Polonia: Nobel per la Pace a un Giusto fra le nazioni

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Nel 1942, quando fu costruito il Ghetto di Varsavia, Irena Sendler, che aveva allora 32 anni e si era già dedicata con tutte le sue forze ad aiutare gli ebrei anche prima dell’invasione della Polonia, entrò a far parte della Zegota che era un’organizzazione per l’aiuto agli ebrei. Tutta la sua opera da quel momento fu quella di portar fuori dal Ghetto i bambini, che faceva uscire con i mezzi più avventurosi, come nasconderli in un’ambulanza con a bordo un cagnaccio che abbaiava tutto il tempo per nascondere il pianto dei piccoli. Con documenti falsi o falsi certificati di malattia, riusciva a entrare e uscire dal Ghetto per portare denaro, medicine, abiti, messaggi, ma soprattutto per ‘contrabbandare’ bambini che poi trasferiva presso famiglie cristiane o conventi.

Si assicurò pure che tutti questi atti venissero documentati: scrisse in codice il vero nome del bambino, il nuovo nome e il nome della famiglia o del convento che lo aveva accolto: questo per essere sicura che i bambini potessero tornare alla loro famiglia dopo la guerra o che almeno fosse più facile rintracciarli. Ficcava questi elenchi in barattoli di vetro e li sotterrava nel giardino. In questo modo riuscì a salvare qualcosa come 2500 bambini.

Venne arrestata nel ’43, le spezzarono le gambe (è costretta in sedia a rotelle), non parlò né rivelò l’identità di quelli che aveva salvato, fu condannata a morte, amici in clandestinità riuscirono a farla fuggire, visse nascosta fino alla fine della guerra e neppure sotto il regime comunista mancarono le minacce.

Nel 1965 Yad Vashem le conferì il titolo di Giusto fra le nazioni e nel 1991 le venne concessa la cittadinanza onoraria israeliana. Ora vive a Varsavia in una casa di riposo.

E veniamo all’oggi. È di questi giorni la visita del presidente polacco Kaczynski in Israele. Fra questi due stati non vi sono contenziosi aperti, i legami commerciali, culturali, di intelligence sono buoni. Non ci sono richieste di carattere politico. L’unico greve fardello che pesa come un macigno fra i due paesi è di ordine storico: quando si pensa alla Polonia si pensa all’Olocausto.

Scopo della visita del presidente polacco sarebbe quello di migliorare l’immagine del suo paese, di far sì che Israele lo veda con occhi diversi. La Polonia nella memoria collettiva è diventata immutabilmente il paese che porta la maggior responsabilità dell’Olocausto, più ancora della Germania nazista. Basti pensare ai nomi dei lager divenuti sinonimo della più atroce distruzione della storia umana.

Il fatto che vi agirono coraggiosi clandestini per salvare tanti ebrei polacchi è stato sempre lasciato un po’ ai margini, né è documentato che il collaborazionismo in Polonia fosse più esteso che non in Francia o in Olanda. Anche per sottolineare questi aspetti positivi del suo paese, Kaczynski viene con una richiesta particolare ai suoi ospiti: chiede a Katsav, a Olmert, a Peres di appoggiare la candidatura della Sendler al Premio Nobel per la pace. Ugualmente ne sostengono la nomina due precedenti Premi Nobel per la pace, Peres e Lech Walesa, nonché l’ambasciatore a Varsavia, David Peleg, che accompagna il presidente polacco nella visita.

Ma l’opposizione a questa proposta arriva da dove meno ce la si sarebbe aspettata: lo Yad Vashem, che non nasconde le sue mire sul Premio stesso, forte anche del fatto che negli anni precedenti il premio è stato assegnato a organizzazioni e non singole persone (Caschi Blu o l’AEIA, l’Agenzia per l’energia atomica ad esempio). Yad Vashem sostiene infatti che il Nobel andrebbe conferito a tutti i Giusti fra le nazioni, che fecero del bene non meno della Sendler.

In ogni caso, se la missione dei polacchi avrà buon esito, l’ultimo ostacolo verrà dal comitato del Nobel. E se infine la Sendler risulterà davvero la vincitrice, sarà le prima volta nella storia del Premio che verrà conferito un Nobel con riferimento preciso all’Olocausto.

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