la realtà che si incontra sul campo non coincide con le categorie morali e politiche che usiamo abitualmente.
L’Azerbaijan è uno Stato a maggioranza musulmana sciita in cui però i cittadini vengono trattati in modo paritario a prescindere dal culto. Non è uno slogan di facciata. È qualcosa che si percepisce nella vita quotidiana, che si respira nei rapporti tra le persone e nel modo in cui le minoranze religiose si sentono parte del Paese. Io ci sono stato alla fine di novembre e all’inizio di dicembre.
Libertà religiosa, spazi politici ristretti
Accanto a questa immagine di coesistenza religiosa, lo spazio politico è molto ristretto, e questo non lo dicono solo le ONG. Infatti, nel Country Report 2024 del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti, dedicato all’Azerbaijan, tra i principali problemi segnalati ci sono detenzioni arbitrarie, limitazioni alla libertà di espressione, di associazione e di riunione, arresti di oppositori e giornalisti, oltre a seri problemi di indipendenza della magistratura.
La coesistenza tra comunità religiose diverse è visibile e concreta ma convive con un sistema politico fortemente accentrato, nel quale il dissenso organizzato ha margini ridottissimi. Ad ogni modo, tutti gli Azeri con i quali ho interagito, anche al di fuori dell’Azerbaijan, hanno espresso pieno supporto al Presidente Ilham Aliyev nonché una stima, ben oltre ai confini politici, nei confronti del precedente Presidente, Heydar Aliyev. Il motivo, sicuramente, risale al benessere che si sta diffondendo in Azerbaijan e a un diffuso orgoglio. Infatti, Secondo i dati della World Bank, nel 2024 l’economia dell’Azerbaijan ha raggiunto un PIL nominale di circa 74,3 miliardi di USD e un PIL pro capite di circa 7.284 USD. Nei primi anni dopo l’indipendenza post-sovietica il PIL pro capite era invece di poche centinaia di dollari, a testimonianza di un percorso di crescita impressionante nel giro di trent’anni.
Un ebraismo integrato e prospero
La comunità ebraica in Azerbaijan conta oggi oltre 20.000 persone. Non vive ai margini e non si nasconde. Può esprimere liberamente la propria ebraicità e il proprio sionismo.
Questa integrazione ha anche un volto concreto, quello del soldato Albert Aqarunov, un ebreo della montagna, azero. Nato a Baku nel 1969, divenne comandante di carro armato durante la Prima guerra del Karabakh. Cadde nella battaglia di Shusha nel 1992 e fu insignito postumo del titolo di National Hero of Azerbaijan, il massimo riconoscimento del Paese. Attualmente, una delle principali arterie della capitale porta il suo nome e nel 2019 lungo quel viale è stata inaugurata una statua in suo onore. Al Trophy Park di Baku ho visto personalmente il carro armato T 72 collegato a quell’episodio, con un pannello che racconta la storia di Aqarunov e del mezzo nemico che riuscì a colpire. Le fotografie che ho scattato, una del carro armato T 72 e una del pannello esplicativo, raccontano meglio di tante parole come memoria nazionale e pluralità religiosa convivano nello stesso spazio pubblico.
Mettere in crisi la nostra visione del Nagorno Karabakh
Un viaggio in Azerbaijan mette in discussione soprattutto la visione occidentale sul Nagorno Karabakh. In Europa siamo spesso abituati a un racconto molto semplice: da una parte il piccolo Paese cristiano, dall’altra il Paese musulmano che minaccia di cancellarne l’eredità. È una narrazione che parla facilmente alla sensibilità progressista e alla nostra idea di “aggredito” e “aggressore”. Sul posto, il quadro appare più complesso. È simile a quello descritto dal rabbino Shneor Segal nel 2020: “La brutta espressione ‘Genocidio Culturale’ è apparsa in più di qualche titolo.
Questi rapporti stanno alimentando l’isteria sul campo, con armeni della zona che smontano freneticamente croci dalle chiese e persino bruciano le loro case. In un recente rapporto di Bloomberg, un armeno etnico residente nella regione di Kalbajar si rivolge alla telecamera e dice: ‘alla fine faremo saltare in aria o daremo fuoco [alla nostra casa], piuttosto che lasciare qualcosa ai musulmani’. Ecco, è questa una posizione in cui, forse, un tempo mi sarei potuto identificare. Sono venuto da Israele prima di diventare rabbino capo in Azerbaijan. Non è un segreto che i rapporti tra ebrei e musulmani debbano migliorare. Così, quando ricevetti l’offerta di diventare rabbino capo in questo paese nominalmente musulmano, ero incline a rifiutare. Questo è cambiato quando ho visitato l’Azerbaijan. Gli ebrei sanno fin troppo bene cosa significa essere rappresentati ingiustamente dai media. Di conseguenza, mi sento in dovere di alzarmi ed esprimere la mia difesa dei miei fratelli e sorelle musulmani in Azerbaijan. In quei territori – fino ad ora detenuti dalle forze armene – esiste una ricchezza di prezioso patrimonio culturale cristiano – migliaia di chiese, monasteri, cimiteri e altri reperti. Come tutto ciò che è prezioso, quel patrimonio deve essere protetto, in un modo in cui gran parte del patrimonio musulmano azero nel Nagorno-Karabakh non lo è stato. Come ho già detto, proteggere le diverse culture che compongono questo paese diversificato è una priorità nazionale, una bussola, un record dell’Azerbaijan che parla da sé. L’Azerbaijan finanzia persino il restauro internazionale di monumenti e manufatti cristiani. Ci sono troppi esempi per elencarli qui, ma il più noto include la Basilica di San Pietro in Vaticano, le Catacombe di San Sebastiano a Roma e le vetrate del XIV secolo della Cattedrale di Strasburgo. Ora, il governo azero ha collaborato con l’UNESCO per proteggere e restaurare con sensibilità il patrimonio cristiano del Nagorno-Karabakh.” Sempre nel 2020, in piena escalation sul fronte Nagorno Karabakh, sono stati pubblicati appelli di comunità ebraiche in Azerbaijan che hanno precisato tre cose molto nette: la condanna dell’azione militare dell’Armenia contro l’Azerbaijan, il sostegno all’integrità territoriale azera e la richiesta di pressioni internazionali su Yerevan.
Se ci si siede ad ascoltare il racconto azero emergono memorie spesso ignorate. Le autorità di Baku parlano di un genocidio degli azeri. Il 31 marzo è ufficialmente la ‘Giornata del genocidio degli azeri’, dedicata alle violenze del 1918 e degli anni successivi. In un documento presentato in sede ONU il governo azero parla di oltre 50.000 azeri uccisi tra marzo e luglio 1918 in città e distretti come Baku, Shamakhi, Quba, Mugan, Lankaran e Goychay e di 199 villaggi distrutti nella zona storica di Iravan, per un totale di circa 132.000 azeri uccisi, in quell’area, in pochi anni.
A questa memoria si aggiunge quella, più recente, della tragedia di Khojaly: nella notte tra il 25 e il 26 febbraio 1992, la cittadina azera di Khojaly fu attaccata da forze armene. Per il governo azero vi furono 613 civili uccisi, tra cui 106 donne e 63 bambini, oltre a centinaia di feriti e ostaggi. Alcune organizzazioni internazionali, pur indicando un numero di vittime più prudente, riconoscono che si è trattato del singolo massacro più grave contro civili nell’intero conflitto del Karabakh. Per un osservatore europeo, abituato quasi solo al racconto del genocidio armeno e all’idea di un Azerbaijan sempre e soltanto aggressore, fa impressione trovare un Paese che porta numeri, date e memoriali per dimostrare di essere stato a sua volta vittima. Ciò non significa negare il dolore armeno. Significa prendere atto che in questa regione anche la parola genocidio è contesa. Una gara alla memoria, quella genocidaria; una concorrenza tra chi è più vittima, si usa dire oggi.
Sul versante opposto pesano le violenze compiute dagli azeri contro gli armeni, soprattutto dalla fine dell’epoca sovietica. Il massacro di Sumgait del 1988 è ricordato da studi giuridici e storici nonché da documenti del Congresso degli Stati Uniti come uno dei primi episodi di violenza di massa contro gli armeni in Azerbaijan, con omicidi, aggressioni e saccheggi mirati. Episodi simili si sarebbero ripetuti a Baku nel 1990, contribuendo all’esodo quasi completo degli armeni dall’Azerbaijan. Più recentemente, la crisi del corridoio di Lachin ha portato la Corte internazionale di giustizia a ordinare all’Azerbaijan di garantire la libera circolazione di persone, veicoli e merci tra l’Armenia e il Nagorno Karabakh, riconoscendo che le restrizioni imposte stavano compromettendo i diritti della popolazione armena residente.
Oggi tra Armenia e Azerbaijan non c’è ancora una pace pienamente in vigore ma esiste un trattato di pace il cui testo è stato concordato: si basa sul riconoscimento reciproco dell’integrità territoriale sui confini sovietici del 1991, sulla delimitazione tecnica del confine tramite commissioni bilaterali, sull’impegno a rinunciare a nuove rivendicazioni territoriali e a non ospitare truppe straniere sul confine comune e sulla riapertura dei collegamenti di trasporto tra i due Paesi. Il testo prevede, inoltre, capitoli su prigionieri, dispersi e rifugiati ma resta in attesa di firma definitiva e ratifica.
Il Nagorno Karabakh è azero?
Dal punto di vista giuridico gli azeri insistono su alcuni argomenti.
Il primo riguarda l’eredità sovietica. Durante l’URSS il Nagorno Karabakh era formalmente una regione autonoma all’interno della Repubblica Socialista Sovietica dell’Azerbaijan. Con la dissoluzione dell’Unione Sovietica all’inizio degli anni Novanta, la comunità internazionale ha applicato in generale il principio di “uti possidetis juris”, cioè il mantenimento dei confini amministrativi esistenti al momento dell’indipendenza. In questa logica il Nagorno Karabakh ricadeva entro i confini dell’Azerbaijan.
Il secondo argomento è relativo alle decisioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU del 1993. Nelle risoluzioni 822, 853, 874 e 884 il Consiglio riafferma la sovranità e l’integrità territoriale della Repubblica dell’Azerbaijan e l’inviolabilità dei confini internazionalmente riconosciuti, chiedendo il ritiro delle forze armene dai distretti occupati dell’Azerbaijan all’interno e attorno al Nagorno Karabakh. Un terzo elemento è che la “Repubblica” del Nagorno Karabakh autoproclamata dai separatisti armeni non è stata riconosciuta da nessuno Stato. Per molti giuristi azeri questo conferma che, al di là del tema politico e morale dell’autodeterminazione, la titolarità internazionale del territorio resta azera. È questa stratificazione di memorie, di dolore e di argomenti giuridici che rende la questione del Nagorno Karabakh molto più complessa della comoda dicotomia tra “occupante” e “occupato” con cui spesso la semplifichiamo in Europa.
Modernità, patriottismo, formula uno
Baku è una città che ha saputo utilizzare con intelligenza gli introiti del gas e del petrolio. È moderna e ordinata, proiettata al futuro, però non ha perso un’estetica riconoscibile. Non è una capitale artificiale. È una città che cresce senza rinnegare la propria identità.
Per chi segue la Formula 1, alcune strade di Baku risultano quasi familiari. Il Gran Premio dell’Azerbaijan si corre su un circuito cittadino che attraversa il centro, costeggia le mura della città vecchia e scorre tra grattacieli e viali. Camminarci sopra da pedone, dopo averle viste in televisione con le monoposto a trecento all’ora, crea una strana sensazione di déjà vu. All’inizio di dicembre si possono apprezzare la città vecchia, i numerosi musei e le celebri “flame towers” di Baku, i grattacieli che di notte si illuminano con i colori della bandiera azera. Il patriottismo è ovunque. Le bandiere dell’Azerbaijan sono numerosissime e si affiancano alle fotografie dei caduti nelle guerre in Nagorno Karabakh.
Ho visto anche un villaggio di Natale enorme e festante con giochi e luci. E tante famiglie, tante mamme musulmane che portavano i bambini a divertirsi. Nessuna tensione, nessuna polemica identitaria. Semplicemente, una città che convive con simboli diversi e li inserisce nella propria normalità urbana. In questo scenario convivono tre sinagoghe attive: quella ashkenazita, quella georgiana e quella della comunità degli ebrei della montagna. Sono presenze reali, segni di un pluralismo vissuto.
Tra soldati e ebrei della montagna
A nord del Paese si trova Quba, con il vicino insediamento conosciuto come Red Village, o Krasnaya Sloboda, interamente abitato da ebrei della montagna. Red Village viene spesso descritta come la più grande antica città ebraica al di fuori di Israele. Gli ebrei della montagna di Quba parlano la loro lingua tradizionale, il Juhuri o Judeo Tat, un idioma di origine persiana con influenze ebraiche. La sensazione è quella di una lingua che richiama il farsi e l’azero e in cui l’ebraico, all’orecchio di un visitatore, sembra affiorare molto meno del previsto. Quba conta più sinagoghe che sono oggi protette da soldati azeri che presidiano gli ingressi. È una misura di sicurezza decisa dopo gli attacchi armati contro chiese e templi avvenuti nel Daghestan, nel sud della Russia, nel giugno 2024, in cui luoghi di culto cristiani ed ebraici furono presi di mira da uomini armati. Ho visto con i miei occhi dei cordiali soldati azeri davanti ai templi di Quba, esattamente come i militari italiani davanti ai nostri luoghi di culto.
Al Red Village è stato inaugurato anche un museo degli ebrei della montagna. La guida, durante la mia visita, era una ragazza musulmana sunnita che ha raccontato con naturalezza la storia ebraica della regione. Nel museo c’è spazio non solo per l’ebraismo ma anche per il sionismo. In un Paese a maggioranza musulmana, un museo pubblico che racconta apertamente anche il sionismo e lo affida alla voce di una guida musulmana è un dettaglio che, da solo, mette in crisi molti automatismi del nostro sguardo occidentale.
Astara, il confine e la lingua condivisa
Poi c’è Astara, città di frontiera divisa in due. Da una parte l’Azerbaijan, dall’altra la Repubblica Islamica dell’Iran. Qui il confine non è una linea astratta sulle mappe: è qualcosa che si vede e si sente. Ci sono i varchi per i mezzi pesanti, con file di camion che entrano ed escono in entrambe le direzioni. In un altro punto della città si trova il passaggio pedonale, segnato da una struttura imponente dipinta con i colori della bandiera della Repubblica Islamica dell’Iran. Fa impressione. Da un lato l’Azerbaijan secolarizzato, dall’altro l’Iran teocratico, separati da una recinzione e da poche decine di metri di asfalto.
Astara è povera ma dignitosa. Anche qui il dato linguistico dice qualcosa sulla realtà del confine. Nella zona si parla l’azero, lingua comune su entrambe le sponde, ma è presente anche il talysh, una lingua iranica parlata sia nel sud dell’Azerbaijan sia nel nord dell’Iran lungo la fascia caspica. È una continuità linguistica che attraversa il confine politico e che ricorda quanto la regione sia intrecciata.
Il viaggio in Azerbaijan non conferma stereotipi e non concede scorciatoie. È un Paese a maggioranza musulmana sciita in cui la comunità ebraica si sente parte della nazione. È uno Stato in cui un eroe nazionale può essere ebreo. È un Paese che contesta il nostro modo di guardare al Nagorno Karabakh e che rivendica una memoria di sé come vittima, con numeri, elenchi di villaggi distrutti e date di massacri. È anche un Paese in cui esiste ancora un insediamento interamente ebraico come Red Village e dove un museo racconta apertamente anche il sionismo, mentre nello stesso tempo istituzioni internazionali, parlamenti e centri di ricerca descrivono una stretta durissima su opposizione politica e media indipendenti.
Forse è proprio questo che mette in crisi le nostre certezze: scoprire che la realtà è più complessa, nonché allo stesso tempo più interessante, delle categorie semplici con cui cerchiamo di incasellarla.
Foto in alto: il mercato di Bustling Street vicino alla Maiden Tower a Baku (foto © Tahir Xelfaquliyev – Creative Commons); tutte le altre immagini sono di © Davide Cucciati per Mosaico/Bet Magazine



