Nuvole nere nel cielo sopra Berlino, e il presente si fa oscuro

Mondo

di Marina Gersony

Nel cuore del gigante economico europeo rinascono antichi virus che credevamo scomparsi. Una Germania dove la condizione di ebreo torna a essere un problema.
Mentre l’estrema destra del partito AfD avanza, e l’islam politico si fa più aggressivo,  il Paese si interroga: possibile che la lezione del passato non sia servita? Un’inchiesta

Basterebbe dare un’occhiata alla cronaca dei giornali locali per farsi un’idea. Notizie e fatti che parlano da soli. Ad esempio, quella della quattordicenne ebrea tedesca Susanna Maria Feldman, originaria di Magonza che scompare il 22 maggio scorso. Viene trovata morta, prima strangolata e poi violentata, in un bosco vicino alla ferrovia a Wiesbaden, nel distretto di Erbenheim, nei pressi di un centro d’accoglienza immigrati. La Feldman era sparita dopo essere uscita assieme a un gruppo di amici e poi da lì non se ne era saputo più nulla. Preso un immigrato iracheno (Mosaico, 8 giugno 2018). O ancora la vicenda di quello studente ebreo vittima di bullismo che viene insultato da mesi. Teatro del mobbing antisemita la rinomata scuola, frequentata dai rampolli della Berlino bene: la John F. Kennedy di Zehlendorf (Jüdische Allgemeine, 28 giugno 2018).
Oppure il caso di quel ristorante ebraico assaltato a Chemnitz, a margine di disordini, il 27 agosto scorso. Responsabile un gruppo di neonazisti. Una dozzina di persone vestite di nero e col viso coperto lanciano pietre e un tondino di metallo contro il ristorante Shalom, ferendo il proprietario Uwe Dziuballa (Die Welt, 7 settembre 2018). «La spensieratezza è sparita», dichiarerà in seguito Uwe. Lui, che è sempre stato fiero del suo ebraismo, oggi infila un berretto da baseball sulla kippah per non mettere a repentaglio la vita dei suoi cari (Tagesschau.de, 8 settembre 2018).
Infine la storia di Yorai Feinberg, 37 anni, minacciato di morte, trasferitosi a Berlino da Israele per aprire un ristorante nel centrale quartiere di Schöneberg. Viene pesantemente insultato da un tedesco sessantenne davanti al suo locale. Un’amica registra la scena con il cellulare e il video fa il giro del mondo. Da quel momento Yorai riceve messaggi minatori da parte degli haters, che in prima persona o nascosti da nickname improbabili farciscono il loro commenti sui social con parole impregnate di odio e di violenza. Le sue denunce cadono nel vuoto e così si sente abbandonato dalle istituzioni.

Sono soltanto alcuni episodi di cronaca recente segnalati in una Germania sporcata dal veleno antisemita, ma l’elenco di questi fattacci è ben più corposo. Lo Judenhass, l’odio verso l’ebreo, non è morto nel bunker insieme a Hitler e sta diventando una piaga. A più di settant’anni dall’Olocausto, la Germania deve fare i conti con un fenomeno crescente che sta dilagando in tutta Europa, soprattutto in Francia e in Polonia, dove sono previste multe per chi accusa pubblicamente la nazione o lo Stato polacco di essere responsabile o complice dei crimini nazisti compiuti dal Terzo Reich; nonché pene pecuniarie per chi parla di «campi di sterminio polacchi» in riferimento ai lager costruiti dai nazisti nella Polonia occupata (è la controversa legge sulla Shoah, approvata – con modifiche – dal governo di Varsavia).
Non è un caso se oggi molti ebrei tedeschi sono preoccupati per il loro futuro. Temono attacchi per strada, spesso non indossano la kippah o altri segni distintivi per non essere riconoscibili; i loro bambini denunciano il bullismo a scuola e i cimiteri vengono sempre più spesso profanati. Del resto, come rimanere indifferenti di fronte alle ripetute parate di neonazisti, fascisti, nazionalisti, sovranisti e xenofobi che lanciano anatemi e parole d’odio nei loro confronti? In rete circolano numerose inchieste esaustive e video espliciti che testimoniano la drammatica situazione attuale. Uno fra tutti il video-documentario di Andreas Morell e Johanna Hasse che indaga il fenomeno con immagini che parlano da sole.

Il veleno si annida dappertutto. Ad agire, colpendo obiettivi ebraici sensibili sono principalmente le frange dell’estrema destra e di estrema sinistra: una saldatura fra antisemitismi con motivazioni e origini diverse, accomunati da pulsioni razziste e discriminatorie alle quali si somma l’odio verso Israele. In breve, giudeofobia e anti-israelismo sono le due facce della stessa medaglia. Senza contare l’antisemitismo di radice islamica, il Muslimischer Antisemitismus, che ancora una volta si nasconde dietro al desiderio di distruggere il «tumore» chiamato Israele. La litania è sempre la stessa: gli ebrei hanno troppo potere in ambito finanziario, sono una lobby, dominano la politica mondiale, sono una setta organizzata in società segrete e così via. E a proposito dell’antisemitismo islamico, è recente la notizia che il partito di estrema destra Alternative für Deutschland (AfD) abbia formalizzato la nascita di una sezione ebraica per contrastare l’immigrazione islamica e l’Islam in generale. Il gruppo, denominato «Ebrei per l’AfD», è formato per ora da una ventina di persone e ha subito provocato la reazione della Comunità ebraica tedesca, che ha puntato il dito contro «l’assurda adesione di ebrei a un partito razzista e antisemita». La manifestazione, alla quale hanno partecipato circa 250 persone aderenti a varie organizzazioni ebraiche, si è svolta a Francoforte.
Ma quanti sono i musulmani in Germania? Le cifre sono controverse e oggetto di continuo dibattito. In breve, i musulmani sono difficili da contare. C’è chi parla di 4 milioni e chi di 4,7 milioni. Il cittadino tedesco medio ritiene che i musulmani in Germania siano 20 milioni. Secondo un recente articolo della Sueddeutsche Zeitung, «non si può determinare con esattezza quanto l’Islam sia diffuso in Germania». Le stime si aggirano ad ogni modo intorno ai 4,5 milioni. «Tuttavia, la percezione del cittadino tedesco medio è tutt’altra: i sondaggi tra la popolazione stimano che i musulmani siano quattro volte di più».

I conti con il passato nazista
Certo, bisogna ammettere che la Germania ha fatto i conti con il suo passato, anche se gli stereotipi hanno radici profonde e sono duri a morire: definizioni come usurai, spilorci, lobbisti, assassini di bambini e cospiratori globali sono utilizzati senza scrupoli in molte occasioni. Del resto la cultura del ricordo dei tedeschi sembra dirigersi prevalentemente verso un solo tipo di antisemitismo storico (ebrei = vittime) ignorando l’antisemitismo contemporaneo che ha cambiato volto ma non sostanza. I numerosi esempi storici in cui gli ebrei hanno partecipato attivamente allo sviluppo della vita sociale, culturale, economica del Paese in cui risiedevano, pur mantenendo una particolare condizione identitaria e culturale, rimangono spesso in sordina. Eppure, partendo dalle radici della simbiosi ebraico-tedesca, il passato del popolo tedesco e della nazione germanica in rapporto agli ebrei come parte integrante della società, andrebbe riscoperto, ricostruito e rivalutato. Oggi in Germania vivono circa 200mila ebrei con diverse storie, appartenenze e tradizioni. Dagli anni Novanta il loro numero è in aumento. Molti sono immigrati, a ondate, dalle ex-repubbliche sovietiche. La meta è Berlino, la città che Hitler aveva battezzato Welthauptstadt (Capitale Mondiale), la stessa dove sono stati organizzati i piani di sterminio. Curioso dunque, e quasi un paradosso che negli ultimi dieci anni molti israeliani abbiano deciso di trasferirsi in diverse città tedesche, soprattutto a Berlino, metropoli cosmopolita che attira giovani da tutto il mondo, ma anche dove si trova la più grande Comunità ebraica tedesca, con la maggior parte degli episodi antisemiti. Così, se da un lato sono sempre più numerosi gli ebrei tedeschi finora immuni dall’ondata di antisemitismo che pensano di emigrare in Israele, negli Stati Uniti o in Canada, dall’altro lato molti israeliani fanno l’opposto. Sostengono: «Berlino è assai liberale. Qui in molti parlano inglese. In generale l’atmosfera è abbastanza comparabile a quella di Tel Aviv. Molti giovani, molta cultura». «Berlino è considerata una città in cui puoi vivere, nel senso che qui puoi sopravvivere, perché non è terribilmente costosa». «Sono venuto a Berlino principalmente per la musica, perché questa è la capitale della musica elettronica in tutto il mondo. Molti artisti vengono qui per l’atmosfera aperta e la vita economica»… Sono queste le motivazioni principali di alcuni intervistati pubblicate in un interessante articolo sul Deutschlandfunk lo scorso aprile.

I giovani israeliani non si lasciano intimidire nemmeno dai quartieri turchi e arabi: «Io sono cresciuto in un’area piena di arabi. È un ambiente normale per me», afferma uno di loro. Le stime parlano di circa 20mila israeliani in città, ma non sono cifre del tutto attendibili. In genere gli israeliani che vanno a vivere in Germania tendono a non mettere radici. Da nomadi post moderni, come molti coetanei provenienti da tutte le latitudini, amano girare e conoscere il mondo per poi ritornare a casa.
Per tornare agli episodi di antisemitismo ricorrenti in Germania, dal 2015 possono essere denunciati presso la Recherche – und Informationsstelle Antisemitismus (RIAS), un’istituzione di monitoraggio della società civile a Berlino. Insieme a organizzazioni ebraiche e no, è stata creata una rete in tutto il Paese per segnalare episodi di violenza e soprusi. È considerato il primo progetto nazionale nel suo genere e un modello per progetti analoghi. Questi i numeri: nel 2017 sono stati denunciati 947 casi di antisemitismo consistenti in attacchi con lesioni fisiche pesanti, lanci di oggetti, spinte di persone, minacce, danni alla proprietà (tre quarti di questi erano diretti contro i siti commemorativi della Shoah o iniziative commemorative, contro istituzioni ebraiche o israeliane, ristoranti). E ancora casi di comportamento illecito (inclusi gli insulti e le minacce sui social network o via e-mail); episodi di comportamento offensivo contro istituzioni ebraiche online, contro istituzioni israeliane, come per esempio l’Ambasciata israeliana. Senza dimenticare la propaganda antisemita (graffiti, adesivi, volantini, manifesti e così via). Oltre agli incidenti avvenuti a Berlino, il RIAS 2017 ha ricevuto un totale di 322 incidenti avvenuti a livello nazionale. Con queste premesse sono in aumento gli ebrei tedeschi che si mobilitano per denunciare gli episodi di antisemitismo ma anche per cercare di abbattere gli stereotipi e arginare un fenomeno che potrebbe degenerare ulteriormente. Qualche mese fa il Times of Israel ha riportato la notizia di 38 gruppi ebraici tedeschi che hanno sollecitato il Governo di Berlino ad impegnarsi attivamente in questa direzione. Un gesto importante e coraggioso messo a segno da gruppi come Jewish Forum for Democracy and Anti- Antisemitism (JFDA) hanno spinto le autorità a raccogliere fondi per le associazioni civili e religiose e a dissociarsi pubblicamente e a voce alta da qualsiasi forma di antisemitismo. In breve, un messaggio al mondo politico per una maggiore presa di coscienza riguardo alla gravità delle violenze anti-ebraiche che, tradotto in termini pratici, significa maggiori investimenti nella promozione di programmi educativi fra i giovani e nei mezzi di comunicazione nazionali.

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